L’economia circolare delle mosche

Entrano nelle nostre case, si appoggiano dove preferiscono, volano intorno alle nostre teste con il caratteristico ronzio e infine escono. Questi insetti, apparentemente inutili, potrebbero in futuro servire per adempiere l’obiettivo numero 12 degli Human Development Goals, che invoca il consumo e la produzione responsabile del cibo.
Giulia Annovi, 18 Ottobre 2016
Micron
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Giornalista scientifica

Entrano nelle nostre case, si appoggiano dove preferiscono, volano intorno alle nostre teste con il caratteristico ronzio e infine escono. Ma a cosa servono le mosche? Questi insetti, apparentemente inutili, potrebbero in futuro servire per adempiere l’obiettivo numero 12 degli Human Development Goals, che invoca il consumo e la produzione responsabile del cibo.
«Dobbiamo produrre di più e meglio.
Con meno.» Cioè dobbiamo sfruttare meno risorse e generare meno rifiuti e inquinamento, ma al contempo fornire più cibo a una popolazione che cresce. Con questi ritmi nel 2050 saremo 9,6 miliardi su questo pianeta. Le terre e le risorse che abbiamo a disposizione andrebbero triplicate per nutrire tutti. In particolare, secondo la FAO,  entro il 2030 crescerà del 72% il consumo di proteine derivate da carne e pesce, i cibi tipici delle popolazioni che raggiungono un certo sviluppo economico.
I paesi emergenti faranno sentire il carico dei loro bisogni alimentari in tal senso e le aree agricole dedicate alla produzione di mangimi dovrebbero aumentare la loro estensione di 200 volte per sopperire alle richieste di cibo di origine animale.
Oggi già l’80% dei terreni coltivati è sfruttato per produrre mangimi. Come liberare parte di questi terreni per iniziare a produrre frutta e verdura adatti all’alimentazione dell’uomo? Secondo il progetto europeo ProteInsect la risposta potrebbe venire proprio dagli insetti. E per l’Europa l’introduzione degli insetti potrebbe rappresentare un modo per ridurre l’importazione di mangimi, che oggi compre il 70% del fabbisogno di cibo per allevamenti dell’intero continente. C’è un gran bisogno di rimpiazzare le importazioni con risorse Europee.
Come unire la necessità di produzione di cibo per gli allevamenti e l’eliminazione dell’enorme quantità di rifiuti organici (l’Europa ne produce 88 milioni di tonnellate all’anno) a cui si aggiunge  anche lo scarto degli allevamenti stessi (1,4 miliardi di tonnellate annue)?
A chiudere il cerchio ci pensano le mosche. Le mosche si possono catturare creando un substrato imbibito di latte e da qui si possono raccogliere le uova. Queste ultime, se seminate all’interno delle deiezioni dei maiali e mantenute a 25°C, si sviluppano in larve complete nel giro di 5 giorni.
Sembra strano che esserini così piccoli possano essere nutrienti, eppure «le larve hanno un contenuto proteico che le rende adatte a sostituire le tradizionali fonti proteiche, come le farine di pesce o le farine vegetali», ha detto Rosie Pryor, durante il suo intervento alla conferenza European Open Science Forum 2016 di Manchester.
Queste larve, se opportunamente trattate, sono un’ottima fonte di proteine altamente digeribili per pesci, polli e maiali. «La farina di larve può sostituire il 50% del cibo di cui si nutrono i salmoni in allevamento, mentre nei maiali non sono state rilevate differenze nella crescita degli animali, così come nei polli», ha sottolineato la Pryor.
Per ottenere una qualità buona e una quantità sufficiente di sostanze nutritive, è importante scegliere l’insetto di origine, il substrato di cultura e soprattutto ottimizzare le modalità di estrazione. Per ora sono stati sperimentati metodi fisici, chimici e enzimatico-fermentativi, valutando la qualità, la sicurezza e il costo della procedura. Il metodo migliore si è rilevata la bollitura, seguita dall’essiccazione delle larve. E poi basta macinare il prodotto trattato, per ottenere una farina adatta agli allevamenti.
L’analisi del valore nutrizionale è utilissimo per capire quale substrato organico rende le larve più ricche di proteine migliori, così come è importante valutare i metodi di estrazione per ottenere la massima concentrazione di nutrienti. Finora il contenuto proteicodelle farine di mosca varia dal 37,5 al 63,1% ed è maggiore nelle femmine che nei maschi.
Se l’ottimizzazione della tecnica è ancora in corso, il progetto è considerato realizzabile. Tant’è che sono state avviatesperimentazioni in tre diversi continenti per meglio adattare il processo alle esigenze locali: ci sono laboratori in Belgio e Gran Bretagna, in Cina, in Ghana e Mali.
Il problema è farlo entrare nella pratica degli allevatori; controllare che non ci siano rischi di allergie, infezioni, accumulo di residui chimici; farlo riconoscere dalle autorità regolatorie, come la Europan Food Security Agency (EFSA); e, infine, farlo entrare nelle legislazioni europee e non solo.
Perché ciò avvenga, il progetto ha cercato di sostenere l’analisi dell’interno ciclo di vita del cibo a base di insetti, dalla sua produzione fino al consumo. Nello stesso tempo è stata fatta una mappatura delle legislazioni a livello globale, per comprendere quali aspetti vanno rinforzati al fine di assicurare la sicurezza e la qualità alimentare.
In tale processo la capacità di fare rete è stata di grande valore. In Europa, la legislazione 1069/2009 considera gli insetti come animali da allevamento per la produzione di proteine animali processate, ma certo non è possibile nutrirli con rifiuti organici né tanto meno darli in pasto a animali destinati all’alimentazione umana. Nel 2013 la Comunità Europea ha ammesso gli insetti come nutrimento per l’acquacoltura, del resto i pesci mangiano in natura le mosche. Tuttavia la procedura per l’introduzione di questo cibo negli allevamenti è complessa e poco affrontabile nel corso del ciclo produttivo.
L’EFSA ha invece sollevato il problema dell’accumulo di metalli pesanti o di arsenico nel cibo, o il rischio di infezioni alimentari in seguito all’introduzione delle proteine derivate da insetti.
Tutti questi aspetti costituiscono un freno per l’introduzione delle mosche nel ciclo alimentare, anche se i rischi finora individuati sono del tutto sovrapponibili a quelli presenti nelle farine tradizionali.
Del resto l’Europa non ha ancora l’abitudine di trovarsi gli insetti in tavola. Gli europei hanno ancora in mente le conseguenze delle farine animali con cui erano stati nutriti gli allevamenti bovini che si sono ammalati di “mucca pazza”. È necessario chiedersi se l’introduzione di tali farine può costituire un problema. «Nella diffusione di una cultura degli insetti come cibo per il futuro è fondamentale il supporto dei media» ha detto la Pryor. «E di fondamentale importanza sono tutte le dimostrazioni in cui il cibo a base di insetti viene fatto assaggiare direttamente alle persone».
Sì, perché per ora il progetto ProteInsect si sta concentrando sulla nutrizione animale, ma poi potrebbe essere trasferito all’uomo.
È stato fatto anche un sondaggio atto a valutare l’impatto di questo cibo nella società e c’è una buona accettazione da parte del consumatore dell’uso di farine derivate da insetti nella nutrizione degli allevamenti. «Il 73% delle persone ha detto che consumerebbe cibo nutrito con mosche. Del resto molto spesso il consumatore non sa con quale cibo è stato nutrito il pollo che compra al supermercato».

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