L’Europa sblocca il caso Xylella ma bisogna darsi da fare

Il difficile stallo in cui si è abissato il caso di Xylella fastidiosa, sembrerebbe oggi in via di soluzione. L’Avvocato generale della Corte di Giustizia Europea ha promosso le misure identificate dall'UE a favore del contenimento della diffusione dell'epidemia di Xyella. Per comprendere meglio il valore di questa potenziale svolta e la situazione cha ha portato lo stallo degli ultimi mesi, abbiamo intervistato Gian Paolo Accotto, Direttore dell'Istituto per la Protezione Sostenibile della Piante.
Giuseppe Nucera, 20 Maggio 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Il difficile stallo in cui si è abissato il caso di Xylella fastidiosa, sembrerebbe oggi in via di soluzione. Lo scorso 12 maggio l’Avvocato generale della Corte di Giustizia Europea, Yves Bot, ha promosso le misure identificate dall’UE, ormai un anno fa, a favore del contenimento della diffusione dell’epidemia di Xyella. Ossia lo sradicamento delle piante infette e l’abbattimento delle piante d’olivo potenzialmente ospiti in un raggio di 100 metri dagli alberi infetti. Procedure che a gennaio erano state bloccate dall’azione della Magistratura leccese, la quale aveva posto sotto sequestro gli ulivi in procinto di essere abbattuti.
La vicenda, ripresa anche in questi giorni da Nature, vede oggi con molta probabilità una rimessa in atto di tali procedure di contenimento dell’epidemia, così come richiesto dall’Europa.
Bisogna precisare, infatti, che pur non costituendo il parere dell’avvocatura una sentenza vera e propria, rappresenta con molta probabilità il preludio del giudizio della Corte, vista la storica uniformità con cui generalmente si pronuncia nei confronti delle conclusioni dell’Avvocatura generale.
Ma perché siamo arrivati a questa situazione? La Corte di Giustizia europea è stata chiamata a pronunciarsi dal Tar Lazio, che aveva deciso di rivolgersi a Bruxelles per stabilire se le misure varate dall’Italia, a seguito di una direttiva comunitaria, rispettassero i principi di precauzione, adeguatezza e proporzionalità. L’avvocato generale ha spiegato, nelle sue conclusioni, di “non ravvisare l’esistenza di una contraddizione tra le misure che impongono l’abbattimento e ulteriori ricerche scientifiche e trattamenti fitosanitari preventivi”. La Commissione si è rifatta a un parere dell’Efsa (European Food Safety Authority), sulla Xylella del 6 gennaio 2015 che ha “messo in evidenza l’esistenza di un rischio almeno potenziale” e “pertanto sufficiente a giustificare l’adozione di tali misure”.
Intanto, le ricerche scientifiche commissionate proprio dall’Efsa all’IPSP-Cnr hanno dimostrato che proprio il ceppo di Xylella fastidiosa trovato nel Salento è la causa del disseccamento degli olivi. Le ricerche di Bari hanno rivelato anche che alcune cultivar di olivo – tra cui Leccino, la cultivar principale della regione Toscana – hanno una tolleranza maggiore rispetto alle cultivar predominanti della Puglia.
Per comprendere meglio il valore di questa potenziale svolta e approfondire le scoperte scientifiche degli ultimi mesi, abbiamo intervistato Gian Paolo Accotto, Direttore dell’IPSP, l’Istituto per la Protezione Sostenibile della Piante.

Secondo Lei che valore ha la dichiarazione da parte dell’Avvocatura della Corte Europea che ha promosso le indicazione dell’Ue del maggio 2015?
In qualche modo è una prima misura dopo sei mesi di stallo, visto che da dicembre a oggi nessuna misura di contenimento è stata messa in atto seriamente contro la diffusione di Xylella. Uno stallo nato con il sequestro da parte della magistratura di Lecce di tutti gli alberi che rientravano nella lista di sradicamento e il provvedimento che ha messo sotto inchiesta dieci persone tra ricercatori e funzionari.
Speriamo possa essere un punto di svolta visto dato  il batterio infettivo di Xylella non può essere messo sotto “sequestro”, ma continua a diffondersi.

Sulla pubblicazione di Nature è visibile una mappa che mostra come l’area di contenimento si è raddoppiata in un solo anno, andando a interessare ora anche comuni della provincia di Taranto e di Brindisi.
Esattamente, la linea è ora a parecchi km più a nord, a seguito di nuovi focolai, ma non basta innalzare la linea. Ciò che andrebbe fatto è un contenimento messo in atto in modo serio, perché è chiaro che la malattia non può esser più sconfitta: in primis perché interessa un’area territoriale molto vasta; in secondo luogo perché la malattia non colpisce solo l’ulivo ma parecchi altri alberi e arbusti tra cui alcuni spontanei e alcuni coltivati. Eradicare completamente dal territorio il batterio non è più pensabile, ma cercare di contenerlo e limitare la sua diffusione, rallentandolo e nel frattempo lavorare per trovare delle misure di sopravvivenza delle culture pugliesi è la strada da percorrere oggi.

Si parla di contenimento e infezione ambientale. Come interviene in tal senso il fatto che il Salento sia una penisola?
Rende più facile il contenimento se si attuassero seriamente le misure indicate, visto che su tre lati abbiamo il mare.
Dall’altra parte, avere una punta nel mediterraneo con una malattia così importante è un serio rischio per gli altri paesi. E’ difficile contenere completamente il trasporto di materiali vegetali, nonostante i divieti di trasporto, qualcosa scappa sempre.
Infatti, vi è seria preoccupazione anche negli altri paesi  del sud Europa e del nord Africa, molti dei quali partecipano a ricerche su Xylella: ad esempio, è stato attivato da poco un progetto europeo di quattro anni che si chiama POnTE in cui ci sono 25 partner di 13 Paesi potenzialmente bersaglio di Xylella, tutti paesi che coltivano l’olivo ovviamente.
Per ora sappiamo che questo ceppo colpisce principalmente l’ulivo, può colpire anche il mandorlo o il ciliegio, ma sembrerebbe non in modo così grave, ma anche questi sono dati che richiedono anni di osservazione e verifica.

La Spagna sta collaborando alle ricerche fornendo alcuni esemplari di ulivi autoctoni per capire le eventuali reazioni a Xylella delle loro culture. Quello pugliese può diventare un caso di studio per prevenire e studiare l’eventuale diffusione del batterio nel mediterraneo?
Nella zona più a sud del Salento, dove la situazione è gravemente peggiorata nell’ultimo anno e dove si può oggi solo assistere a un panorama desolante di campi di ulivi morti, ormai non si può più pensare di eradicare la malattia ma soltanto di conviverci: qui ci sono delle sperimentazioni in corso, effettuate insieme ad associazione di agricoltori, con l’obiettivo di capire se, non potendo sconfiggere la malattia, possono esserci varietà di piante che riescono a resistere e a convivere, quindi produrre, nonostante la malattia.
Decine di piante giovani di ulivo di varietà diverse vengono impiantate in un ambiente ormai compromesso proprio per studiarne la loro reazione a Xylella. Tra queste varietà molte sono spagnole, la principale produttrice di olio, ma anche di altri paesi europei o di regioni italiane.
Dai primi risultati sembrano esservi alcune varietà di ulivo tolleranti al batterio: ciò significa che riescono a sopravvivere e a produrre olive nonostante siano infette dal batterio.  Per ora varietà davvero resistenti, cioè non infettabili, non ne sono state trovate.

L’accusa dei magistrati leccesi rivolta ai ricercatori era inizialmente proprio quella di aver introdotto in Puglia il ceppo di Xylella per scopi di ricerca Come gestire la percezione del rischio da parte del pubblico internazionale attorno a queste ricerche?
Quell’accusa ormai è ampiamente superata: chiunque abbia cerato di capire l’origine del ceppo di Xylella presente in Salento, i ricercatori indagati stessi prima, poi anche i ricercatori di altri centri e indipendenti, hanno riscontrato che c’è un unico ceppo in Salento e che non coincide con quello utilizzato nell’oramai famoso convegno del 2010 tenutosi in Puglia. Quell’accusa cade di sua natura, dunque.
Il ceppo è un altro ed è arrivato presumibilmente con l’introduzione in Europa di piante ornamentali originarie del Costa Rica.
Dopo che questo ceppo CODIRO è stato caratterizzato a livello genetico, si sono sviluppate delle tecniche molecolari rapide per identificarlo: si sono così attivati più controlli nelle piante introdotte in Europa, soprattutto per quelle provenienti dall’America Latina. Il controllo, infatti, è europeo e non nazionale, quindi viene effettuato sulle piante quando entrano in Europa, indipendentemente dal paese d’ingresso. Il porto di Rotterdam è quello dove arriva la stragrande maggioranza di materiale vegetale che poi viene distribuito in tutta Europa.  Dopo l’ingresso vige la libera circolazione delle merci.
Grazie agli studi in Puglia e all’identificazione del ceppo particolare CODIRO, sono state intercettate a livello europeo numerose piante provenienti dalla Costa Rica, dall’Honduras e qualche altro Paese dell’America Centrale. Essenzialmente piante ornamentali con una leggera infezione da parte di Xylella, ossia con manifestazioni nulle o poco visibili sulle foglie, ma che, a seguito di analisi, contenevano Xylella. Queste piante portatrici sane di malattie sono le peggiori perché possono infettare senza che tu te ne accorga, eludendo i controlli se non si è preparati.

Xylella va visto come un problema da risolvere a livello europeo, sia dal punto di vista scientifico e politico?
Certamente. L’Unione europea ha un sistema di controllo interno che prevede l’aggiornamento periodico delle diverse specie viventi, dagli insetti ai batteri, dai funghi ai virus, che non essendo presenti sul territorio europeo sono molto pericolose. Questo perché sappiamo che in altri parti del mondo fanno grandi danni e che quindi bisogna evitare che giungano da noi bloccandole il prima possibile.
L’Unione ha delle misure da mettere in atto che sono scritte ormai da 15 anni, e dei protocolli da attivare quando si scopre una delle specie tra quelle elencate in questa lista nera.
L’Italia sta cercando, quindi, semplicemente di implementare delle regole che sono scritte a livello comunitario e che l’Europa ci chiede di applicare. Ma è importante sottolineare che esse non sono specifiche sulla Xylella ma sono da applicare ogni volta che si trova qualcosa di nuovo e di potenzialmente dannoso. Vorrei saper se tutto ciò fosse accaduto in Portogallo e in Spagna, e se noi qui avessimo visto che invece di bloccare la malattia, si fosse sospesa la procedura di eradicazione e contenimento richiesta dalle norme europee, in un contesto di litigio e confusione tra magistratura, mondo scientifico, politico e civile, che opinione ci saremmo fatti di loro? E cosa scriveremmo sui nostri giornali?
Dal punto di vista scientifico, invece, l’attenzione è naturalmente internazionale: da subito i ricercatori coinvolti negli studi su Xylella e nelle polemiche correlate hanno ricevuto numerose lettere di supporto da società e singoli scienziati di tutto il mondo. Ma nonostante ciò è stata data retta più a piccole correnti urlanti della società civile che si erano opposte alle azioni di contenimento. Costoro sono convinti di salvare l’ulivicoltura, ma operano in direzione contraria. Questo è un sintomo della carenza di cultura scientifica nel nostro Paese a più livelli, con la sempre più diffusa percezione che la scienza sia sottoscrivibile alla mera opinione.

In unintervista sull’azione della magistratura di Lecce, Roberto Defez del CNR sosteneva che molta responsabilità nella distanza tra magistratura e mondo scientifico la ha la comunità scientifica italiana, rea di non preparare tempestivamente i proprio positional papers su cui i magistrati dovrebbero fondare il loro lavoro. Lei è d’accordo su questa visione?
In parte è vero che le società scientifiche sono lente e poco reattive, dovrebbero reagire molto più in fretta. E’ vero anche però che in generale la magistratura non sembra prendere molto in considerazione seriamente le posizioni della comunità scientifica. Per esempio, sugli OGM le società scientifiche hanno prodotto diversi positional papers nel corso degli anni, nonostante ciò la percezione errata degli OGM è un dato di fatto in Italia.
Per quanto riguarda Xylella presto uscirà il positional paperdell’Accademia dei Lincei. Questo documento, per essere efficace, andrà presentato a tutte le sfere, dalla magistratura ai mass media, andando a colmare quel vuoto di informazioni scientifiche che in troppi ambiti nutre le incomprensioni.
Una delle questioni di dubbio era, ad esempio, se fosse davvero Xylella a generare il disseccamento dell’ulivo. Infatti, nelle piante che disseccano sono stati trovati, oltre a Xyella, anche funghi e insetti. Per cercare di capire meglio il fenomeno, un anno e mezzo fa i ricercatori di Bari hanno messo in una serra chiusa, completamente sigillata, degli ulivi sani e li hanno infettati con Xylella,  inoculando il ceppo puro del batterio, quindi una cultura senza altri agenti patogeni. Oggi, sappiamo, finalmente, che queste piante inoculate hanno incominciato a manifestare sintomi di disseccamento, non presenti in piante di controllo allevate nelle stesse condizioni ambientali, ma senza inoculo di Xylella.  Quindi la connessione tra Xylella ceppo CODIRO e disseccamento dell’ulivo è ora scientificamente provata. Un dato di fatto inconfutabile.

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