Lo slancio dell’economia verde italiana e il freno della politica

Non sempre guardare allo spread deve provocarci imbarazzo. Basta pensare allo spread green: la differenza nell’emissione di anidride carbonica per la produzione industriale rispetto alla media europea, un parametro per cui l’Italia è migliore di Paesi come il Regno Unito e la Germania. La green economy italiana in effetti sembrerebbe viva, e più che mai redditizia. A dimostrarlo è il nuovo rapporto GreenItaly.
Silvia Zamboni, 06 Marzo 2016
Micron
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Giornalista scientifica

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Come sta l’economia verde Made in Italy? Stando ai risultati di due recenti “check-up” – della Fondazione Symbola e Unioncamerel’uno, e della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile l’altro – gode complessivamente di buona salute e rispetto all’economia convenzionale mostra di avere una marcia in più in termini di capacità di innovazione e di competitività sui mercati internazionali. A conferma del dato di realtà che in Italia è in crescita il mercato dei prodotti e dei servizi verdi e che gli investimenti per migliorare le performance ambientali delle imprese non sono una zavorra per i bilanci aziendali, bensì un fattore di crescita, per di più pulita grazie alla riduzione degli impatti e delle emissioni climalteranti e all’incremento dell’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia dei cicli produttivi.
Partiamo dai dati. I risultati della prima “tac”, basata sull’analisi degli eco-investimenti effettuati dalle imprese italiane in tutti i comparti produttivi, sono pubblicati sulle pagine del sesto rapporto Greenitaly, lo studio promosso da Fondazione Symbola e Unioncamere che quest’anno si è arricchito di un accurato confronto in chiave ambientale con le economie di altri Paesi europei.
Cosa ci dice in sostanza Greenitaly 2015? Le imprese italiane dell’industria e dei servizi che nel periodo 2008-2014 hanno investito in prodotti e tecnologie verdi e/o che hanno previsto di farlo entro la fine del 2015 sono 372.000. In pratica una su quattro, precisamente il 24,5% dell’intera imprenditoria, escluso il settore agricolo. Se consideriamo il solo comparto manifatturiero, salgono ad una su tre (32%), e addirittura al 42% in quello delle public utility idriche ed energetiche, le più legate alle tematiche ambientali. Prendendo in esame il 2015, con 120mila aziende che hanno effettuato eco-investimenti (+ 31.600 rispetto al 2014) questo risulta essere un anno record per l’economia green, il cui valore aggiunto nel 2014 era stato pari a 102,497 miliardi di euro (10,3% dell’economia nazionale).
Le aziende manifatturiere e dei servizi che associano la qualità del Made in Italy all’upgrade ambientale come già anticipato risultano essere le più dinamiche sui mercati esteri: nel 2014 il 18,9% delle imprese del segmento eco-investitore ha esportato stabilmente a fronte del 10,7% delle non investitrici. Nel settore manifatturiero la distanza si fa ancora più evidente: esporta il 43,4% delle eco-investitrici (con spiccata attività in India, Cina, Sud Africa e Arabia Saudita) contro il 25,5% delle altre.
Al primato nelle esportazioni si associa il maggiore dinamismo nell’innovazione di prodotti e servizi: più del doppio (per l’esattezza il 21,9%) delle aziende che fanno/hanno fatto investimenti verdi ha sviluppato, nel 2014, nuovi prodotti o servizi contro il 9,9% delle altre. Uno scostamento ancora più marcato nell’edilizia (rispettivamente 13,5% contro il 5,5%) e nel manifatturiero (30,7% contro 16,7%).
Sospinto da export e innovazione, sale anche il fatturato: rispetto al 2013, nel 2014 è cresciuto per il 19,6% delle imprese che eco-investono (contro il 13,4% delle altre), con il manifatturiero “in verde”, in particolare, che vede il 27,4% delle eco-investitrici contrapporsi al 19,9% delle altre.
Segno più anche per la capacità di creare nuova occupazione, altro indicatore sensibile nell’attuale contesto di crisi economica-occupazionale: le imprese che hanno investito per migliorare le performance ambientali vedono aumentare complessivamente, nel corso del 2015, i propri addetti di 314.000 unità, pari al 43,6% del totale delle assunzioni previste nell’industria e nei servizi, benché le eco-investitrici rappresentino poco meno di un quarto del totale. Con il manifatturiero green ancora sugli scudi: da solo sfiora il tetto del 60% (58,7% per l’esattezza).
Se poi zoomiamo sulla voce specifica green job (come, ad esempio, ingegneri energetici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici, agricoltori bio, progettisti e installatori di impianti termici a basso consumo, statistici ambientali, ovvero figure professionali il cui lavoro è direttamente finalizzato a produrre beni e servizi ecosostenibili o a ridurre l’impatto ambientale dei processi produttivi) vediamo che le nuove assunzioni di dipendenti green in senso stretto previste nel 2015 ammontano a 74.700 (presso aziende eco-investitrici e non); aggiunte alle 219.500 nuove assunzioni di lavoratori cosiddetti “ibridi” con competenze verdi (come, ad esempio, muratori “green” e operai addetti a macchine utensili industriali “green”, ovvero figure per le quali l’aspetto green deriva dalle specifiche caratteristiche richieste dalle imprese) si arriva alla ragguardevole cifra di 294.200 nuovi assunti verdi sia da parte di aziende eco-investitrici che di imprese che non hanno investito in qualità ambientale. Questi nuovi addetti vengono ad aggiungersi all’esercito di lavoratori green (in senso stretto e ibridi) che nel 2014 in termini assoluti assommava a quasi 3 milioni di tute e colletti verdi (esattamente a 2.942.700) pari al 13,2% degli occupati totali del nostro Paese.
Passando al confronto con altre realtà economiche di punta, il focus sui green job in senso stretto vede l’Italia al vertice della classifica europea del processo di riconversione green dell’occupazione: a partire dalla fine del 2014 il 51% delle piccole e medie imprese italiane conta almeno un occupato green, più che nel Regno Unito (37%), Francia (32%) e Germania (29%).
Questo primato va di pari passo con altre leadership green del nostro sistema produttivo complessivo: a parità di valore prodotto, le nostre aziende utilizzano infatti meno materie prime ed energia e producono meno rifiuti ed emissioni climalteranti. Lo conferma l’osservatorio di Eurostat che – come riportano nell’introduzione al rapporto il presidente di Fondazione Symbola Ermete Realacci e quello di Unioncamere Ivan Lo Bello – ci dice che con 337 chilogrammi di materia prima impiegata per ogni milione di euro prodotto le imprese italiane non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano al secondo posto nella graduatoria dopo le britanniche (293 kg) e davanti alle francesi (369), alle spagnole (373) e alle tedesche (461). Anche nel settore dell’energia le nostre imprese occupano la seconda posizione: dalle 17 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro prodotto del 2008 siamo scesi a 15, contro i 12 della Gran Bretagna, i 16 della Francia, e i 18 di Spagna e Germania. “Piazzarsi secondi dopo la Gran Bretagna vale più di un ‘semplice’ secondo posto: quella di Londra, infatti, è un’economia in cui finanza e servizi giocano un ruolo molto importante, mentre la nostra è un’economia più legata alla manifattura”, sottolineano Realacci e Lo Bello. Anche rispetto alla riduzione della produzione di rifiuti l’Italia esce bene: con 39 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (5 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa.
E sul fronte della riduzione delle emissioni climalteranti in atmosfera siamo secondi tra le cinque grandi economie comunitarie, dietro solo alla sola Francia (sotto questo aspetto avvantaggiata dalla produzione elettronucleare) e davanti alla Germania.
Inoltre l’Italia è il primo Paese in Europa per numero di aziende biologiche e tra i primi al mondo per estensione delle superficie coltivate con il metodo biologico e biodinamico.
Primati a cui possiamo aggiungere, addirittura a livello mondiale, anche quello per la percentuale di elettricità da rinnovabile sul fabbisogno totale.
Fin qui i numeri. Se si passa a misurare la percezione che abbiamo delle performance ambientali raggiunte dal nostro Paese, vediamo però che non c’è corrispondenza. Il divario è stato evidenziato dal lavoro presentato da Jeremy Tamanini (co-fondatore di Dual Citizene Global Green Economy Index) in occasione della quarta edizione degli Stati Generali della Green Economy (Ecomondo 3-4 novembre 2015, Riminifiera). Rispetto alla Germania, per la quale l’indice di performance nel 2014 (ovvero prima dell’emergere dello scandalo Volkswagen sui dati di emissione delle auto truccati al ribasso) risultava già inferiore alla percezione (in altre parole la si riteneva più virtuosa di quanto non fosse in realtà), per l’Italia avviene l’esatto contrario: la percezione delle nostre performance ambientali è inferiore alla loro reale portata. Ennesima conferma, a livello di analisi scientifica, della penetrazione del più praticato sport nazionale: l’auto-svalutazione. Che in questo caso potrebbe incidere negativamente sulle misure da prendere a sostegno dell’economia verde.
In apertura degli Stati Generali, il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi aveva illustrato i dati dell’indagine condotta in collaborazione con Censis e Pragma srl, indagine che distingue le imprese cosiddette go-green, ovvero che adottano misure per migliorare le prestazioni ambientali, da quelle core-green, ovvero che producono direttamente beni e servizi verdi (ad esempio elettricità e carburanti da fonti rinnovabili, bioplastiche, mezzi per la mobilità sostenibile). Scendendo nel dettaglio, da questa indagine emerge che le imprese go-green rappresentano il 14,5% del totale del mondo produttivo e dei servizi, le core-green il 27,5%, con il settore edile, in particolare, che primeggia tra le core-green con il 38,8% sul totale del segmento grazie alla diffusione di materiali e tecniche per l’edilizia (bio)sostenibile e la virata delle imprese costruttrici, per fronteggiare la crisi del mercato immobiliare, verso lavori più green, a partire da ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche degli edifici.
Il diverso approccio metodologico adottato dall’indagine targata Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ha comunque portato a conclusioni sovrapponibili a quelle del rapporto Greenitaly, confermando che le imprese verdi in generale hanno resistito meglio alla crisi in termini di fatturato e che sono più presenti sui mercati esteri del comparto convenzionale (esporta il 26,5% delle go-green e il 19,8% delle core green, contro la media del 12% delle altre imprese). A riprova del fatto che nel periodo della crisi l’industria italiana più vitale ha puntato prioritariamente sul driver ambientale per riqualificarsi e recuperare competitività, il numero di imprese con registrazione Emas e i prodotti con etichetta ecologica Ecolabel risultano fortemente aumentati.
Tutto bene, dunque? Non proprio: in alcuni ambiti ci sono ancora ampi margini per migliorare le performance ambientali del nostro Paese, ha evidenziato Ronchi. A partire dall’efficienza energetica dove l’Italia – ce lo dicono anche le succitate statiche europee esaminate in Greenitaly – ha già raggiunto buoni livelli grazie al calo del fabbisogno di energia che negli anni della crisi è diminuito più del Pil. Nelle imprese, negli edifici e soprattutto nei trasporti, però, si può e si deve fare ancora meglio, secondo Ronchi. Lo stesso vale per il recupero di materia: come evidenziano i dati Eurostat, il sistema produttivo italiano ha un tasso di efficienza nell’uso delle risorse superiore alla media europea. Ma a fronte del riciclo di 84 milioni di tonnellate di rifiuti, 9 milioni di RSU finiscono in discarica, in contrasto con le indicazioni europee in materia di economia circolare.
Inoltre gli eventi meteo estremi legati ai cambiamenti climatici in atto hanno messo a dura prova la tenuta del territorio italiano: occorre quindi investire di più per combattere il dissesto idrogeologico e tutelare il patrimonio naturale che è una risorsa primaria per la green economy.
Altro tasto dolente è quello della spese pubblica per la ricerca a fini ambientali: sulla base delle stime elaborate dalla Fondazione presieduta da Ronchi su dati Eurostat, l’Italia ha visto un calo dal 2013 al 2014, e occupa oggi la settima posizione dietro Finlandia, Germania, Svezia (che l’hanno incrementata rispetto al 2013), e a Danimarca, Francia e Austria (anch’esse in calo).
Questa carenza ci porta dritta dritta all’interrogativo di fondo sollevato da Ronchi a Ecomondo: di fronte alla consistenza dell’economia verde viene da domandarsi se decisori politici e organizzazioni d’impresa ne siano consapevoli. In altre parole, se siano determinati o meno ad assumere il paradigma green come stella polare per orientare le politiche industriali del Paese e per sostenerne lo sviluppo, evitando di metterle i bastoni tra le ruote. Anche perché qualche preoccupante segnale di involuzione comincia a manifestarsi, ad esempio nel settore elettrico rinnovabile: dal 2011 al 2014 la potenza rinnovabile installata in Italia risulta in netto calo. E il trend verso il basso è ancora in corso. «Cocciutamente contrario alle rinnovabili, il Ministero dello Sviluppo economico è ormai arrivato alla posizione surreale di autocensurare i successi ottenuti dall’Italia in questo campo – commenta amareggiato Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente, l’associazione che pubblica ogni anno il rapporto Comuni Rinnovabili – mentre Germania e Danimarca, quest’ultima rinnovabile al 100% per la produzione elettrica grazie all’eolico, ne hanno fatto un cavallo di battaglia della propria immagine e della propria economia».
La parola passa quindi ai decisori politici e alle organizzazioni di impresa: sono consapevoli della convenienza economica, oltre che ambientale, di sostenere gli eco-investimenti?

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