L’estinzione profonda del pesce spatola cinese

Inquinamento, pesca, dighe e sviluppo industriale lo hanno fatto sparire dalle acque del grande Fiume Giallo e dei laghi in cui viveva. Ma quella del pesce spatola cinese non è un’estinzione qualsiasi: è una ferita lancinante, la perdita di un patrimonio biologico assai più prezioso della media.

Massimo Sandal, 14 Gennaio 2020
Micron
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Biologo e giornalista scientifico

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Una delle prime estinzioni confermate nel 2020 – ma in realtà avvenuta prima, perché le conferme avvengono sempre anni e anni a posteriori: probabilmente tra il 2005 e il 2010 – è quella del pesce spatola cinese, Psephurus gladius, che fino agli anni ‘70 veniva pescato a tonnellate nello Yangtze, il Fiume Giallo. A tonnellate finché è durato, perché poi è stato pescato fin quasi a esaurirlo: al resto ci ha pensato la frammentazione del fiume, spezzato dalle dighe (quella di Gezhouba, inaugurata nel 1981, che ha diviso il suo habitat in due, e poi quella delle Tre Gole pochi anni dopo). Barriere letali per un pesce che, come i salmoni, si muoveva tra il fiume e il mare nel suo ciclo vitale. A questo si aggiunge lo sviluppo urbanistico e industriale lungo le rive con conseguente inquinamento, l’intensa navigazione e anche l’acquacoltura. Secondo lo studio che ne annuncia formalmente la probabile estinzione, in realtà il pesce spatola era condannato fin dal 1993: la popolazione a quel punto era “funzionalmente estinta”, incapace di risollevarsi. L’ultimo avvistamento è del 2003. Diciassette anni dopo ne ratifichiamo la fine.

Ogni specie è unica, ma il valore di questo patrimonio è diverso per ciascuna. Quella del pesce spatola non è un’estinzione qualsiasi: è una ferita lancinante. È la perdita di un patrimonio biologico assai più prezioso della media. Innanzitutto perché di pesci come questo ce n’erano pochi. Il pesce spatola cinese era uno dei più grandi pesci d’acqua dolce del pianeta. Raggiungeva regolarmente i tre metri ma ci sono notizie di pesci spatola lunghi sette metri e pesanti una tonnellata, dimensioni che nei fiumi riesce a raggiungere solo un suo parente stretto, lo storione beluga. Era un raro gigante in un ambiente, le acque dolci, che non è noto per la sua megafauna.

Ma, soprattutto, il pesce spatola era un collegamento col tempo profondo. Di per sé i pesci spatola esistono almeno dal primo Cretaceo, 125 milioni di anni fa, in piena epoca dei dinosauri. I pesci spatola però ci portano ancora più lontano. Assieme gli storioni sono gli unici membri viventi dei Condrostei, un gruppo che si è separato dagli altri pesci ossei circa quattrocento milioni di anni fa. I loro fratelli, i Neopterigi, e in particolare il sottogruppo dei Teleostei, a cui appartengono quasi tutte le specie di i pesci oggi esistenti, sono il singolo gruppo di vertebrati più di successo sulla Terra. Rispetto alle ventimila e oltre specie di teleostei, i bizzarri Condrostei non sono mai stati molto diffusi, ma nel passato hanno incluso una discreta varietà biologica e di forme. Parlando di pesci ossei, i pesci spatola sono quindi un po’ come gli ornitorinchi, animali remoti e bizzarri, una volta diffusi e oggi ridotti a poche specie superstiti, che ci dicono qualcosa di importante sull’evoluzione. Ne persistono meno di trenta specie, tutte storioni tranne i due pesci spatola, quello cinese (ora estinto) e quello americano. Questa manciata di specie è tutto quello che abbiamo di vivente per ricostruire come i pesci ossei dominanti, i teleostei, si siano evoluti dai loro immediati progenitori, quando e quali caratteristiche abbiano acquisito e in che punto della loro evoluzione.

Tra le curiose caratteristiche dei Condrostei, inclusi i pesci spatola, c’è lo scheletro cartilagineo, come quello gli squali, ma non è una caratteristica primitiva. Mentre i teleostei hanno alleggerito le ossa e modificato le squame per guadagnare agilità e diventare svelti cacciatori e nuotatori, i Condrostei si sono sviluppati in modo più radicale: semplicemente hanno evoluto nuovamente uno scheletro di cartilagine, eliminando l’osso, e hanno perso le squame. Così facendo sono tornati a somigliare vagamente ai loro progenitori come gli squali, ma il loro aspetto “arcaico” è in realtà un adattamento non altamente evoluto. Viceversa, i pesci spatola hanno mantenuto un dono dei loro progenitori: il senso per i deboli campi elettrici, utile per cercare cibo e prede nelle acque fangose. Questo senso è stato perso nei loro fratelli neopterigi, che lo hanno poi ri-evoluto indipendentemente. È grazie ai Condrostei – e in particolare al pesce spatola americano – se abbiamo un’idea della complessa storia di come i pesci hanno guadagnato e perso la capacità di sentire i campi elettrici.

I Condrostei sono inoltre un raro esempio, nel regno animale e specialmente nei vertebrati, di evoluzione per poliploidia, ovvero per raddoppiamento o ulteriore moltiplicazione del numero di cromosomi. Accade comunemente ad esempio nelle piante, ma di norma gli animali tollerano molto male uno sbalzo nel numero dei cromosomi. I Condrostei, inclusi i pesci spatola, invece sono riusciti a sopravvivere almeno a una duplicazione dell’intero genoma.

Il pesce spatola cinese è sempre stato il parente più sconosciuto ed enigmatico delle due specie di pesci spatola. Resta ora, unico sopravvissuto della sua antica famiglia, il più noto pesce spatola americano, Polyodon spathula. Quest’ultimo se la passa meglio anche se non benissimo; la Lista Rossa IUCN lo considera comunque vulnerabile. Anche il suo habitat nei fiumi americani, una volta comprendente tutto il bacino del Mississippi e a nord fino ai Grandi Laghi e al Canada, si è ristretto oggi ad alcuni affluenti dei fiumi Mississippi e Missouri, ed è in declino in gran parte dell’area dove vive. C’è di buono che, a differenza di quello cinese, il pesce spatola americano viene allevato con successo per il caviale, le carni e la pesca sportiva, e quindi c’è lunga esperienza su come preservarlo in caso si estinguesse nel suo ambiente naturale.

Del pesce spatola cinese non resta niente se non qualche esemplare seccato in un museo: non abbiamo campioni di tessuto vivente, congelato, che ci consentiranno un giorno l’ultimo disperato tentativo di una clonazione. È una parte della nostra storia evolutiva che, giunto a noi da un pozzo profondo centinaia di milioni di anni, abbiamo spezzato per sempre; uno dei tanti che recidiamo ogni giorno dai tempi del Pleistocene, senza saperlo finché non è troppo tardi.

Commenti dei lettori


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  1. Gianluca Bernardini
    Che amarezza profonda...
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