Lavagna, le mani della ‘ndrangheta sui rifiuti

Alcuni giorni fa il Consiglio dei ministri ha consegnato alla storia dell’antimafia il Consiglio comunale di Lavagna, in provincia di Genova, sciolto ufficialmente perché da tempo si portava dietro l’onta del condizionamento mafioso. Soprattutto nel settore dei rifiuti. Dopo Bordighera e Ventimiglia è il terzo comune ligure a fare la stessa fine.
Antonio Pergolizzi, 03 Aprile 2017
Micron
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Giornalista e saggista

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Il 24 marzo scorso il Consiglio dei ministri ha consegnato alla storia dell’antimafia il Consiglio comunale di Lavagna, in provincia di Genova, sciolto ufficialmente perché da tempo si portava dietro l’onta del condizionamento mafioso. Soprattutto nel settore dei rifiuti. Mafia & rifiuti in salsa ligure. Dopo Bordighera e Ventimiglia è il terzo comune ligure a fare la stessa fine. La scure proposta dal ministro dell’Interno cambia poco o nulla nelle stanze del Comune, dato che lo stesso Consiglio era già stato sciolto con decreto del Presidente della Repubblica del 20 luglio 2016 per le dimissioni di dieci consiglieri su sedici.
A spingerli alla fuga in massa dagli scranni consiliari l’inchiesta denominata “I conti di Lavagna”, della Squadra mobile di Genova e della Dda genovese, che il 20 giugno 2016 infilava il coltello nelle fragili carni dell’amministrazione comunale in carica, scoprendola prona ai desiderata della potente ‘ndrina Rodà-Casile di Condofuri, roccaforte d’origine in provincia di Reggio Calabria, circa 1.200 chilometri più a sud. Otto le persone arrestate con l’accusa di aver portato i rifiuti del posto dritti tra le loro braccia. Per una indagine annunciata da tempo in paese, dove tutti avevano capito che c’era del marcio in quei movimenti di camion e spazzatura. Secondo il patto scellerato, al clan andavano i rifiuti (e pure i chioschi sulle spiagge), alla politica i voti per vincere, governare e ricambiare la cortesia.
Dalle indagini è emerso chiaramente come la raccolta dei rifiuti urbani di Lavagna serviva al clan per due motivi principali: primo, per legittimare la sua attività nel settore e acchiappare appalti e subappalti; secondo, usare gli urbani per miscelarli con i ben più pericolosi e costosi rifiuti speciali, mandandoli, illegalmente, nella discarica di Scarpino a Genova. Con questo espediente, gli specialivenivano di fatto declassati a urbani con margini di ricavi in nero ingentissimi. Scorie industriali di qualsiasi tipo e persino carcasse di motori marini e barche finivano tra i rifiuti urbani e mandati nella stessa discarica. Tra i rifiuti gestiti illegalmente, quelli prodotti dall’alluvione del novembre 2014, in cui la manina dell’ex sindaco consentiva di affidarli in maniera diretta “alla ditta di Autotrasporti Nucera”, procurandogli, scrivono gli inquirenti, “un ingiusto vantaggio patrimoniale”.
Così un’intera comunità finiva, inconsapevolmente, per gonfiare i bilanci della ‘ndrina semplicemente riempiendo il sacco nero. Con l’ovvio risultato di una gestione incanalata nel vicolo cieco della discarica, inevitabilmente inquinante e tra le più care d’Italia. Tra i soggetti sottoposti a misure cautelari anche l’ormai ex sindaco Giovanni Sanguineti, il consigliere con delega al Patrimonio e Demanio Massimo Talerico e l’ex parlamentare (prima Pdl poi Udc) Gabriella Mondello.
L’accusa nei confronti dei tre è abuso d’ufficio legato al trasporto e allo stoccaggio di rifiuti, voto di scambio e traffico illecito di influenze. In totale saranno 23 le persone sotto indagine per reati che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di rifiuti e di droga, e ancora usura e riciclaggio. Pochi giorni prima dello scioglimento del Consiglio, la seconda tranche dell’inchiesta aveva portato ad altre quattro misure cautelari.
Un patchwork criminale di altissimo livello in uno dei gioielli turistici liguri.
Nessuna sorpresa, comunque. Non è la prima volta che si parla di ‘ndrangheta a Lavagna e in provincia di Genova. Come si legge nella Relazione sull’attività di contrasto alla criminalità organizzata del ministero dell’Interno (trasmessa al Parlamento nel 2015), numerose indagini antimafia, tra cui quelle denominate Crimine (2010), Maglio e Maglio 3 (2011) avevano svelato «l’esistenza dei locali di Genova e Lavagna (GE), costituiti secondo un modello organizzativo omogeneo rispetto a quello tipico della regione di provenienza, dotati di autonomia ma dipendenti nelle scelte strategiche dalla casa madre reggina». Intanto che le indagini scavavano più a fondo, nel luglio 2014 la Dda genovese spiccata una prima confisca di beni del valore di circa 2 milioni di euro nei confronti di appartenenti alla ‘ndrina“Tratraculo” di Petronà (CZ) a San Colombano Cernetoli (GE). Le investigazioni che hanno portato allo scioglimento del Consiglio comunale, dunque, confermano non solo l’esistenza di una locale ma ne smascherano anche i vertici, Paolo Nucera e Francesco Rodà, e le nuove strategie criminali, che avevano individuato proprio nel mondo della spazzatura il vero core business.
Allargando lo sguardo, colpisce che i prodromi di quanto accaduto erano chiari ed evidenti a tutti.
Nemmeno due anni prima, era l’ottobre del 2015, anche la Commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella sua Relazione sulla Liguria aveva lanciato l’allarme sulla carenza di governance nel settore in tutta la regione, denunciando la «permeabilità delle società che trattano i rifiuti per conto dei Comuni, sia per le possibili infiltrazioni di stampo mafioso, sia per i fatti corruttivi altrettanto dannosi». Secondo il Comando della legione Carabinieri sentito dai commissari, «il costante stato emergenziale… finisce per facilitare, in presenza di procedure spesso adottate in via d’urgenza, la gestione non del tutto trasparente degli appalti».
Ancora più grave, la Commissione lamentava soprattutto la mancanza di una strategia complessiva nella gestione dei rifiuti della regione, con un assetto impiantistico ancora gravemente in ritardo rispetto al resto del Paese. Peraltro, precisavano i commissari, dispiegandosi in un territorio stretto e altamente urbanizzato, la regione registra un’elevata produzione pro capite di rifiuti, superiore del 14% alla media nazionale, e uno dei costi più elevati d’Italia per gestione, raccolta e smaltimento (201,69 euro all’anno per abitante), con un servizio di raccolta “afflitto dal progressivo esaurimento delle discariche”.
Particolarmente delicata la questione dei rifiuti speciali, considerando che la Liguria presenta numerosi poli industriali: «sono stati individuati 174 siti legati all’inquinamento, di cui 52 dichiarati definitivamente bonificati. Inoltre la presenza di numerosi porti, in primis Genova e La Spezia, espongono il territorio al rischio di traffici illeciti connessi al ciclo dei rifiuti». Sempre nella Relazione, è la stessa Arpal a sottolineare la generale carenza impiantistica per la gestione dei rifiuti speciali, soprattutto quelli pericolosi, con 116 impianti che operano in regime ordinario e 309 in regime semplificato, quest’ultimo particolarmente a rischio, come provano numerose indagini su tutto il territorio nazionale.
Esistevano in quel di Lavagna e dintorni, dunque, le condizioni ideali per alimentare i circuiti illegali e la ‘ndrangheta non s’è fatta pregare.
Sintetizzando al massimo, la locale di Lavagna ha trovato le porte spalancate nel settore dei rifiuti, in un territorio ancora in grave ritardo rispetto ai target di efficienza e di riciclo imposti dalla normativa nazionale e europea e senza una chiara strategia politica di lungo periodo. Qui l’economia circolare fondata sugli scarti è ancora un miraggio. Con una raccolta differenziata di poco superiore al 37% (Ispra, 2016), la Liguria rimane ancora oggi fanalino di coda nel paese, dove solo la provincia di Savona supera un modesto 40%, mentre quelle di Genova (37,6), La Spezia (36,8) e Imperia (34,5) faticano ancora sotto questa soglia. Senza una governancelungimirante, partecipata e trasparente, il passo verso il malaffare è stato breve.
Ancora una volta, le indagini nel campo dei rifiuti arrivano a certificare il fallimento delle politiche pubbliche, soprattutto su scala locale, avvitate su logiche vecchie e impattanti, e rette su interessi particolari, anche di tipo illegale. Se si lascia campo libero, soprattutto nella gestione di un servizio pubblico delicato come quello dei rifiuti urbani, le mafie ruggiscono come leoni, così come se la discarica rimane l’unica soluzione destinata a inghiottire tutto è facile aspettarsi l’imbroglio. E serve a poco far finta di niente.

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