Metano in atmosfera: prima i soldi o l’ambiente?

L’amministrazione Usa sta per fare un grande favore all’industria dell’energia: è infatti imminente una proposta che renderà più facile l’immissione di metano in atmosfera. Trump prosegue dunque nella inversione di rotta sul fronte ambientale, annullando molti degli sforzi fatti in precedenza. Nel frattempo però c’è anche chi cerca soluzioni, attraverso la tecnologia, per limitare il problema delle emissioni di uno dei più potenti gas serra.
Romualdo Gianoli, 18 Settembre 2018
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

È inutile stare a girare intorno al problema: l’America si sta spaccando sempre di più sui temi ambientali. E questa volta al centro dello scontro tra ambientalisti e amministrazione c’è il metano. Cerchiamo di capire perché.
Un recente articolo del New York Times preannuncia la prossima, imminente mossa del presidente Donald Trump nel percorso di revisione della politica su energia e ambiente, messa in campo dal suo predecessore, Barack Obama. Si tratta di una vera e propria inversione di rotta a 180° (gli americani efficacemente usano il termine: rollback) che annulla molti degli sforzi fatti in precedenza e che propone di fare l’esatto contrario di quanto, secondo gli scienziati di tutto il mondo, si dovrebbe fare per contrastare il riscaldamento globale. In poche parole l’amministrazione Trump sta per fare un grande favore all’industria dell’energia in America, rendendo molto più facile l’immissione di gas metano in atmosfera.
È questa la proposta che potrebbe essere presentata già la prossima settimana, non senza un’involontaria ironia, proprio dall’EPA, l’agenzia per la protezione ambientale americana.
Se approvata, renderebbe molto più deboli i vincoli (introdotti da Obama nel 2016) che obbligano le aziende produttrici di energia e del settore estrattivo a controllare ogni 6 mesi i propri impianti e a eliminare le perdite di metano entro 30 giorni. Con la modifica proposta dall’EPA di Trump, invece, il controllo diventerebbe annuale (ma anche più lungo per le piccole aziende) e l’eliminazione delle perdite slitterebbe a 2 mesi. In aggiunta, nei prossimi giorni, ci si aspetta anche che il Dipartimento degli Interni rilasci la versione definitiva di una bozza di legge già presentata a febbraio che, sostanzialmente, abroga una precedente restrizione posta al rilascio intenzionale e alla combustione (flaring) del metano, durante le operazioni di perforazione. Insomma, se la cosa dovesse andare in porto, le industrie del settore energia americano avranno di che ringraziare, per doversi impegnare (ma, soprattutto, spendere) molto meno per limitare l’impatto delle proprie attività sull’ambiente.
Ma perché tanta attenzione per il metano? Perché il metano è uno dei più potenti gas serra, ma anche quello di cui, forse, si parla meno.
Finora i riflettori dei media sulle cause del riscaldamento globale sono stati puntati quasi esclusivamente sull’anidride carbonica, la famigerata CO2 di cui non si fa altro che parlare, mentre il metano è stato quasi del tutto trascurato, tanto da essere praticamente assente dall’immaginario collettivo.
È vero che il metano rappresenta appena il 10% dei gas serra immessi nell’atmosfera, ma è altrettanto vero che ha un effetto 25 volte maggiore dell’anidride carbonica, per quanto riguarda la capacità di intrappolare calore (addirittura fino a 34 volte maggiore, su un arco di 100 anni). In definitiva, si stima che il metano immesso in atmosfera in conseguenza delle attività umane, sia responsabile per un quarto del riscaldamento globale. Barack Obama lo sapeva e sapeva anche che un terzo delle emissioni di questo gas è dovuto all’industria dell’energia e, per questo, aveva posto quei vincoli che ora stanno per essere rimossi.
Ed è qui che si produce l’ennesima frattura tra l’amministrazione americana e una gran parte dell’opinione pubblica (sostenuta dalla quasi totalità del mondo scientifico) che non è disposta a condividere queste scelte e non intende stare a guardare con le mani in mano. Così, mentre da una parte si pensa a ridurre i vincoli per le industrie che emettono metano in atmosfera, dall’altra si cerca un modo per limitare il problema: è il progetto MethaneSat presentato ad aprile da Fred Krupp, presidente dell’Environmental Defense Fund, durante una TED Conference.
Il cuore di MethaneSat è un piccolo satellite appositamente sviluppato che, una volta in orbita, sarà in grado di individuare il luogo d’origine e misurare l’entità delle emissioni di metano ovunque sulla Terra. Gran parte del metano proviene da perdite lungo le reti di trasporto, quelle che vanno dai pozzi fino alle linee di distribuzione del gas, oppure è un effetto secondario dell’estrazione petrolifera. Si stima che solo le perdite lungo il percorso riversino in atmosfera circa 75 milioni di tonnellate di metano all’anno: quanto basterebbe a fornire elettricità a tutta l’Africa per due volte. MethaneSAT sarà in grado di vedere tutto questo e sarà un satellite unico nel suo genere, perché fornirà una copertura globale ad alta risoluzione dell’intero pianeta, comprese le circa 50 principali regioni di estrazione di petrolio e gas, che rappresentano oltre l’80% della produzione globale. Inoltre, essendo progettato per individuare una sola sostanza, il metano, lavorerà più velocemente e sarà meno costoso dei complessi satelliti multifunzione, costruiti dalle agenzie spaziali governative.
L’altro punto di forza del progetto è la condivisione dei dati che, una volta raccolti dal satellite, saranno forniti ai soggetti interessati (Paesi e società), mettendoli in grado di individuare velocemente le aree problematiche e intervenire per eliminare le perdite, oppure identificare opportunità di risparmio e monitorare i progressi nel tempo.
All’Environmental Defense Fund sono fiduciosi e credono di poter giungere a importanti risultati già nel corso dei prossimi 7 anni. Basandosi sulle esperienze passate, infatti, ritengono che una volta che MethaneSat avrà individuato le criticità, eliminarle sarà un’operazione tecnologicamente semplice e anche poco costosa.
Secondo le stime si potrebbe arrivare a una riduzione del 45% delle emissioni di metano provenienti dal settore petrolifero e del gas già entro il 2025, ottenendo un risultato equivalente alla chiusura di un terzo delle centrali a carbone di tutto il mondo entro i prossimi 20 anni.
Ridurre le emissioni di metano, dunque, potrebbe essere la strada più veloce ed economica per rallentare il riscaldamento globale, a patto di allargare la visuale, guardando anche ad altri tipi di emissioni e non solo a quella di biossido di carbonio come fatto finora.
Arrivati a questo punto, proviamo a tirare le somme e vediamo se riusciamo a prevedere quale potrebbe essere lo scenario dei prossimi anni. Per gli ambientalisti si potrebbero facilmente e con poca spesa ridurre le emissioni di metano in atmosfera, riuscendo in 7 anni (cioè entro il 2025) a ottenere un vantaggio per il clima pari a quello che si avrebbe chiudendo un terzo delle centrali a carbone di tutto il mondo, però in 20 anni. Sull’altro versante, l’EPA stima che, se le nuove regole proposte dall’amministrazione Trump dovessero passare, l’industria del petrolio e del gas risparmierebbe 484 milioni di dollari entro il 2025, rientrando di quasi tutti i costi derivanti dal mantenimento in vigore dei regolamenti dell’era Obama, vale a dire circa 530 milioni di dollari.
È interessante notare che l’orizzonte temporale è lo stesso per entrambe le parti, il 2025, ma le priorità sono molto diverse. Quanto a noi, siamo proprio sicuri che abbiamo voglia di chiederci quale dei due scenari abbia le maggiori probabilità di avverarsi?

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