L’economia globale del panda

È il simbolo degli animali a rischio di estinzione. Eppure i progetti messi in atto dagli anni ’90 per la conservazione del panda gigante sono stati spesso criticati. Il motivo? Un costo davvero esorbitante, che per molti poteva essere investito per salvare tantissime altre specie dall’estinzione. Ma un nuovo studio pubblicato su Current Biology dimostra proprio il contrario.


Micron
Giornalista scientifica

È il simbolo degli animali a rischio di estinzione. Eppure i progetti messi in atto dagli anni ’90 per la conservazione del panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) sono stati spesso criticati. Il motivo? Un costo davvero esorbitante, che per molti poteva essere investito per salvare tantissime altre specie dall’estinzione. Eppure un nuovo studio pubblicato su Current Biology dimostra proprio il contrario. Il capitale speso per istituire e mantenere le attuali 67 riserve cinesi dedicate a questi ursidi non sono “soldi buttati”. Anzi, producono da 10 a 27 volte il valore monetario investito, tanto che potrebbe addirittura valere la pena espanderle.
La storia della conservazione del panda è lunga e inizia negli anni ’60-‘70, quando il WWF lo scelse come suo simbolo e in Cina fu istituita una delle prime aree protette: la Wolong National Nature Reserve. Ma è negli ultimi trent’anni che si sono intensificati gli sforzi per la salvaguardia di questa specie. Dagli anni ’90, infatti, sono stati creati alcuni centri di riproduzione in cattività, fondate nuove riserve ed è stata attuata la reintroduzione di alcune specie di bambù. Salvare il panda dall’estinzione, comunque, sembrava un’impresa impossibile: la sua dieta è costituita al 99% da bambù, in particolare dai germogli della pianta, raggiunge tardi la sua maturità sessuale, gli accoppiamenti sono molto rari e la femmina si prende cura solo di un cucciolo alla volta.
Ma nonostante le numerose difficoltà, gli sforzi sono stati premiati. Nel 2016 il panda gigante è stato declassato nelle famose Red List dell’IUCN, passando da “minacciato” a “vulnerabile”. E oggi si contano più di 1800 panda in tutto il mondo, di cui oltre 1200 vivono nelle riserve cinesi.
E proprio su queste riserve e sulla popolazione di panda giganti che vivono qui, verte lo studio apparso su Current Biology, realizzato da un team guidato da Fuwen Wei dell’Accademia Cinese delle Scienze. Il gruppo ha preso in considerazione i dati disponibili dai quattro sondaggi nazionali su larga scala del 1980, 1990, 2000 e 2010. E già da subito ha notato che mentre dal 1980 al 1990 l’habitat del panda si è ridotto quasi del 70%, dal 1990 al 2010, con il China National Conservation Project (NCPGPH) si è riusciti a raddoppiare gli ettari protetti dedicati a questa specie (+105,4%), arrivando così a istituire 67 riserve che coprono una superficie di oltre 33.000 km2.
Per capire dunque se c’è effettivamente un ritorno per questo immane sforzo di conservazione, il gruppo di ricercatori guidati da Wei ha misurato il valore dei servizi ecosistemici prodotti da queste riserve. E per farlo ha utilizzato la Common International Classification of Ecosystem Services, che considera appunto i servizi di approvvigionamento e di regolazione (P&R) e il valore culturale. Per esempio, le riserve dedicate ai panda offrono alle popolazioni locali una varietà di servizi P&R, come la depurazione dell’acqua, la formazione del suolo, la calibrazione del ciclo dei nutrienti, ma anche la produzione di coltivazioni, di legna da ardere e l’allevamento di animali da pascolo. Senza contare il valore culturale, educativo, turistico e ricreativo delle riserve.
Secondo le stime fatte dal team, il valore totale dei servizi ecosistemici P&R generati da queste riserve è pari, in media, a 632 dollari all’anno per ogni ettaro. E il calcolo è presto fatto. Se nel 1980 le riserve istituite all’epoca generavano 562 milioni di dollari all’anno in servizi P&R, nel 2010 gli oltre 33.000 ettari hanno prodotto in media quasi due miliardi di dollari all’anno. A questi vanno aggiunti poi i servizi culturali, tra cui la produzione e l’uso di fotografie, video, loghi e prodotti commerciali. Il panda gigante è diventato infatti il simbolo di un certo numero di organizzazioni non governative che si occupano di conservazione, primo tra tutti il WWF. È stato poi utilizzato per dare il nome a catene di ristoranti (Panda Express), come personaggio in film (Kung Fu Panda) e videogiochi (World of Warcraft) o in serie di documentari TV (BBC’s Wild China). Così, se i servizi culturali nel 1980 producevano 401 milioni di dollari, nel 2010 ammontavano a 709 milioni. Tanto che, secondo gli autori, se l’immagine del panda fosse un marchio registrato, come Mickey Mouse, è probabile che solo la vendita di questi prodotti culturali potrebbe facilmente generare un giro d’affari sufficiente per supportare l’intero programma di conservazione del panda in Cina.
Complessivamente, quindi, il valore totale dei servizi ecosistemici forniti dai panda giganti e dalle loro riserve è passato da 963 milioni di dollari all’anno nel 1980 a 2,61 miliardi l’anno nel 2010. E in futuro potrebbe migliorare ancora. Il team ha infatti stimato il rapporto costi/benefici dei progetti di conservazione dei panda in Cina nei prossimi 20 anni, considerando quattro diversi scenari. Dal primo che prevede di lasciare inalterato lo stato delle riserve attuali, all’ultimo che prevede di aumentarne le dimensioni del 15%. E la sorpresa è stata che mentre i costi subirebbero un lievissimo aumento, i benefici sarebbero molto maggiori, soprattutto grazie ai servizi culturali. Così se la situazione attuale ha un rapporto costi/benefici di 10.2, a seconda dello scenario previsto si potrebbe arrivare ben oltre gli 11 punti solo con i servizi P&R e a 27 aggiungendo il valore culturale che, da solo, nel 2010 ha generato oltre 5 miliardi di dollari all’anno. Dunque secondo Wei, autore dello studio, le riserve dedicate al panda offrono molti più benefici, di quanti siano i costi. Wei spera così di aver messo a tacere una volta e per tutte le lamentele sulle cifre investite per la conservazione del panda gigante, e anzi – rimarca – «questo studio dovrebbe fornire un’ulteriore motivazione per le persone a continuare a sostenere la conservazione dei panda, per determinarne il recupero definitivo. Ma forniscono anche una solida giustificazione economica a intraprendere nuovi progetti per la conservazione di altre specie».

LA QUESTIONE DEGLI ZOO
Dalla metà degli anni ’80 la Cina ha interrotto la cosiddetta “panda-diplomacy”: l’abitudine di regalare esemplari ai governi giapponesi e americani per mantenere buoni rapporti. In compenso, dal 1984, la Repubblica Popolare Cinese ha iniziato a concedere alcuni esemplari agli zoo di altre nazioni solo con contratti di prestiti decennali, con un “fitto” molto oneroso: un milione di dollari all’anno. La metà dei quali sono impegnati per la gestione delle riserve dal governo cinese. In ogni caso, per gli zoo, la situazione economica è un po’ diversa e quindi non è contemplata direttamente in questo studio che, appunto, si è occupato solo delle riserve cinesi. C’è da sapere, però, che in totale i panda ospitati nelle strutture di tutto il mondo sono oltre 400, molti fanno parte di progetti di riproduzione in cattività e tutti sono proprietà del governo cinese. Inoltre per ogni cucciolo nato in queste strutture, gli zoo pagano al governo cinese altri 400.000 dollari e dopo 2 anni al massimo i cuccioli devono essere trasferiti in Cina. A questo “fitto”, poi, vanno aggiunti i costi per le spese veterinarie e per l’alimentazione di questi animali che ammontano, in media, a un altro mezzo milione di dollari.
Ma anche in questo caso il gioco sembra valere la candela. Solo per fare qualche esempio a onor di cronaca, il primo panda gigante arrivato in Giappone 46 anni fa, nel 1974, riuscì ad attrarre 7 milioni e 640 mila visitatori nello zoo di Ueno. Un record ancora imbattuto. Ma la stessa “panda-mania” continua anche ai giorni nostri. Il 9 luglio del 2005 allo Smithsonian’s National Zoo, nacque Tai Shan. Ebbene, solo nel primo anno di vita del cucciolo, la webcam installata appositamente per osservare il nuovo nato ha registrato 21 milioni di visite. Mentre le vendite di oggetti di merchandising allo zoo sono raddoppiate nel giro di un anno: sono passate da 1,7 milioni di dollari a 3,3 milioni di dollari ad appena sei mesi dalla nascita del piccolo.
La storia più recente, invece, riguarda l’ultimo cucciolo di panda gigante nato a Tokyo nel 2017: Xiang Xiang, ovvero “fragranza” in cinese. Xiang Xinag, a soli sei mesi di vita, è stato in grado di far ricevere allo zoo di Tokyo oltre 245.000 richieste da parte dei visitatori. Tutte per la giornata di presentazione al pubblico della new-entry. Tanto che lo zoo ha dovuto organizzare con largo anticipo una lotteria online, decidendo di accogliere solo 2.000 presenze giornaliere per un mese. Infine, in un anno di vita, questo baby-panda ha attirato più di 5 milioni e mezzo di visitatori, generando un volume d’affari totale di 242 milioni di dollari.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X