L’inizio di un’epoca

Sono diverse le tesi su quando sia iniziato di preciso l’Antropocene. Alcune guardano al ciclo del carbonio, altre a quello dell’azoto, sul quale, secondo un recente studio, avremmo iniziato a interferire molto prima dell’avvento dei fertilizzanti. La più accreditata è quella che individua il 1945 come “anno zero”, con gli isotopi liberati dalle esplosioni nucleari. Quale che sia la data di nascita dell’Età dell’Uomo, sappiamo cosa racconterà ai posteri questa epoca.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Secondo le tesi più accreditate, l’Antropocene sarebbe iniziato il 16 luglio del 1945, ad Alamogordo in New Mexico, con la detonazione di una bomba al plutonio. Sarebbe nata con queste coordinate una nuova epoca geologica che, come tutte le altre, lascerà il segno nella storia stratigrafica della Terra. Ma che, a differenza di tutte le altre, sarà forgiata per la prima volta dall’attività dell’uomo e non da impatti con meteoriti e comete, né dall’intensa attività vulcanica del nostro pianeta. Gli isotopi liberati dalle esplosioni nucleari del 1945, però, non sono l’unico punto di riferimento proposto per decretare l’inizio dell’Antropocene. E il motivo dell’indecisione risiede nella difficoltà di trovare nelle rocce un marcatore, un isotopo specifico o un’associazione fossile, che sia diffuso in tutto il mondo e che possa identificare univocamente questa nuova epoca.
Così per alcuni gli albori dell’“Età dell’Uomo” coinciderebbero con i primi dell’800 e l’impennata delle emissioni di gas serra. Per altri, invece con l’esatto opposto: con il crollo della concentrazione di anidride carbonica a sette parti per milione (oggi sono 400 per milione, ndr), avvenuto nel 1610. Quando, in breve tempo, il Nuovo Mondo si ritrovò con 65 milioni di ettari di terreno non più coltivato e le foreste riconquistarono il terreno perduto.
Per altri ancora, invece, per stabilire l’inizio dell’Antropocene non dovremmo guardare al ciclo del carbonio, ma a quello dell’azoto. Un ciclo biogeochimico che ha subito una pesante alterazione negli ultimi 100 anni per l’utilizzo massiccio dei fertilizzanti. Una perturbazione di cui abbiamo preso coscienza solo in tempi recenti, patendone le conseguenze: dall’eutrofizzazione alle piogge acide.
Ma secondo uno studio appena pubblicato sulle pagine di Science Advance da un team di ricercatori guidato da Eric Guiry della University of British Columbia, avremmo iniziato a interferire con il ciclo dell’azoto molto prima dell’avvento dei fertilizzanti: migliaia di anni fa. Precisamente nell’Età del bronzo, tra i 4.000 e i 3.000 anni fa. E la prova sta negli erbivori che, essendo consumatori primari, sono un ottimo indicatore dei cambiamenti nel ciclo dell’azoto. Guiry e il suo team hanno infatti analizzato la presenza dell’isotopo stabile dell’azoto 15N nel collagene delle ossa di 757 erbivori (sia selvatici che domestici), dai maiali al megalocero (Megaloceros giganteus): il cervo gigante irlandese, ora estinto. Una mole di campioni provenienti da oltre 90 siti sparsi su tutto il territorio irlandese che – come datazione – coprivano l’intero periodo dell’Olocene (l’epoca geologica iniziata 11.700 anni fa).
Così, dai risultati delle analisi isotopiche, il gruppo ha scoperto che i valori di 15N negli erbivori sono aumentati significativamente nel periodo compreso tra i 4.000 e i 3.000 anni fa, cioè tra la fine dell’Antica età del bronzo e la Tarda età del bronzo. Segno inequivocabile di un’alterazione del ciclo dell’azoto da parte di una qualche attività umana. I sospetti, ovviamente, non potevano che ricadere sull’agricoltura, ma la scienza ha bisogno di prove. E così il team è passato a una serie di ricerche paleoclimatiche sull’olocene irlandese, basandosi sull’analisi dei pollini. E in effetti, hanno scoperto che proprio durante l’Età del bronzo, in Irlanda è diminuita bruscamente la presenza di pollini legati alle comunità boschive, mentre sono aumentati a dismisura i pollini prodotti dalle piante cerealicole, le Poaceae, e della piantaggine (Plantago lanceolata). Un chiaro indizio della significativa riduzione della copertura boschiva e dell’aumento dell’attività agricolo-pastorale.
Sarebbe stato, quindi, proprio l’accentuarsi delle attività agrosilvopastorali ad aver contribuito all’arricchimento del suolo in 15N, decretando il passaggio dalle ectomicorrize, tipiche degli ecosistemi forestali, alle endomicorrize, legate a coltivi e pascoli. Dunque già migliaia di anni fa, nel cuore dell’Età del bronzo, la deforestazione, la coltivazione di cereali, il calpestio prodotto dal pascolo e i rifiuti animali avrebbero segnato un primo profondo cambiamento nel ciclo dell’azoto. Almeno in Irlanda. E chissà che presto non spuntino altri siti archeologici che confermino la scoperta anche in altre aree del mondo.
È infatti ormai circa un decennio che gli esperti dell’Anthropocene Working Group (AWG) raccolgono prove dell’inizio di questa nuova epoca in ogni angolo del globo. E, per ora, il 1945 con gli isotopi liberati dalle esplosioni nucleari resta “l’anno zero” dell’Antropocene più accreditato. Proprio perché gli isotopi del plutonio sono distribuiti in tutto il mondo e non si trovano negli strati precedenti.
Ma qualsiasi sarà l’inizio, nella scala geologica dei tempi, una variazione di qualche centinaia o migliaia di anni sarà poca cosa. Intanto quello che è certo è che il nostro personale straterello geologico si sta già formando. E ai posteri racconterà di concentrazioni senza precedenti di anidride carbonica e metano nell’atmosfera, dell’accumulo di ceneri, pulviscolo e isotopi dei fallout nucleari, dell’alterazione del ciclo del fosforo e dell’azoto, di una sesta estinzione di massa e dell’inquinamento ubiquitario da plastica.

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