Le specie ittiche aliene: l’impatto sulla biodiversità nativa

L’introduzione delle specie esotiche è considerata una delle principali cause della perdita di biodiversità a livello globale. Nel caso della fauna ittica che popola le acque interne questo rischio risulta particolarmente elevato, in quanto tali ambienti sono caratterizzati da un notevole grado di isolamento che pone agli organismi che ci vivono delle difficoltà maggiori rispetto a quelli che popolano le terre emerse o l’ambiente marino.
21 Marzo 2020
Micron

di Antonella Carosi, Massimo Lorenzoni, Università degli Studi di Perugia

L’introduzione delle specie esotiche è considerata una delle principali cause della perdita di biodiversità a livello globale. Nel caso della fauna ittica che popola le acque interne questo rischio risulta particolarmente elevato, in quanto tali ambienti sono caratterizzati da un notevole grado di isolamento che pone agli organismi che ci vivono delle difficoltà maggiori rispetto a quelli che popolano le terre emerse o l’ambiente marino. L’Italia è una delle aree più importanti per la conservazione della biodiversità ittica, grazie alla presenza di un numero elevato di specie endemiche (Smith and Darwall, 2006). Le specie ittiche endemiche, infatti, essendo distribuite su un territorio limitato, sono potenzialmente esposte a maggiori rischi di estinzione.
La regione Umbria è particolarmente ricca di tali specie con range di distribuzione particolarmente ristretto (Kottelat and Freyhof, 2007). Questa caratteristica è giustificata dal fatto che in Italia sono presenti due distinti distretti ittogeografici, il Padano-Veneto e l’Italico-Peninsulare, ciascuno caratterizzato da peculiari comunità ittiche. I due distretti si sono venuti a creare sulla base di processi di dispersione avvenuti nel corso delle passate ere geologiche, che han-no determinato l’attuale distribuzione della fauna ittica sul territorio italiano. Il distretto Italico-Peninsulare, che inte-ressa i bacini tirrenici dell’Italia centrale e l’intera Italia me-ridionale, è caratterizzato dalla presenza di un set di specie ittiche con range di distribuzione più o meno ampio, che si sovrappongono parzialmente in Umbria, dove il bacino del Tevere funge da centro di connessione.

Le specie endemiche più rappresentative di questa area sono: la trota mediterranea Salmo cettii Rafinesque, 1810, il barbo tiberino Barbus tyberinus (Bonaparte, 1839), la rovella Rutilus rubilio (Bonaparte, 1837), il cavedano etrusco Squa-lius lucumonis (Bianco, 1982) e il ghiozzo di ruscello Padogobius nigricans (Canestrini, 1867). In particolare, i range di queste ultime due specie risultano particolarmente ristretti e limitati alla sola parte tirrenica e settentrionale, che rappresenta un sottoinsieme del distretto Italico-Peninsulare (distretto Tosco-Laziale) (Giannetto et al., 2013). Tutte le specie tipiche del distretto Italico-Peninsulare sono di elevato interesse conservazionistico e collocate nelle più alte categorie di rischio di estinzione delle Liste Rosse dell’IUCN (2019): Squalius lucumonis è considerato a rischio critico, mentre Padogobius nigricans e Barbus tyberinus sono elenca-te tra le specie vulnerabili (Rondinini et al., 2013).

L’introduzione di specie ittiche aliene rappresenta uno dei principali fattori di minaccia per la loro conservazione, in quanto può causare l’estinzione delle specie endemiche e quindi portare alla riduzione della biodiversità nativa (Simberloff, 2010; Mej‭a-Mojica et al., 2015; Smith et al., 2015). Recenti studi sugli ecosistemi acquatici della regione mediterranea hanno dimostrato che l’introduzione delle specie alloctone influenza negativamente la funzionalità delle comunità ittiche (Marr et al., 2013).Nei corpi idrici del bacino umbro del fiume Tevere sono presenti in totale 37 specie esotiche, che rappresentano il 77,10% delle specie totali. Di queste, 10 risultano traslocate, cioè provenienti da altri bacini italiani, mentre le restanti 27 sono trapiantate e provengono da bacini esteri.
Poche sono le introduzioni compiute in modo volontario e consapevole dall’uomo, mentre nella maggior parte dei casi le immissioni appaiono conseguenti alla pratica dei ripopolamenti non autorizzati a favore della pesca sportiva, con molte specie invasive giunte nel Tevere confuse nel materiale da semina. I dati raccolti nell’ambito della Carta Ittica Regionale dell’Umbria hanno consentito di analizzare i pattern di diffusione delle specie esotiche e di valutare gli impatti sulle comunità ittiche native (Lorenzoni et al., 2010; Carosi et al., 2015, 2017a).

Alcune specie esotiche recentemente introdotte da bacini esteri, come la pseudorabora Pseudorasbora parva (Temminck & Schlegel, 1842), il barbo del Danubio Barbus barbus (Linnaeus, 1758) e il carassio dorato Carassius auratus (Lin-naeus, 1758) hanno manifestato una particolare invasività grazie all’ampia valenza ecologica, l’elevata prolificità e la capacità di diversificare lo spettro alimentare, rappresen-tando una seria minaccia per le specie native, con le quali spesso si innescano fenomeni di esclusione competitiva (Carosi et al., 2016, 2017b, 2017c). Nel caso dell’introduzione della trota atlantica Salmo truttaLinnaeus, 1758, del barbo del Danubio e del luccio europeo Esox lucius Linnaeus, 1758, all’interazione competitiva con le specie autoctone si sommano gli effetti negativi dovuti all’ibridazione introgressiva con conseguente inquinamento genetico delle popolazioni native (Lorenzoni et al., 2019). Particolare attenzione desta il fenomeno delle traslocazioni, cioè delle introduzioni nel bacino del Tevere di specie ittiche provenienti da altri distretti ittio-geografici italiani, come il ghiozzo padano Padogobius bonelli (Bonaparte, 1846) e la lasca Protochondrostoma genei (Bonaparte, 1839); in questo caso le specie aliene provengono da corsi d’acqua con caratteristiche ambientali simili e ciò rende più facile la loro rapida naturalizzazione che può andare a discapito delle specie native (Carosi et al., in press).

L’INTRODUZIONE DEL CARASSIO NEL LAGO TRASIMENO
Il carassio dorato Carassius auratus (Linnaeus, 1758) è una specie originaria dell’Asia orientale introdotta involontaria-mente nel lago Trasimeno nel 1988 con i ripopolamenti di giovani esemplari di carpa Cyprinus carpio Linnaeus, 1758, dalle quali i carassi sono difficilmente distinguibili (Ghetti et al., 2007). La grande capacità di tollerare condizioni ambien-tali estreme, insieme alla elevata fecondità e all’ampio spet-tro alimentare rendono il carassio una specie estremamente invasiva. Inoltre, l’elevato tasso di accrescimento consente alla specie di raggiungere rapidamente dimensioni tali da sfuggire ai predatori ittiofagi (Lorenzoni et al., 2007).

Dopo un primo periodo di acclimatazione, durato fino alla seconda metà degli anni ’90, il carassio ha fatto registrare una tale esplosione demografica da divenire una delle specie più ab-bondanti nella comunità ittica del lago. La sua espansione è stata molto probabilmente favorita dall’abbassamento dei livelli idrologici conseguenti alla crisi idrica che ha caratterizzato il Trasimeno nell’ultimo periodo. La massiccia presenza del carassio dorato va quindi a peg-giorare le condizioni di una comunità ittica in un ecosistema già in crisi; ciò influenza negativamente le abbondanze delle specie ittiche d’importanza commerciale con ripercussioni sulla pesca professionale, in quanto la specie non riveste un’elevata importanza economica.
La sua presenza, al contrario, comporta difficoltà e disagi nelle operazioni di cattura e di raccolta del pesce e danneggia irreparabilmente le reti. Inoltre, la specie non è di interesse per la pesca sportiva. I meccanismi attraverso i quali si esplica l’impatto negativo sulle specie native riguardano: la dieta onnivora che include uova, avannotti e adulti di specie native (Morgan et al., 2004), la competizione per il cibo e altre risorse, l’intorbidimento delle acque conseguente al particolare modo di alimentarsi del carassio, che succhia il cibo dal fondo, oppure all’aumento dell’attività predatoria esercitata sullo zooplancton.
Nel lago Trasimeno l’aumento dell’abbondanza delle popolazioni di carassio, che rappresenta il 73,23% del pescato totale, è stato correlato con il decremento dell’abbondanza dell’endemico luccio italico Esox cisalpinus Bianco e Delmastro, 2011, un pesce predatore che caccia “a vista” e ha bisogno di acque trasparenti per poter avvistare le sue prede (Lorenzoni et al., 2010). Per tali motivi è considerato una seria minaccia per le comunità ittiche indigene, tanto da essere oggetto di programmi di contenimento ed eradicazione. È possibile ipotizzare che gli impatti negativi possano accentuarsi in futuro a causa dei cambiamenti climatici globali. Una recente ricerca condotta in collaborazione con il “Centro Cambiamenti Climatici e Biodiversità nei laghi e nelle aree umide” di Arpa Umbria ha dimostrato che le conseguenze del riscaldamento globale sul lago Trasimeno, in termini di aumento della tempera-tura e decremento di trasparenza e livelli idrometrici, sono particolarmente evidenti e influenzano la struttura e il funzionamento dell’intero ecosistema, con effetti negativi sulla comunità ittica (Carosi et al., 2019).

Bibliografia di riferimento

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