Lavoro e ‘gender gap’, c’è ancora strada da fare

Per capire come gli stereotipi di genere si siano evoluti nel tempo negli Usa, un gruppo di ricercatori coordinati dalla Northwestern University ha elaborato una meta-analisi integrando i risultati di 16 sondaggi condotti negli Stati Uniti tra gli anni '40 e oggi.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

«Avere tutte queste donne attorno in un laboratorio rende sicuramente il lavoro più divertente per gli uomini, ma credo anche che le ragazze siano probabilmente meno brave». Il nocciolo del gender gap, profondo e tutt’ora esistente, si può probabilmente riassumere in queste parole pronunciate dal premio Nobel James Watson nel 2012, mentre era ospite del Neuroscience Open Forum di Dublino.
Donne-suppellettili, viste (dagli uomini) come orpello di un laboratorio o di un ufficio, definite meno capaci, meno brave, volubili, meno intraprendenti e decise degli uomini: convinzioni dure da scalfire e da mettere a tacere. Eppure, come racconta una nuova analisi sull’evoluzione degli stereotipi di genere appena pubblicata sulle pagine di American Psychologist da un team della Northwestern University, qualche passo in avanti negli ultimi 70 anni è stato fatto. Oggi nei paesi sviluppati le donne hanno accesso all’istruzione, anche a quella superiore, al lavoro, possono votare: tutti diritti che sono stati conquistati negli ultimi sette decenni con dure battaglie sociali. Ma continuano a essere considerate meno ambiziose degli uomini. E in generale c’è ancora tanto lavoro da fare.
Per capire come gli stereotipi di genere si sono evoluti nel tempo negli USA, i ricercatori coordinati da Alice Eagly – autrice principale dello studio e professoressa di psicologia presso il Weinberg College of Arts and Sciences della Northwestern University – hanno elaborato una meta-analisi integrando i risultati di 16 sondaggi condotti negli Stati Uniti tra il 1946 e il 2018, a cui hanno partecipato oltre 30.000 persone.
Agli intervistati è stato sottoposto un semplice test di percezione: dovevano esprimere il loro giudizio sulle capacità delle donne e degli uomini e indicare se una caratteristica fosse peculiare delle prime o dei secondi. O se invece fosse un tratto comune a entrambi i sessi nella stessa misura. Ad esempio, ai 30.000 partecipanti è stato chiesto di attribuire capacità relazionali come la compassione o l’affettuosità; o ancora di valutare l’intraprendenza misurandola in ambizione, capacità manageriali e determinazione; e infine di attribuire competenze come l’intelligenza, la creatività, o le capacità organizzative.
E, stando ai risultati, gli stereotipi di genere si sono evoluti nel tempo a volte appianando le divergenze, altre volte rafforzandole.
Ad esempio, nel sondaggio del 1946, solo il 35% degli intervistati era certo che donne e uomini donne fossero ugualmente intelligenti. E la maggior parte attribuiva capacità come l’intelligenza e la creatività esclusivamente agli uomini. Al contrario, nel sondaggio del 2018, l’86% degli intervistati ha affermato senza dubbi che donne e uomini sono equamente intelligenti. Pur con qualche eccezione: il 5% ha dichiarato che gli uomini sono più intelligenti, mentre il 9% ha considerato le donne più intelligenti degli uomini.
Probabilmente questa percezione delle donne finalmente competenti, intelligenti, creative è dovuta soprattutto all’affermazione delle donne nel mondo dell’istruzione e del lavoro. Nel 1950 infatti solo il 32% delle donne lavorava, nel 2018 le donne lavoratrici sono il 57%.
È anche vero, però, che nel tempo si è andata invece rafforzando una convinzione “pericolosa”. Ancora oggi le donne vengono definite e percepite come più compassionevoli, affettuose e sensibili degli uomini, e decisamente meno intraprendenti, ambiziose e adatte a ruoli decisionali e dirigenziali.
E il problema è che questi pregiudizi vengono presi in considerazione, anche inconsciamente, durante un colloquio di lavoro. Dal momento in cui le donne sono entrate a far parte della cosiddetta “forza lavoro”, infatti, sono state spesso relegate in mansioni e occupazioni che premiano le abilità sociali o offrono un contributo alla società. Inoltre, sempre perché percepite come più affettuose e compassionevoli, ancora oggi le donne continuano a dedicare al lavoro domestico e alla cura dei figli il doppio del tempo rispetto agli uomini. Al contrario, gli uomini sono concentrati in ruoli di leadership e in occupazioni che richiedono forza fisica, competizione, abilità analitiche, matematiche e tecniche.
«Gli attuali stereotipi di genere dovrebbero favorire l’occupazione femminile, perché finalmente alle donne vengono riconosciute le competenze e le conoscenze, il requisito basilare per ottenere un posto di lavoro» spiega Eagly. Ma è anche vero che il giudizio, stereotipato appunto, di donne dalle spiccate capacità relazionali e sociali, ma poco ambiziose e intraprendenti, ricade come un macigno sui ruoli e le mansioni che vengono assegnati al sesso femminile.
Dagli anni ‘40 a oggi, dunque, questa convinzione non è stata scalfita ed è un pregiudizio pericoloso che impedisce di rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo”, garantendo equo accesso a ruoli manageriali, dirigenziali e di alte cariche politiche a entrambi i sessi. E in effetti ci vuole poco per accorgersi che nei ruoli in cui occorrono capacità relazionali prevalgono le donne, a partire dalla professione dell’insegnamento fino ai commessi in un negozio; mentre gli uomini ricoprono prevalentemente ruoli decisionali, di leadership.
La maggior parte dei ruoli di leadership – nel sentire comune – richiede una buona dose di intraprendenza e ambizione, di attitudine al comando e capacità decisionali. Mentre le abilità sociali vengono considerate di secondo piano. E questo, se gli stereotipi di genere sono quelli sopra elencati, avvantaggia gli uomini nella scalata sociale.
«La nostra interpretazione di questi risultati» racconta Eagly «è che la crescente istruzione e partecipazione delle donne alla forza lavoro sono alla base dell’aumento della percezione delle loro competenze e capacità. Così come la segregazione occupazionale e la divisione persino dei ruoli domestici, sono dovute alla differente percezione delle capacità relazionali e dell’intraprendenza nei due sessi».
Il gender gap è però un cane che si morde la coda. Come ricorda Eagly, «la gente osserva i ruoli sociali ricoperti da donne e uomini e deduce i tratti che costituiscono gli stereotipi di genere. Gli stereotipi di genere quindi riflettono la posizione sociale dei gruppi nella società e, pertanto, cambiano solo quando questa posizione sociale cambia». Dunque finché non ci si accorgerà che anche le donne sono perfettamente capaci di ricoprire ruoli di spicco, manageriali e decisionali, è difficile che la percezione cambierà. E allora viene da chiedersi, quanti anni ancora dovremmo aspettare per appianare definitivamente il gender gap?

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