Lo strano caso dei ‘Monsanto papers’

Domani la UE si esprimerà sulla proposta della Commissione di autorizzare per altri 5 anni il glifosato, principale componente del prodotto di punta della Monsanto, il diserbante RoundUp. La discussione sarà accesa anche perché nel frattempo sono uscite indiscrezioni inquietanti sui metodi utilizzati dalla multinazionale di biotecnologie agrarie per difendere i suoi prodotti.
Cristiana Pulcinelli, 08 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

Il prossimo 9 novembre la UE si esprime sulla proposta della Commissione di autorizzare per altri 5 anni il glifosato, principale componente del prodotto di punta della Monsanto, il diserbante RoundUp.
Il voto viene dopo il dibattito che si è svolto il 25 ottobre, in cui invece non si è votato per la mancanza di maggioranza qualificata. Intanto sono cadute ufficialmente le ipotesi, sul tavolo nel precedente incontro, di rinnovare la licenza per 7 o 10 anni.
La discussione sarà accesa anche perché nel frattempo sono uscite indiscrezioni inquietanti sui metodi utilizzati dalla multinazionale di biotecnologie agrarie per difendere i suoi prodotti.
Tutto è nato dalla lettura di quelli che sono stati chiamati i “Monsanto papers”, documenti interni all’azienda resi pubblici negli Stati Uniti all’inizio del 2017 nell’ambito di procedimenti giudiziari. Negli Usa, infatti, il gigante dell’agrochimica è oggetto di circa tremila e cinquecento denunce da parte di malati o di parenti di persone morte per un raro tumore del sangue che si pensa possa essere legato all’esposizione alla sostanza chimica.
Il quotidiano francese Le Monde ha messo le mani sulle carte e ne è nata una grande inchiesta a puntate. Tra le scoperte fatte spulciando le carte, ce ne è una che riguarda quella che i giornalisti di Le Mondein un articolo dell’inizio di ottobre hanno definito una vera e propria frode scientifica. Analizzando le e-mail in entrata ed uscita dagli uffici della Monsanto, è emerso un modus operandi decisamente poco etico: l’utilizzo del ghostwriting. Gli esperti arruolati dalla multinazionale firmavano articoli non scritti da loro, ma da impiegati della Monsanto. Si trattava di paper scientifici pubblicati su riviste specializzate, ma anche di articoli destinati a un pubblico più ampio e spesso più vicino al mondo della finanza, come ad esempio articoli pubblicati dalla rivista americana Forbes.
Il ghostwriter scriveva l’articolo, il professore lo firmava. Per il disturbo che comporta mettere il proprio nome in calce al testo, il professore prendeva un compenso in media tra i 15.000 e i 18.000 euro. L’autore del testo, il cui nome non compare nell’articolo, è in realtà un impiegato dell’azienda che produce la sostanza di cui si parla bene nell’articolo. Un bel conflitto d’interessi.
Già ad agosto scorso il New York Times aveva affrontato la questione raccontando come Henry I. Miller, biologo e accademico americano, era stato interpellato dalla Monsanto per controbattere al rapporto della IARC (International Agency for Research on Cancer). Il rapporto dell’agenzia dell’Oms, uscito a marzo del 2015, aveva infatti messo sotto accusa il glifosato, considerandolo genotossico, ovvero in grado di danneggiare il DNA, cancerogeno per gli animali e “probabilmente cancerogeno” per gli esseri umani.
Una valutazione che contrastava con quella di altre agenzie, come ad esempio l’EFSA, European Food Safety Authority e anche la European Chemical Agency. Il dirigente della Monsanto concludeva la richiesta scrivendo: “Ho le informazioni di base e posso fornirgliele, se serve”, Miller accetta, chiede però di poter avere non qualche informazione sparsa, ma un “brogliaccio di alta qualità” da cui partire per scrivere il suo articolo. La bozza viene evidentemente ritenuta di alta qualità visto che esce senza modifiche sulla rivista Forbes a nome Miller. Lo scambio di mail conferma l’accordo. Ad agosto scorso, la rivista improvvisamente ritira tutti gli articoli a firma Miller dal suo sito internet. “Tutti coloro che scrivono per Forbes – spiega un portavoce della rivista al giornalista di Le Monde – firmano un contratto che chiede di dichiarare i conflitti d’interesse e di pubblicare solo loro scritti originali”.
L’inchiesta francese aggiunge altri esempi e altri nomi a quello di Miller. Tra gli esperti coinvolti ci sono inglesi, tedeschi, americani, e l’impressione che se ne trae è che si trattasse di un vero e proprio sistema. Tra l’altro mentre alcuni scienziati prendevano compensi per il singolo articolo pubblicato, altri percepivano un compenso annuale, firmando dei “master contracts”.
Lo scandalo del ghostwriting è arrivato dopo che già a luglio scorso si era scoperto, sempre guardando le carte in arrivo dai processi in Usa, che nei due anni successivi all’annuncio delle conclusioni dello studio condotto dalla Iarc, la Monsanto aveva tentato di screditare e zittire con tutti i mezzi, incluse le intimidazioni, gli studiosi dell’agenzia dell’Oms che individua e cataloga le sostanze cancerogene.
Del resto la posta in gioco è alta.
Come ricorda il New York Times, Roundup ha riscritto il modo di fare agricoltura nel mondo. Una ventina d’anni fa, infatti, la stessa Monsanto aveva introdotto la sua linea di semi geneticamente modificati per essere resistenti al glifosato. In questo modo i contadini potevano utilizzare l’erbicida a tappeto. E così hanno fatto, tanto che le erbacce sono diventate resistenti al prodotto e negli ultimi anni la Monsanto è tornata a riproporre una versione modificata di un vecchio erbicida che era caduto in disuso. Ma evidentemente ancora il glifosato è ritenuto indispensabile, in Europa ad esempio la Germania spinge perché venga prolungata l’autorizzazione. Chissà se gli scandali peseranno sulla decisione finale.

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