Marchesan: “Il ricercatore è un enzima che supera gli ostacoli”

Insieme a Giorgio Vacchiano e altri 9 scienziati stranieri, è stata indicata da ‘Nature’ come uno dei ricercatori emergenti più influenti a livello mondiale. Silvia Marchesan, professore associato di Chimica organica all'Università di Trieste e alla guida di un team multidisciplinare, ci parla della sua ricerca e dei pilastri su cui poggia.
Giuseppe Nucera, 11 Novembre 2018
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Professore associato di Chimica organica all’Università di Trieste, Silvia Marchesan è stata selezionata da Nature, insieme a Giorgio Vacchiano e altri 9 scienziati stranieri, tra gli 11 ricercatori emergenti più influenti a livello mondiale.
Alla guida di un team multidisciplinare, Marchesan studia il design di piccoli frammenti di proteine capaci di autoorganizzarsi in superstrutture nello spazio nanometrico. Tra le strutture supramolecolari di Marchesan vi sono idrogel che operano come enzimi, cioè in grado di attivare o inibire trasformazioni chimiche e biologiche, utili per la riparazione dei tessuti corporei oppure per la somministrazione prolungata di farmaci. La caratteristica è che l’attività di questi sistemi può essere “accesa” o “spenta” con l’assemblaggio e il disassemblaggio delle superstrutture, in modo che una volta che hanno terminato la loro funzione si possano scomporre in acqua e piccoli frammenti di proteine innocui per l’ambiente.
Silvia Marchesan è responsabile del Superstructures Lab, laboratorio che nasce a fine 2015 grazie a una borsa di ricerca personale attraverso il programma SIR (Scientific Independence of Young Researchers) del MIUR, il Ministero della Ricerca e dell’Istruzione. L’abbiamo intervistata per capire quali sono i pilastri su cui si poggia la sua ricerca.

Lei è stata selezionata da Nature per il carattere fortemente interdisciplinare delle sua ricerca.
I lavori con maggiore impatto e con più innovazione scientifica sono quelli seguiti da un team multidisciplinare, ecco perché io ho una formazione chimica ma collaboro con fisici, ingegneri e biologi. Questo è ciò che permette il salto di qualità.

Questa interdisciplinarietà nasce da una curiosità personale o è stata stimolata dai percorsi formativi che ha vissuto?
Nasce prima di tutto dalla curiosità personale, che deve essere sempre a 360 gradi. Ma è importante anche la ricchezza dei percorsi di formazione: il mio dottorato a Edimburgo era in chimica, ma con una forte componente di biologia molecolare, grazie alla quale ad esempio ho imparato a lavorare con il DNA e con proteine ricombinanti.
Nel corso del postdottorato a Melbourne, in Australia, lavoravo circondata da chi si occupava di polimeri delle banconote per i sistemi di sicurezza, o di sistemi flessibili per i pannelli fotovoltaici di plastica o trasparenti. Se non ci fosse stata prima questa esposizione a 360 gradi non avrei potuto aprire un laboratorio multidisciplinare e portarlo avanti con successo.

Lei è rientrata nel 2013 in Italia, dopo esperienze in Europa e nel mondo. Come si trova qui oggi?
Io sono andata via nel 2004, ma non perché non ci fossero opportunità in Italia: volevo andare a scoprire che cosa ci fosse fuori, ed è stata un’esperienza fondamentale perché mi ha insegnato a non dare per scontato nulla e a decostruire stereotipi; e questo è un valore anche nell’esperienza scientifica, nella ricerca. Mettersi in discussione e riuscire a superare dei confini mentali è una condizione indispensabile per chi fa ricerca.
Anche nei criteri della selezione di Nature d’altronde sono citati curiosità, flessibilità e innovazione.

L’articolo di Nature si intitola The world at their feet: ma quali sono le difficoltà che avete affrontato per arrivare al successo nella vostra ricerca scientifica?
Noi siamo agli inizi e il finanziamento finirà tra pochi mesi, quindi si dovranno trovare le risorse per andare avanti. La grande difficoltà è sempre questa.
Non siamo ancora in un fase clinica: quello che stiamo facendo non è offrire in breve termine prodotti che andranno sul mercato, siamo ancora lontani da una applicazione dei nostri studi. Stiamo, piuttosto, lavorando in una maniera trasversale e cercando di offrire una piattaforma, quindi un insieme di materiali che potrebbero esser sviluppati in futuro in diversi ambiti.
Un parametro importante nel mio lavoro è creare elementi semplici da comporre e a un costo limitato, sistemi a base di acqua che non inquinino e che possano essere scomponibili e biodegradabili. Caratteristiche dalle quali bisogna partire già nelle prime fasi della ricerca.

Insomma, un collegamento diretto tra la ricerca di base e quella applicativa?
Se voglio sviluppare un sistema utilizzabile in terapia un domani, cercherò di farlo già direttamente compatibile con la vita, quindi con cellule. Altre correnti di pensiero ritengono che una ricerca all’inizio possa strutturarsi in maniera incompatibile con la vita e che solo un domani, quando si è più prossimi all’applicazione concreta, ci si possa preoccupare dello sviluppo per rendere il prodotto compatibile. Noi ci pensiamo fin da subito, per quanto possibile, ma c’è ancora molto da fare.

In Italia si parla spesso di concentrare i fondi alla ricerca in quegli ambiti che offrono più output applicativi. È d’accordo?
Fin dai primi tempi dell’università ero molto convinta del fatto che la scienza dovesse essere di natura applicativa, altrimenti era poco utile. Adesso ho rivisto questo punto di vista e ritengo che se si rimane troppo applicati il rischio può essere di non riuscire a produrre un’innovazione a 360 gradi. In generale, se ci sono dei problemi che fino ad oggi non vedono soluzione, evidentemente sono necessarie idee nuove alla base delle ricerche, ma allo stesso tempo sono utili linee guide che portino a soluzioni finali e applicative.

Curiosità ma anche capacità di visione a lungo termine, due pilastri della curiosity driven research che però spesso in Italia non trova finanziamenti.
Sta allo scienziato la capacità di poter dare una visione del proprio lavoro, ma non è facile. Quando ho ottenuto i fondi SIR, che mi hanno permesso di aprire un mio laboratorio e di essere indipendente nel realizzare le mie idee, una parte importante del progetto è stata puntare sullo stimolo che la mia ricerca potrebbe dare a ricerche successive, anche per la creazione di nuove e innovative tecnologie per le terapie. Noi offriamo delle visioni in cui si prefigurano i vantaggi a lungo termine dell’investire in questo campo.

Dunque anche l’immaginazione ha un ruolo fondamentale?
Io da piccola volevo fare la pittrice ancor prima della ricercatrice, quindi da sempre ho una forte componente creativa, di curiosità verso la diversità.
Oggi, purtroppo, per come stanno evolvendo le piattaforme digitali, i social network e i motori di ricerca, a causa della tracciabilità siamo circondati da informazioni e pubblicità che creano una realtà ridondante: più si cercano determinate informazioni o parole chiave, più vengono restituiti contenuti inerenti a queste ricerche, proponendo sempre lo stesso punto di vista. Il rischio è una chiusura mentale. Invece è importante riuscire a incontrare punti di vista diversi e contrari. Viviamo in un continuo rimbalzo di informazioni e notizie omogenee.

Quello tra social network e scienza è un legame spesso difficile e complicato. Molti studi dimostrano come, ad esempio, su Facebook sia impossibile un vero dibattito scientifico. Che cosa ne pensa?
Se i social sono uno degli strumenti divulgativi del momento, non possiamo tagliare la scienza da questo spazio; rischieremmo di allontanarci dai giovani e da chi li utilizza in modo assiduo. Bisogna cercare di raggiungere queste persone, accettando il compromesso sulla qualità dei contenuti. L’obiettivo è stimolare un interesse, sta a loro poi cercare informazioni più approfondite su altri canali.
Ai miei studenti dell’università, ad esempio, cerco di insegnare la differenza di qualità nell’utilizzare certi strumenti di ricerca molto immediati ma che non hanno molti filtri di contenuti, rispetto a una ricerca più professionale, sicuramente impegnativa in termini di tempo, ma certamente più basata su contenuti scientifici e qualità.

I suoi studenti, i futuri scienziati, sono ancora curiosi?
Una differenza vera con i miei studenti la vedo nella mancanza di pazienza. Viviamo un mondo in cui c’è immediatezza della risposta non solo nei social network, ma anche nei videogiochi e nei film più diffusi e destinati ai più giovani. C’è fretta di vedere ciò che succede, e questo comporta meno attenzione non solo sull’attesa, ma anche sulla riflessione e sull’osservazione, concetti basilari della ricerca scientifica. Anche in merito al giudizio su ciò che abbiamo di fronte. Sembra si debba decidere subito, all’istante, senza magari verificare le informazioni, senza approfondire, piuttosto che riflettere e porsi delle domande. Sia chiaro, nessuno è al di sopra del problema, siamo tutti immersi in questa visione frenetica.

Insomma, bisognerebbe dare più valore al percorso della ricerca e non solo al risultato?
Si deve avere determinazione nel perseguire l’obiettivo, ma anche la necessaria tranquillità e intelligenza per analizzare le ragioni del fallimento. Dobbiamo chiederci quali sono i mezzi a nostra disposizione e i percorsi alternativi per raggiungere il risultato.
Mi sembra ci sia sempre meno capacità nel guardare ai propri fallimenti con l’obiettivo di imparare e migliorarsi nei tentativi successivi. Faccio un esempio: la domanda per il mio postdottorato in Australia l’ho inoltrata per cinque volte diverse. Le prime quattro volte in cui non sono stata ammessa, ho confrontato il mio profilo con quello del vincitore e ho cercato di colmare le mie lacune, ottenendo alla fine il posto.

Un buon ricercatore deve esser indipendente, ma anche flessibile?
Il ricercatore deve essere come un enzima catalizzatore, il quale non fa altro che favorire o accelerare un processo di trasformazione, di cambiamento andando ad agire su una barriera energetica. Se questa richiede molta energia ed ostacola il cambiamento, l’enzima abbassa il livello di energia necessario, cercando anche dei percorsi alternativi.

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