Le Ande precolombiane sotto la lente del DNA

Quando i Conquistadores arrivarono sulle Ande distrussero l’impero Inca nel solito modo: armi, acciaio, malattie. Gli Spagnoli diventarono anche i primi storiografi di quel popolo. E i loro resoconti sono stati molto influenti, sia perché la storia la scrivono i vincitori, sia perché gli Inca non usavano la scrittura (o per lo meno, nessuna forma di scrittura che possiamo interpretare come narrazione storica o storiografica). Quasi 500 anni dopo il DNA e la linguistica ci stanno aiutando ad andare oltre quella prospettiva.
Stefano Dalla Casa, 20 Maggio 2020
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Quando i Conquistadores arrivarono sulle Ande distrussero l’impero Inca nel solito modo: armi, acciaio, malattie. Gli Spagnoli diventarono anche i primi storiografi di quel popolo. E i loro resoconti sono stati molto influenti, sia perché la storia la scrivono i vincitori, sia perché gli Inca non usavano la scrittura (o per lo meno, nessuna forma di scrittura che possiamo interpretare come narrazione storica o storiografica). Quasi 500 anni dopo il DNA e la linguistica ci stanno aiutando ad andare oltre quella prospettiva.

L’ultimo studio, pubblicato a maggio su Cell, ha scoperto un’inaspettata continuità nella struttura genetica delle popolazioni andine. Significa che, al netto di migrazioni e rimescolamenti, le popolazioni sono rimaste nel tempo molto stabili. Nelle popolazioni moderne riconosciamo differenze che hanno una storia millenaria.

NON SOLO INCA
“Gli Inca non sono stati l’unica civiltà complessa che ha abitato le Ande. I Conquistadores non hanno mai incontrato Nazca, Wari, Moche, Tiwanaku, e le altre culture che conosciamo esclusivamente dai resti archeologici trovati in Perù, Bolivia, e Cile settentrionale” spiega a micron Chiara Barbieri, antropologa molecolare post-doc all’università di Zurigo e coautrice dello studio. Ora, grazie al DNA antico, è stato possibile aprire una finestra su questo passato.

Per la prima volta sono stati analizzati 89 genomi di individui vissuti da 9000 a 500 anni fa, 65 dei quali sono stati sequenziati appositamente per questo studio. Il DNA antico è stato estratto da ossa datate al carbonio, conservate in musei e collezioni. Con metodi bioinformatici, gli studiosi hanno poi cercato di ricostruire l’evoluzione delle Ande centrali e meridionali fino ai giorni nostri.

Già 9000 anni fa le popolazioni della costa e quelle degli altipiani erano differenziate tra loro. Poi, a partire da circa 5800 anni fa, si è sviluppato anche un gradiente nord-sud, con le popolazioni più settentrionali distinte da quelle più meridionali. Il flusso genico si è mantenuto fino a circa 2000 anni fa, poi è diminuito molto.
“Nonostante l’ascesa e il declino di estese e complesse civiltà, compresi imperi come quello Inca, le differenze genetiche sono sopravvissute. Ciò suggerisce che le élite dominanti non rimpiazzavano le popolazioni che conquistavano” prosegue Barbieri.

UNA NEW YORK SULLE ANDE PRECOLOMBIANE
Non solo. In quelli che erano i centri amministrativi Inca e Tiwanaku, a Cusco e sul lago Titicaca, la popolazione era geneticamente eterogenea. Gli studiosi suggeriscono un concetto equivalente a quello moderno di cosmopolitismo, cioè persone di ascendenza diversa che vivevano gli uni accanto agli altri. Nathan Nakatsuka, studente di dottorato della Harvard Medical School e primo autore dello studio, ha paragonato il profilo di questi centri urbani, ricostruito grazie al DNA antico, a quello di grandi metropoli attuali, per esempio New York.

Nel DNA gli studiosi hanno anche trovato tracce di migrazioni, non solo lungo le Ande, ma anche da e verso Argentina e Amazzonia. Questo conferma sia il dato archeologico che quello storiografico e antropologico, dai quali sappiamo che gli Inca organizzavano spostamenti di persone. Né queste migrazioni, né quelle orchestrate degli Spagnoli, hanno però distrutto la struttura genetica: in questa parte del mondo i popoli di ogni regione sono stati riorganizzati dal dominatore da turno, ma non sostituiti.

SCIENZA POST-COLONIALE
Lo studio è stato coordinato dal genetista David Reich della Harvard Medical School e dal bioantropologo Lars Fehren-Schmitz dell’Università California Santa Cruz, ma la lista degli autori è lunga e molto varia, sia per competenze che per provenienza. E non è un caso che la presentazione dei risultati sia scritta sia in inglese che in spagnolo. La dottoressa Barbieri spiega che gli scienziati hanno la responsabilità di problematizzare questo tipo di ricerche, lavorando molto sull’inclusività. Il progetto di studio è stato concepito assieme ai colleghi sudamericani, che sono stati fondamentali in tutte le fasi del lavoro. Grazie alla loro mediazione, si è inoltre creata l’occasione per rimpatriare un reperto osseo conservato da anni in un museo degli Stati Uniti, dopo aver effettuato le analisi genetiche.

Il lavoro, inoltre, non finisce qui. I resti umani, e quello che rivelano agli scienziati, devono essere maneggiati con particolare rispetto. Questo è ancor più vero nelle aree colonizzate dagli Europei, dove spesso i siti archeologici sono stati letteralmente razziati nel nome della scienza. È importante coinvolgere le comunità che hanno un legame con quei resti, e divulgare loro i risultati che sono stati raggiunti, per esempio attraverso mostre e conferenze per le quali, ancora una volta, saranno indispensabili le conoscenze dei ricercatori locali.

“Negli ultimi anni è cresciuta una forte attenzione critica verso il colonialismo scientifico, e vediamo come i tempi siano maturi per superarlo. Cerchiamo di conciliare l’interesse universale per ricostruire e riscoprire la storia umana, e il fascino per le culture di luoghi vicini e lontani. La stretta collaborazione interdisciplinare tra studiosi e popolazione permette di sviluppare risorse e formazione nel territorio, e dare voce ai protagonisti locali quando queste storie vengono narrate. Sono dei piccoli passi su una strada ancora lunga da percorrere”conclude Barbieri.

Commenti dei lettori


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  1. Gustavo Solis
    Interesante en sumo grado
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