L’infanzia felice? Molto verde e tanto sporca

Il consiglio per i genitori è lo stesso: se volete far crescere sani i vostri figli fateli giocare all’aperto, arrampicare sugli alberi, raccogliere insetti e soprattutto lasciate che si sporchino. A dipingere la natura come la migliore amica dell’infanzia ci hanno pensato due articoli apparsi quasi in contemporanea sulle pagine del The Guardian e del New York Time
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Arriva da fonti diverse, ma il consiglio per i genitori è lo stesso: se volete far crescere sani i vostri figli fateli giocare all’aperto, arrampicare sugli alberi, raccogliere insetti e soprattutto lasciate che si sporchino. A dipingere la natura come la migliore amica dell’infanzia ci hanno pensato due articoli apparsi quasi in contemporanea sulle pagine del The Guardian e del New York Times .
Un botta e risposta, con in mezzo l’oceano, che mette a nudo possibili errori dell’educazione moderna. Ma partiamo con ordine. Lo scorso 10 febbraio The Guardian pubblicava i risultati di uno studio finanziato dal governo britannico sul rapporto ben poco stabile dei bambini con i parchi, le foreste o le spiagge. Il giorno seguente, dagli Stati Uniti, quasi per amplificare il messaggio, il New York Times rispondeva con una lunga intervista a Maya Shetreat-Klein autrice di un libro dall’eloquente titolo “The Dirt Cure”, un vademecum per sfuggire alle tentazioni di igiene e pulizia tanto diffuse nei paesi occidentali. Sì perché lei stessa, specialista in neurologia pediatrica, con tre figli, di cui uno fortemente allergico, ha sperimentato i vantaggi del suo nuovo stile di vita: un cortile pieno di galline, un piccolo orto e meno attenzione alla pulizia.

TRE SPORCHE REGOLE
Per seguire la “terapia della sporcizia” proposta dalla Klein basta seguire tre semplici regole: mangiare cibo sano proveniente da terreno sano, esporsi senza timore ai microbi presenti nell’ambiente e passare molto tempo fuori casa immersi nella natura. Non è tanto diverso da quanto suggerisce, una task force di esperti scelta dal governo di sua Maestà per valutare la confidenza delle famiglie british con la “sporca natura”. Che, a dare retta ai dati raccolti, è assai scarsa. Vediamo un po’ cosa è emerso: un bambino su nove in Inghilterra resta per un anno intero lontano da boschi, fattorie, ville, e parchi. Per 12 mesi non va al mare, non gioca all’aria aperta, non si rotola nel fango, non raccoglie rametti, pigne o fiori e non si siede su un prato per fare un picnic. Rinunciando così, secondo Maya Shetreat-Klein, alla salutare opportunità di entrare in contatto con il 25% della biodiversità microbica che è contenuta nel terreno e ricevere un’iniezione indolore e totalmente gratuita di efficaci difese immunitarie. E precludendosi anche altri benefici: i bambini che passano del tempo nel verde, dice la Klein al New York Times, ottengono risultati migliori nei test scolastici, sono più creativi e più felici, hanno un livello di cortisolo più basso e quindi sono più calmi e meno stressati.

CHI VA AL PARCO?
Per due anni gli scienziati inglesi hanno monitorato le abitudini delle famiglie con figli minori di 16 anni, scoprendo che ci sono delle differenze sostanziali nel rapporto con la natura dovute all’ambiente sociale di appartenenza.
Il pragmatismo anglosassone, che ha prevalso sul timore di scadere nel politicamente scorretto, ha permesso agli autori di dividere spudoratamente la popolazione in due gruppi distinti: da una parte le famiglie “bianche”, dall’altra quelle BAME, ossia black, asian, minority ethnic. Il fine giustifica i mezzi, devono essersi detti, se lo scopo è quello di scoprire da chi sono frequentati i parchi britannici. E la risposta l’hanno trovata nelle percentuali: appena il 56% degli under 16 proveniente da famiglie BAME mette piede in un giardino almeno una volta a settimana, molto poco se paragonato al 74% dei coetanei che fanno parte dell’altra classificazione.
Gli statunitensi, ancora meno preoccupati rispetto agli inglesi, di far riferimento nei loro studi alle “razze” umane (termine usato con disinvoltura al di là dell’Oceano) o alle etnie, avevano attribuito il minore interesse delle minoranze per gli spazi verdi alle politiche poco inclusive delle associazioni ambientaliste. Rispetto alle società sportive, molto più eterogenee, i gruppi “amici alla natura” sembrano avere una composizione piuttosto monotona: tra gli iscritti, infatti, prevalgono di gran lunga i maschi bianchi. Dalla ricerca inglese è anche emerso che il desiderio di stare all’aperto è “ereditario”: un bambino che cresce con genitori appassionati di natura avrà l’82% di possibilità, seguendo l’esempio famigliare, di avere un’infanzia all’insegna del verde. Se, al contrario, la mamma e il papà preferiscono ambienti urbani le probabilità di diventare un piccolo Robinson Crusoe scendono al 32%.

ALTRE REGOLE, PER LA FELICITÀ DEI PIÙ PICCOLI…
Le regole, si sa, piacciano più ai genitori che ai figli, ma in questo caso potrebbe essere vero addirittura il contrario. Sì, perché i cinque consigli rivolti alle madri e ai padri inglesi, ma validi ovviamente anche per gli altri, elencati sul Guardian potrebbero venire sintetizzati in un unico motto che tutti i bambini griderebbero a gran voce: portateci al parco e fateci fare quello che ci pare.
Ecco cosa prevedono.
Punto primo: fate giocare i vostri figli all’aperto. I ragazzi di oggi stanno troppo al chiuso rispetto ai loro genitori. Il 71% dei loro padri e delle loro madri giocava in spazi aperti contro il 21% delle nuove generazioni. Lasciateli curiosare nel terreno sin da piccoli e, seguendo i dettami della “dirt cure”, non impeditegli mai di sporcarsi. Punto secondo: lasciate che i teenager se ne vadano in giro per i parchi con le bici, a piedi, con gli skate. Anche senza una meta, tanto per esplorare il territorio. Punto terzo: fate arrampicare i bambini sugli alberi. La statistica è dalla loro parte: è più probabile che si facciano male cadendo dal letto che da una quercia. Punto quarto: incoraggiateli a costruire il loro inespugnabile rifugio insieme agli amici, per proteggersi dai nemici. Così svilupperanno capacità organizzative e creatività. Punto quinto: permettetegli di fare incetta di farfalle, girini, insetti, fiori e foglie. Perché la legge del karma in questo caso funziona così: chi toglie alla natura quando è piccolo ridà indietro molto di più quando cresce.
E non ci sono scuse che tengono. In ogni grande metropoli ci sono parchi raggiungibili dove passare qualche ora alla settimana con i propri figli. Lo sanno bene i giapponesi, spiega Maya Shetreat-Klein al giornalista del New York Times, che dedicano un po’ del loro tempo allo Shinrin-yoku il “bagno rigenerante nella foresta”. Un bagno da cui si torna più sporchi di prima, ma più felici e più sani.

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