Le “5 R”

Per chiudere il cerchio e avviare a soluzione il problema dei rifiuti vale la regola, ce lo dice anche l’Europa, delle “5 R”: la prima delle quali sta per “riduzione”. Insomma non dobbiamo solo raccogliere, recuperare, riutilizzare e riciclare gli scarti che produciamo in ogni e ciascuna delle nostre umane attività. Dobbiamo in primo luogo ridurli i rifiuti. Ebbene, il succo del Rapporto Rifiuti Speciali 2018, appena pubblicato dall’ISPRA, è che qui in Italia non abbiamo ancora imparato a declinarla per bene, quella prima R. Non riusciamo a ridurre.
Pietro Greco, 05 Luglio 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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Per chiudere il cerchio e avviare a soluzione il problema dei rifiuti vale la regola, ce lo dice anche l’Europa, delle “5 R”: la prima delle quali sta per “riduzione”. Insomma non dobbiamo solo raccogliere, recuperare, riutilizzare e riciclare gli scarti che produciamo in ogni e ciascuna delle nostre umane attività. Dobbiamo in primo luogo ridurli i rifiuti.
Ebbene, il succo del Rapporto Rifiuti Speciali 2018 appena pubblicato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) è che qui in Italia non abbiamo ancora imparato a declinarla per bene, quella prima R. Non riusciamo a ridurre. Né in termini assoluti né in termini relativi, dove il relativo è in considerazione della nostra ricchezza. I rifiuti speciali e pericolosi prodotti in Italia stanno crescendo, infatti in maniera lineare con il Prodotto Interno Lordo: questa è la cattiva notizia. Perché se la produzione di rifiuti non si disaccoppia dalla produzione di ricchezza significa che non stiamo imparando nulla. O, almeno, non stiamo imparando a sufficienza per entrare a pieno titolo nell’economia circolare.
Nel 2016, ci dice l’ISPRA, la produzione nazionale dei rifiuti speciali e pericolosi è stata pari a 135,1 milioni di tonnellate. Per avere un’idea. Significa una quantità di scarti provenienti dalle industrie 4,2 volte superiore a quella dei rifiuti solidi urbani, che ammonta a circa 32 milioni di tonnellate. Dunque si tratta di una quantità di rifiuti importante. Per certi versi imponente.
Il 40,6% di questi rifiuti viene dal settore delle costruzioni e sono per lo più inerti. Ma il 27,2% veine dal trattamento dei rifiuti (rifiuti che producono rifiuti) e dalle opere di risanamento (bonifiche di qualsiasi genere che producono rifiuti). Il 20,7%, infine, viene dall’industria manifatturiera. I rifiuti speciali si dividono in “non pericolosi” e “pericolosi”.
I primi sono di gran lunga quelli prevalenti. Ne abbiamo prodotti 125,5 milioni di tonnellate. Quanto ai rifiuti considerati “pericolosi” ne abbiamo prodotto 9,6 milioni di tonnellate: di cui circa 1,3, pari al 13,6% del dato complessivo, relativi a veicoli fuori uso). Per gli amanti delle statistiche, diciamo che ciascun italiano nel 2016 ha prodotto, in media s’intende, 2.229,5 kg di rifiuti speciali, di cui 2.070,9 kg di rifiuti non pericolosi e 158,6 kg di rifiuti pericolosi. Ebbene in ambedue i casi la produzione è aumentata. Quella dei rifiuti speciali dell’1,7% rispetto al 2015 (il che significa 2,1 milioni di tonnellate in più); quella dei rifiuti “pericolosi” addirittura del 5,6%, il che significa che in un anno ne abbiamo prodotti 512.000 tonnellate in più.
La crescita complessiva dei rifiuti speciali e pericolosi è stata, dunque, del 2,0%: più dell’incremento del Prodotto Interno Lordo.
L’ISPRA ci dice anche che c’è un’asimmetria geografica. Come era da attendersi, nel Nord la produzione di rifiuti speciali è più alta che nel Centro e molto più alta che nel Sud. Il che, ancora una volta dimostra che c’è una correlazione stretta tra economia e rifiuti speciali.
E, in effetti, anche la serie storica ce lo conferma. Nel periodo 2010/11il Pil è cresciuto dello 0,5% e la produzione di rifiuti speciali dell’1,5%. Nel periodo 2011/2012, il Pil è diminuito del 3,0% e altrettanto ha fatto la produzione di rifiuti speciali. Nel 2012/2013 il Pil è diminuito dell’1,8%: più della produzione di rifiuti speciali. Negli anni successivi il Pil è aumentato. Ma la produzione di rifiuti speciali è aumentata a un ritmo maggiore.
In definitiva tra il 2010 e il 2016 la produzione di rifiuti speciali “non pericolosi” è aumentata del 7,03% in più rispetto al Pil.
E quella dei rifiuti “pericolosi” addirittura del 17,72%. Un disaccoppiamento dunque c’è stato tra crescita economica e crescita dei rifiuti speciali. Ma non nella direzione desiderata, non nella direzione della riduzione. Bensì dell’aumento.
Il che sembra indicare che la nostra economia sta crescendo (tutto sommato molto poco) non aumentando l’efficienza bensì l’impatto sull’ambiente, sintomo sia di una scarsa capacità di innovazione sia di una insufficiente cultura ecologica. Pur di crescere economicamente (aspirazione legittima) stiamo raschiando il fondo del barile ambientale: un’operazione perdente, da ogni punto di vista. Se a questo aggiungiamo il fatto che in questi anni è aumentata la disuguaglianza sociale – i ricchi seno sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre di più e sempre più poveri – è facile, purtroppo, tirare le somme. La crescita, peraltro debolissima, non è sostenibile. Né dal punto di vista sociale né dal punto di vista ambientale.

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