L’Italia e l’Accordo di Parigi: cosa prevede la legge di ratifica

L’Accordo di Parigi ha, da due settimane, superato le condizioni imposte affinché entrasse in vigore, ovvero la ratifica di almeno 55 Paesi che contribuiscono almeno al 55% delle emissioni globali.. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, è in fase avanzata di approvazione della legge di ratifica, anche se appare difficile la sua partecipazione a Marrakech in qualità di Paese che ha già “attivato” l’Accordo. Cosa significa questo? E cosa prevede la legge che recepirà l’Accordo nel nostro ordinamento?
Giacomo Destro, 24 Ottobre 2016
Micron
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Divulgatore scientifico e Data journalist

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L’Accordo di Parigi ha, da due settimane, superato le condizioni imposte affinché entrasse in vigore, ovvero la ratifica di almeno 55 Paesi che contribuiscono almeno al 55% delle emissioni globali. La prima soglia è già stata superata durante il giorno della “firma collettiva” indetto dalle Nazioni Unite per il 22 settembre scorso, ovvero solamente 5 mesi dopo l’apertura alla firma (da molti definito un record). La seconda soglia, invece, il 5 ottobre, con il contributo decisivo di USA e Cina che già avevano ratificato a inizio settembre. L’Accordo, dunque, entrerà definitivamente in vigore il 7 novembre, contemporaneamente alla XXII Conference of the Parties (COP) dell’Accordo delle Nazioni Unite sul Clima, a Marrakech. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, è in fase avanzata di approvazione della legge di ratifica, anche se appare difficile la sua partecipazione a Marrakech in qualità di Paese che ha già “attivato” l’Accordo. Cosa significa questo? E cosa prevede la legge che recepirà l’Accordo nel nostro ordinamento?

ARRIVARE PRONTI AL 2020
Il nostro Paese, come per il resto tutte le nazioni aderenti all’Unione Europea, si trova in un contesto particolarmente strutturato per quanto riguarda le politiche climatiche. La data fatidica sarà il 2020, su cui convergono tre fattori che coinvolgono le politiche sul clima. Innanzitutto, il Protocollo di Kyoto è tuttora in vigore, e rimarrà attivo fino al 2020 (quando gli subentrerà l’Accordo di Parigi).
Sempre entro il 2020 l’Unione Europea si è auto-imposta una riduzione del 20% delle emissioni, anche se il risultato appare incerto. La crisi economica ha rallentato il cammino positivo verso l’obiettivo.
L’Italia, in particolare, ha visto un netto peggioramento nel ridurre le emissioni, che soprattutto nel 2015 hanno iniziato nuovamente a salire dopo anni di discesa. L’anno scorso, infatti, a fronte di un Pil quasi stagnante, le emissioni sono aumentate di circa il 2%; in altre parole è c’è stata una crescita dell’intensità delle emissione per unità di Pil.
Infine, da qui al 2020 si dovranno definire nel dettaglio le politiche per attuare l’Accordo di Parigi. In questo senso l’Unione Europea ha già elaborato un principio cardine che prevede la ripartizione delle azioni (quelle per agricoltura, trasporti, ecc.) a seconda delle esigenze dei singoli Paesi.

L’IMPORTANZA DI UNA RATIFICA VELOCE
Sebbene appaia difficile per i pochi giorni a disposizione, riuscire a ratificare in tempo l’Accordo sarebbe per l’Italia estremamente importante, per due ordini di ragioni. Innanzitutto, un fattore di tipo diplomatico. Il nostro Paese potrebbe sedersi al tavolo delle trattative come partecipante e non come osservatore nella COP22 (ovvero la prima riunione operativa dopo l’entrata in vigore) dell’Accordo di Parigi. Questo significa, in breve, che potrà concorrere a definire i meccanismi tecnici per far rispettare l’Accordo. Il secondo fattore è di tipo più politico. Insieme alla Francia, l’Italia potrebbe essere tra i primi paesi fondatori dell’Unione a ratificare l’Accordo e questo ci darebbe un peso politico notevole al momento di creare i “Contributi nazionali” (ovvero i piani che dettagliano le azioni che ogni singolo paese vuole intraprendere), che per i membri dell’UE dovranno essere coordinati a livello europeo.

LA LEGGE DI RATIFICA ITALIANA
Per procedere alla ratifica di un trattato internazionale è necessario che il Parlamento italiano approvi una leggi, che deve essere promulgata dal Presidente della Repubblica e quindi pubblicata in Gazzetta. Il processo di ratifica si conclude quando l’Italia consegnerà gli “strumenti di ratifica” (ovvero la legge) all’organo designato, in questo caso le Nazioni Unite.
Il disegno di legge per la ratifica dell’Accordo di Parigi è stato presentato alla Camera dei Deputati dai Ministeri degli Esteri, dell’Ambiente, dell’Economia, dello Sviluppo Economico, delle Politiche Agricole e delle Infrastrutture. La Camera, il 19 ottobre scorso, lo ha approvato quasi all’unanimità (359 voti a favore su 371 presenti, 12 astenuti) dopo averlo emendato in alcune piccole parti – soprattutto su alcuni termini tecnici di tipo economico. Al momento è in esame alla Commissione Affari Esteri del Senato, dove è prevedibile una discussione snella e una rapida approvazione.
Appare tuttavia molto difficile che si riesca ad arrivare alla ratifica, con pubblicazione in Gazzetta e deposito degli strumenti di ratifica all’ONU entro la COP 22 di Marrakech, che si terrà dal 7 al 18 novembre prossimo.
La legge attualmente in discussione in Parlamento è una legge molto snella, poiché (come descritto nella relazione tecnica), non vi sono modifiche da fare nell’ordinamento italiano. In altre parole, potrebbe entrare in vigore senza dover metter mano a leggi già esistenti. Composta di soli sei articoli, essenzialmente rimanda all’adozione del “Contributo nazionale” (e dunque alle successive leggi di applicazione dello stesso) azioni più incisive e concrete. Tuttavia una previsione importante è già inserita nella legge, ed è quella che stanzia le coperture finanziarie per l’attuazione dell’Accordo di Parigi.

LE COPERTURE FINANZIARIE
L’Accordo di Parigi prevede due meccanismi per raggiungere i suoi obiettivi: politiche di mitigazione (che sono, in sostanza, quelle di riduzione delle emissioni climalteranti) e, per la prima volta, anche le politiche di adattamento. Quest’ultimo punto è sostanzialmente una novità, poiché non era esplicitamente menzionato nell’Accordo di Kyoto. Nella COP 16 di Cancun nel 2010 è stato formalmente creato il Green Climate Fund (GCF), un fondo internazionale di aiuto per i Paesi in via di sviluppo, con lo scopo esplicito di aiutarli nell’adattamento.
In sostanza si tratta di un fondo in cui le più ricche (e quindi più inquinanti) versano dei contributi a favore di politiche di adattamento e contenimento dei danni nei paesi già ora colpiti da eventi climatici estremi, che spesso sono anche quelli più poveri.
L’Italia, nel disegno di legge di ratifica, ha previsto che da oggi al 2018 verserà al GCF 150 milioni di euro (50 per ogni anno). In realtà questi fondi erano già stati accantonati nelle previsioni di spesa correnti, e questa parte della legge serve solo a “ufficializzare” il loro impiego.
La sfida maggiore per l’Italia sarà quella di ritagliarsi una posizione di prestigio nel quadro degli organi che monitoreranno e implementeranno l’Accordo di Parigi. Insomma, servirà essere presenti e proattivi. Per questo il disegno di legge prevede una serie di spese volte a garantire agli organi statali competenti (diplomatici ed esperti) dei fondi per far sì che svolgano correttamente il loro lavoro. In particolare, si prevede che lo Stato spenderà circa 500.000 euro per le spese di missione e 1 milione e 450 mila euro per le spese derivanti dall’adesione al trattato (in sostanza le spese “fisse” che sono già previste dall’Accordo stesso) per il 2017, che si innalzeranno a circa 2 milioni per gli anni seguenti.

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