Le aporie dello sviluppo sostenibile

Lo sviluppo sostenibile, detto anche durevole o alternativo, è oggi al centro dell’agenda politica internazionale e del linguaggio comune. I sostenitori delle teorie della decrescita ne evidenziano alcune aporie di fondo, mettendo in discussione la sua reale praticabilità.
Irene Sartoretti, 09 Giugno 2016
Micron
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Architetta e sociologa

Espressioni come sviluppo sostenibile, sviluppo durevole e sviluppo alternativo, fanno ormai parte integrante del vocabolario comune e dell’agenda politica attuale. Rappresentano l’obiettivo di importanti strategie d’azione come Agenda 21. Sono al centro dei summit mondiali di Rio 1992, dove l’idea di sviluppo sostenibile è stata formulata e promossa, e di Parigi 2015.
Alcuni economisti, sociologi e filosofi eterodossi mettono però in luce le aporie di fondo contenute in questo tipo di espressioni e, di riverbero, nelle politiche che le accompagnano.
Serge Latouche è uno dei più autorevoli di loro. L’economista francese, sposando le teorie anti-industriali di Ivan Illich, sostiene la non praticabilità dello sviluppo sostenibile.
A fargli eco sono diversi altri economisti come l’italiano Mauro Bonaiuti, che ha introdotto per primo nel nostro Paese le teorie della decrescita. Nella loro radicalità, le teorie della decrescita possono fornire, anche per chi sposa altri punti di vista, degli interessanti spunti di riflessione.
Secondo i sostenitori della decrescita, lo sviluppo sostenibile non è praticabile perché non mette in questione dalle fondamenta il sistema economico attuale.
Questo tipo di sistema è individuato come causa delle inegualità sociali e delle problematiche ambientali, che l’aggiunta di un aggettivo come sostenibile non può né eradicare, né attenuare. Il perché lo sviluppo sostenibile (dove la sostenibilità è intesa sia da un punto di vista sociale che ambientale) non sia praticabile è spiegato dai sostenitori della decrescita nei termini seguenti.
Lo sviluppo sostenibile si fonda sulla nozione di sviluppo, che è assimilabile a quella di crescita economica e tecnologica.
Si tratta di una nozione non universale, ma universalizzata dalla creazione di indici internazionali come quello di PIL, di livello di vita, di bisogno fondamentale, di povertà etc. Si tratta di indici che riflettono un punto di vista prettamente occidentale, inscritto nel nostro sistema economico, sociale e culturale.
Si tratta di un punto di vista assolutamente eteronomo rispetto alle culture non occidentali e, da queste ultime, subìto. Lo sviluppo è definito dagli organismi internazionali come realizzazione di aspirazioni universali, ma che, in realtà, universali non sono.
I cosiddetti Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo sono stati così definiti subito dopo la seconda guerra mondiale, nell’epoca in cui si preparava l’attuale globalizzazione dei mercati, funzionale al sistema economico occidentale. Ed è proprio su alcuni assunti quali l’apertura continua di nuovi mercati, la crescita economica costante, l’obsolescenza delle merci e la creazione continua del bisogno (il cosiddetto trickle-down effect) che si fonda il sistema capitalista, pena il ristagnamento dell’economia.
In più, l’accumulazione di ricchezza su cui si fonda il nostro sistema non è possibile senza che ci siano forti ineguaglianze di profitto. Un’ampia forbice differenziale è la condizione dell’accumulazione.
E sarebbe proprio l’ineguaglianza, necessaria e organica al nostro sistema economico, ad aver provocato la fine del sistema keynesiano. Quest’ultimo fondato su elevati salari in funzione di una produttività ascendente per mantenere alta la congiuntura economica.
Tuttavia spesso, le ineguaglianze e i profitti appaiono slegati, perché si giocano su piani differenti alla scala globale.
A partire da queste considerazioni, i sostenitori della decrescita individuano due paradossi fondamentali nella nozione di sviluppo sostenibile: il primo è ambientale e il secondo è sociale. Il paradosso ambientale risiede nel fatto che lo sviluppo sostenibile non rimette in questione, né rinuncia ai modelli di produzione, ai modelli consumo e agli stili di vita attuali.
Chi è pronto a resistere nel proprio quotidiano ai bisogni socialmente costruiti, ai climatizzatori, ai viaggi, alle patatine fritte? Si chiedono i sostenitori della decrescita.
Per loro una crescita giudiziosa non è possibile.
Il paradosso sociale risiede invece nella Grande Trasformazione descritta da Karl Polanyi(1944). Il celebre economista ungherese, attraverso ricostruzioni storiche, ha mostrato come l’economia di mercato non sia un fatto naturale. Come in tutti gli altri sistemi socio-culturali, anche nel sistema attuale governato dall’economia di mercato i legami sociali si fondano sullo scambio.
La differenza è che, nelle società cosiddette semplici, lo scambio è legato alla reciprocità e non al mercato, secondo il modello descritto dall’antropologo Marcel Mauss in cui è il legame personale a prevalere sul bene (1925). Si tratta di sistemi fondati cioè sulla non-professionalità, sul pluriattivismo e sulle reti di relazioni vissute vis-à-vis. L’economia è, in questi sistemi, fortemente ancorata a una dimensione socio-relazionale improntata alla durevolezza e alla reciprocità. Le società semplici mancano inoltre dell’idea di progresso e di crescita.
Le società complesse di mercato vedono invece la predominanza dell’attività economica e dell’attività finanziaria su tutti gli altri ambiti della vita sociale. Si tratta di una predominanza che sposta il livello dello scambio da una dimensione comunitaria e di legame di reciprocità a una scala totalmente diversa sia per carattere che per dimensioni.
Ultimamente si moltiplicano le iniziative fondate sulle logiche comunitarie e di reciprocità invece che su quelle di mercato, come le Banche del Tempo, le Banche Etiche, le associazioni e i gruppi di produzione e di acquisto solidale.
I sostenitori della decrescita parlano tuttavia di iniziative che non hanno possibilità di successo se non a breve termine e a una scala irrisoria.
Parlano inoltre di iniziative destinate a essere introiettate nel sistema economico dominante all’interno del quale si producono. I sostenitori della decrescita sono anche molto critici sul cosiddetto sviluppo locale, inteso come alternativa alla globalizzazione e come panacea dei mali prodotti dai sistemi di mercato alla scala internazionale. Con sviluppo locale si intende uno sviluppo che si basa sulla valorizzazione delle risorse locali in termini di prodotti, di processi produttivi e di patrimonio fisico e immateriale.
L’enfasi sul locale viene criticata dai sostenitori della decrescita in base al fatto che si inserisce su un processo economico che resta in ogni caso globalizzato e in larga parte deterritorializzato.
Per dirla con un gioco di parole, l’enfasi sullo sviluppo locale si inserisce in realtà nella logica di «territori senza potere inscritti nel quadro di un potere senza territorio» (Latouche 2004, p. 49).
Il potere finanziario non conosce ancoraggio territoriale per quanto riguarda gli sgravi fiscali, la flessibilità del mercato del lavoro e la regolamentazione ambientale.
E anche parole dal forte appeal come “glocale” o espressioni come “pensare globalmente per agire localmente” vengono messe in questione dai sostenitori della decrescita quali forme che in realtà nascondono una concorrenza generalizzata ed esacerbata di aree più o meno grandi fra loro, nel quadro dell’indebolimento degli Stati Nazione. Il risultato di questa concorrenza sarebbe l’immancabile formarsi di poche aree campione e molte aree depresse (Latouche ivi). Per i sostenitori della decrescita è dunque il sistema economico attuale nella sua totalità che andrebbe rivisto e non è ai mezzi economici, quali gli aggiustamenti strutturali, che può essere affidata la risoluzione della povertà generata dallo stesso sistema economico attuale.

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