Le tigri di Lingnan e l’erosione della biodiversità

La vicenda accaduta a fine Settecento a Lingan, in Cina, ci ricorda che gli ecosistemi hanno relazioni interne estremamente delicate e complesse e ogni modifica porta a risultati quasi sempre imprevedibili, anche in termini di rapporto tra le specie. È una vicenda che parla al nostro presente: se riduciamo le aree di natura selvaggia, dobbiamo attenderci l'arrivo delle tigri. E non (non solo) quelle in carne e ossa.
Pietro Greco, 24 Agosto 2020
Micron
Giornalista e scrittore

Gli umani avevano sempre convissuto con le tigri, lì nella regione cinese di Lingnan, che letteralmente significa “a sud dei monti Nanling”. Non che gli uni non fossero pericolosi per le altre e viceversa. Ma le tigri battevano le foreste e loro, gli umani, abitavano villaggi fuori dai boschi. Poi, sul finire del Settecento, le cronache iniziarono a segnare un crescente attacco dei felini agli insediamenti umani. Molte furono le vittime, tra gli uni e le altre. Pochi si chiesero: perché? Come mai all’improvviso le tigri hanno cercato e attaccato gli umani? La domanda restò senza risposta, anche perché nel volgere di pochi decenni le tigri si erano sostanzialmente estinte. I felini avevano perduto la guerra.

Oggi, a un quarto di millennio di distanza, siamo in grado di rispondere a quelle domande. Lo ha fatto Robert Marks in un libro, Tigers, Rice, Silk and Silt. Environment and Economy in Late Imperial South China, pubblicato nel 1996 con la Cambridge University Press. Nella seconda metà del XVIII secolo la crescita della popolazione umana nella regione di Lingnan aveva superato i limiti della sostenibilità. Era scattata, per così dire, la “trappola malthusiana”: più bocche da sfamare e sempre meno terra per soddisfare quel bisogno primario. Il riflesso condizionato è inevitabile: ariamo più terra. E per farlo abbattiamo più foresta. Così caddero a terra alberi per 25.000 chilometri quadrati.

Nessuno aveva messo in preventivo che le tigri che abitavano quelle foreste ne avrebbero risentito. Ciascuno di quei maestosi felini ha bisogno anche di 100 chilometri quadrati di foresta, per sopravvivere. Se quella foresta gliela togliete, loro, le tigri, non hanno alternativa: cercano il cibo lì dov’è, nei villaggi degli umani.

Per questo gli attacchi delle tigri superstiti cominciarono iniziarono a riempire le cronache redatte dagli umani. Fu un tentativo disperato, il loro. Perché senza foreste le tigri non poterono vivere a lungo e si estinsero, lì nella regione del Lingnan. Oggi, che ci risulti, in alcune aree protette ve ne sono solo alcuni esemplari.

Quello che vi abbiamo proposto è un esempio – uno tra i tantissimi possibili – del rapporto tra uso umano del suolo e biodiversità. È ormai documentato che proprio la perdita degli habitat naturali a causa delle azioni umani – la deforestazione e non solo – è la causa di un terzo di tutte le estinzioni di animali verificatesi tra il 1600 e il 1992. Mentre la rivista Nature ci ha recentemente ricordato che secondo un rapporto della Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services almeno mezzo milione di specie – il 9% di tutte le specie di animali terrestri – sta in questo momento soffrendo una diminuzione potenzialmente mortale del proprio habitat naturale.

Il rapporto tra suolo disponibile e specie animali è stato definito oltre un secolo e mezzo fa ed è diretto: meno area a disposizione minore sono le specie. Se un ecosistema perde la metà del suo areale, perde anche la metà delle sue specie. Questa teoria assume che in un’unità di suolo (per esempio, un chilometro quadrato) c’è sempre, mediamente, il medesimo numero di specie. Così se un ecosistema di 100 chilometri quadrati con 10.000 specie diverse viene ridotto a 50 chilometri quadrati, ecco che il numero di specie si riduce a 5.000.

Troppo semplice. Questa teoria non tiene conto di una delle caratteristiche fondamentali degli ecosistemi: l’interdipendenza. Cosicché il rapporto tra area a disposizione e numero di specie non è affatto così lineare. In realtà, sostiene un recente studio pubblicato da Chase e colleghi sulla stessa Nature, ci sono almeno tre diverse possibilità per le specie animali quando l’area a disposizione si riduce. La prima è quella canonica: una diminuzione proporzionale delle specie, che non produce però alcuna alterazione nel rapporto tra le specie. Una seconda possibilità è che diminuendo l’area a disposizione anche la densità delle specie diminuisce: insomma, si estinguono più specie del previsto, l’area perde biodiversità pur senza registrare alterazioni nel rapporto tra le specie. Ma quando si riduce l’area di un habitat succede quello che fu registrato a fine Settecento nel Lingnan: le specie emigrano e, come le tigri, cercano altri habitat. Le tigri non riuscirono a imporsi nel nuovo habitat lì, nel Lingnan. Ma molte specie ci riescono, cosicché può succedere che la diminuzione dell’area a disposizione di un ecosistema può produrre non solo una diminuzione proporzionale delle specie, non solo una diminuzione della densità delle specie (numero di specie per unità di area), ma anche un completo scombussolamento dell’antico rapporto tra le specie, con nuovi vincitori e nuovi vinti.

Dovevamo attenderceli i risultati ottenuti dal gruppo di Chase studiando 120 ecosistemi sparsi nel mondo, proprio perché sapevamo che gli ecosistemi hanno relazioni interne estremamente delicate e complesse. Ogni modifica porta a risultati quasi sempre imprevedibili.

Un fatto è certo. Se riduciamo le aree di natura selvaggia, dobbiamo attenderci l’arrivo delle tigri. Non solo quelle in carne e ossa, s’intende. Ma anche di quelle metaforiche. È l’erosione degli habitat, per esempio, che ci espone con sempre maggiore frequenza all’aggressione di nuovi patogeni, proprio come ha esposto a fine Settecento i contadini del Lingnan all’aggressione delle tigri.

Loro seppero difendersi, a scapito dei grandi felini. Noi non abbiamo ancora imparato a difenderci dai microscopici aggressori. Pur conoscendo, ormai, qual è la prima difesa: smettere di abbattere foreste e sottrarre suolo alla natura selvaggia.

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