L’impronta della società globetrotter

Viviamo in un’era in cui sembra essersi instillata nella società una sorta di frenesia del viaggio. Ma quanto costa all’ambiente tutto questo girovagare?
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Maldive, Polinesia, Hawaii. O ancora India, Cuba, Tailandia. Su fino a Capo Nord o giù fino in Patagonia. L’importante è viaggiare. Sembra essere questo il nuovo imperativo, in un’era in cui tutti si sentono viaggiatori, mai turisti. Un’era in cui sembra essersi instillata nella società una sorta di frenesia del viaggio. Che sia un week-end qualsiasi, la settimana bianca, per Natale e Capodanno o per Ferragosto l’importante è spostarsi, evadere. Magari seguendo i consigli dei travel blogger sulle mete da sogno. E su questa giostra, ormai forgiata per rispondere a ogni tasca ed esaudire ogni desiderio, trottano quasi un miliardo e mezzo di persone ogni anno.
Ma quanto costa all’ambiente tutto questo girovagare per il mondo? A calcolare l’impronta ecologica del turismo globale ci ha pensato un gruppo di ricercatori dell’Università di Sidney. E i risultati, pubblicati su Nature Climate Change, non sono dei migliori. Il team ha preso in considerazione un periodo di cinque anni, dal 2009 al 2013, analizzando i dati di 160 Paesi in tutto il mondo. E lo ha fatto tenendo conto di tutto ciò che ruota intorno al turismo: dai voli ai souvenir, dagli alberghi al cibo, fino ai trasporti locali. Senza tralasciare nulla. Si tratta dell’analisi più completa mai svolta sul tema.

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Fonte: Università di Sidney

Ebbene, i globetrotter e i servizi da loro utilizzati producono l’8% di tutti i gas serra emessi ogni anno. Emissioni che crescono al ritmo del 3% all’anno: più velocemente persino di quelle generate dal commercio internazionale. Detta in numeri, solo nel 2013 l’anidride carbonica e gli altri gas serra prodotti dal turismo globale ammontavano a 4,5 miliardi di tonnellate. E nel 2025, secondo le stime, i miliardi di tonnellate potrebbero arrivare a 6,5.
Sul podio dei principali responsabili di queste emissioni ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Cina, Germania e India. Anche se in tutti questi casi la maggior parte dei turisti si muove entro i confini statali. Inquinano di più a casa loro, quindi. Poco attenti all’estero, invece, si dimostrano Canadesi, Svizzeri, Olandesi e Danesi, che hanno un’impronta ecologica molto maggiore in altri Paesi, piuttosto che nel loro. Ci sono poi i nuovi turisti, che girano il mondo partendo da Stati con economie in ripresa, come Brasile, India, Cina e Messico. Se invece si tiene conto delle emissioni pro-capite, sul podio troviamo i piccoli stati insulari: le Maldive, le Seyschelles, Mauritius e Cipro. Questo perché ovviamente larga parte dell’economia di queste isole si basa sul turismo in entrata. E infatti, addirittura fino all’80% delle emissioni nazionali sono attribuibili al turismo.
Ma paradossalmente sono proprio loro, le isole, a farne le spese maggiori in tutta questa storia. Piccole come le Maldive o enormi come l’Australia, non importa. Sono tutte minacciate dal cambiamento climatico. Per alcune il problema più grosso è l’innalzamento dei mari, che tende a sommergerle. Per altre, invece, il cruccio maggiore è la desertificazione e lo sbiancamento delle barriere coralline. Insomma non sono bazzecole. E se nel prossimo secolo queste mete saranno stravolte dai cambiamenti climatici, la colpa sarà anche del turismo.
Un altro dato che emerge dall’approfondita analisi del team australiano, poi, riguarda i modelli di spesa. I turisti provenienti da Stati ad alto reddito, in genere, spendono principalmente per voli in aereo, acquisti di souvenir, trasporti privati, alberghi e ristoranti. Mentre i turisti che provengono da Paesi a basso reddito spendono di più per i trasporti pubblici e preferiscono mangiare dove alloggiano, senza andare al ristorante.
Un altro problema, non da poco, è che il settore turistico ha una crescita rapidissima. Tanto che, secondo lo studio, l’impronta ecologica di chi guadagna più di 40.000$ all’anno aumenta del 13%, a ogni incremento del 10% del reddito. In pratica a ogni scatto di stipendio si viaggia di più, con una sete di vacanze che non sembra mai placata. E in effetti tra voli low cost, viaggi di lusso, offerte all inclusive, last-minute o addirittura last second, l’essenza del viaggio è cambiata nel tempo. In passato la gente si spostava solo se era obbligata a farlo. E per diversi secoli, soltanto i figli dei nobili potevano permettersi di viaggiare per piacere o per formazione. Poi, dopo la seconda guerra mondiale, ecco che i globetrotter hanno raggiunto quota 25 milioni, fino a fare del turismo l’industria del secolo. Un settore che solo nel 2013 ha generato 4,7 trilioni di dollari. Cifre da capogiro, raddoppiate in pochi anni: nel 2003 si arrivava “solo” a 2,5 trilioni di dollari.
Nonostante tutto, anche se l’impronta ecologica del settore turistico è ben marcata (per non dire minacciosa) questo studio va a colmare una lacuna cruciale che era stata già identificata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo. Ma è solo avendo una conoscenza dettagliata del problema che si può provare a risolverlo. Pertanto meglio fare i conti fin da subito e trovare soluzioni efficaci, visto che il turismo è destinato a crescere più rapidamente di molti altri settori economici. E quello “sostenibile” è una piccolissima fetta, che comunque spesso comprende spostamenti aerei: i principali imputati. Dalle pagine di Nature Climate Change, così, il team fa alcune considerazioni. La prima è che la comunità internazionale dovrebbe iniziare a considerare la possibilità di includere il settore turistico negli accordi riguardanti il clima. E a trattarlo come qualsiasi altro settore industriale. Un altro suggerimento è quello di tassare l’attività turistica più impattante: i voli, appunto. Il turismo internazionale, infatti, dipende interamente dal trasporto aereo. Uno dei più inquinanti, e chissà quando arriveranno aerei elettrici o a pannelli solari. Quindi, suggeriscono gli autori, sarebbe bene tassare i voli in base alla loro durata e far pagare ai viaggiatori una sorta di tassa sull’inquinamento. Un’ipotesi avanzata per scoraggiare le persone a intraprendere lunghi viaggi. Oppure, per non far ricadere i costi sui turisti, si dovrebbe puntare ad altre soluzioni, che prevedono per esempio l’impegno di tutte le compagnie aree in progetti di rimboschimento, in misura tale da riparare al danno provocato.
Ovviamente l’obiettivo è uno solo: rendere sostenibile il turismo. Perché a questi ritmi non lo è per niente. E anche se qualcosa si sta muovendo dal punto di vista della sostenibilità delle strutture ricettive, bisogna ripensare ai trasporti, per slegarli dalla dipendenza da fonti di energia non rinnovabile. La strada è ancora molto lunga, perciò urgono soluzioni. Tanto che, senza troppi mezzi termini, l’autrice principale dello studio, Arunima Malik, consiglia di «rimanere con i piedi per terra e volare meno possibile».

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