Migranti e salute: un’app a supporto delle emergenze

Per far fronte alle diverse difficoltà che la gestione delle emergenze umanitarie comporta, un valido supporto può venire dall’utilizzo delle nuove tecnologie. È ciò che sta sperimentando l’organizzazione umanitaria Intersos. Ne abbiamo parlato con il responsabile, Cesare Fermi.
Salvatore Marazzita, 21 Gennaio 2016
Micron
Micron
Filosofia della Scienza

Intersos è un’organizzazione per le emergenze umanitarie che opera da anni in tutto il mondo. Fornisce aiuti alimentari, assistenza e soccorso medico alle popolazioni che sono vittime di calamità naturali, guerre o condizioni estreme di vita.
Dal 2014 Intersos è presente anche in Italia con il progetto “Mesoghios” (in greco “Mediterraneo”), con il fine di offrire assistenza medica e servizi di tipo socio-legali a migranti, richiedenti asilo e anche italiani che si trovano in condizione di bisogno. In Calabria, a Crotone nello specifico, Intersos pone le basi per il progetto. Crotone ospita il secondo più grande Centro di Assistenza per Richiedenti Asilo (CARA) d’Europa. Il numero di persone che ogni anno è costretto a soggiornare nel Centro, spesso in condizioni igienico-sanitarie precarie, è sempre maggiore. In questa situazione il rischio di contrarre malattie e problemi di natura medica è elevato. Per far fronte a questa emergenza, Intersos mette a disposizione un poliambulatorio medico, con la possibilità di muoversi e di dare supporto ai centri di accoglienza locali.
Da Crotone nasce la necessità di snellire e di facilitare le visite mediche. Intersos, con il sostegno della fondazione IBM, ha sviluppato l’applicazione “Mesoghios”, che prende il nome del progetto, utilizzabile su smartphones e tablet, in grado di aiutare medici, migranti e associazioni coinvolte nell’emergenza. Ne abbiamo parlato con Cesare Fermi, responsabile di Intersos.

Avete pensato di sviluppare un’applicazione per la gestione dei pazienti nei centri di accoglienza: come avete avuto l’idea e come funziona l’app?
L’app non è una rivoluzione dal punto di vista tecnologico, è un supporto all’ambulatorio medico di medicina di base. Il punto di forza è la sua facilità d’uso e la possibilità di essere distribuita ed usata da tutti gli enti presenti sul territorio che si occupano di accoglienza. È un database avanzato per la registrazione delle visite mediche. Prima dell’app, soprattutto nei CARA, i pazienti spesso non ricevevano le cartelle mediche in uscita e, una volta giunti in un nuovo centro, in Italia o all’Estero, il lavoro svolto dai medici nella diagnosi della malattia era di fatto sprecato, si doveva sempre ricominciare da zero.
Soprattutto per i pazienti migranti, è importante che si possa tenere traccia delle varie visite fatte nei centri di accoglienza. Si tratta spesso di situazioni di grande mobilità, di spostamento da un centro all’altro. L’applicazione è pensata anche per poter condividere facilmente le informazioni mediche del paziente a tutti i centri e a tutti i medici che vi si trovano in situazioni di emergenza.
L’applicazione dà anche la possibilità di registrare foto e video nel database, nelle cartelle cliniche. Tutte queste informazioni si possono trasmettere molto facilmente a tutti gli altri centri di accoglienza, oppure al migrante stesso. Abbiamo fatto in modo che sia gratuita e fruibile per tutti, proprio per facilitare la circolazione delle informazioni sul paziente.

Quindi l’applicazione è usata dai medici, dalle associazioni e anche dai pazienti?
I pazienti in realtà non la usano, ma serve loro per avere la cartella clinica sempre con sé. I pazienti possono richiedere ai medici la loro cartella che riceveranno, sempre tramite l’app, in formato pdf sulla mail, in maniera molto semplice. Il punto di forza è l’immediatezza e la semplicità d’uso.
Nell’app si trova una sezione che contiene i cosiddetti dati di protezione, che riguardano cioè lo “storico” del paziente, ad esempio gli spostamenti che ha fatto, i problemi che ha avuto, se ha subito violazioni etc., tutte informazioni che sono visibili solo agli operatori dei centri di accoglienza, in modo tale da capire velocemente la situazione che hanno di fronte.
Prima di sviluppare l’applicazione, abbiamo cercato qualcosa di simile e ci siamo accorti che in Italia non esisteva, allora abbiamo pensato di crearla, tramite la fondazione IBM, e soprattutto di renderla gratuita.
L’applicazione funziona perfettamente. Da circa un mese siamo in una fase di raccolta dati, per testarne il funzionamento sul campo e a Marzo si dovrebbe avere il lancio ufficiale.

Come pensa che la tecnologia in generale possa aiutare nelle emergenze umanitarie?
Intersos usa da sempre la tecnologia nelle varie situazioni umanitarie in cui è impegnata. Ad esempio in Darfur abbiamo usato il WebGIS, per il monitoraggio del flusso dei rifugiati tra Ciad e Sudan nel 2006. In quel contesto venivano usate sopratutto tecnologie di profiling. Anche in Somalia Intersos aveva lanciato un progetto di family tracing, sempre basato su sistemi software, che serviva per aiutare a rintracciare le famiglie dei migranti.
Siamo stati tra le prime organizzazioni internazionali ad avere e utilizzare una V-sat, soluzione satellitare per il collegamento a internet. Questo ci consentiva di trasmettere dati velocemente e in tempo reale. Era utile soprattutto nelle emergenze in cui c’erano movimenti di persone.

Cosa pensa riguardo l’uso della nuova tecnologia, come smartphones e tablet, nel caso di emergenze umanitarie con flussi migratori?
Oggi è noto come anche i migranti abbiano la necessità di usare questo tipo di tecnologia. Per questo motivo in Serbia abbiamo un punto al confine con la Croazia dove è possibile ricaricare il cellulare e utilizzare il wi-fi. All’inizio ci siamo stupiti del fatto che i migranti chiedessero di poter ricaricare il telefono e connettersi ad internet, ma abbiamo velocemente compreso come quello poteva essere invece un bisogno umanitario. In quel caso non c’è necessità di mettere a disposizione tecnologie particolari, come applicazioni, in quanto i migranti, come tutti ormai, utilizzano Facebook e Whatsapp per mettersi in contatto con i propri familiari. Questo è appunto un bisogno ormai umanitario, oltre chiaramente ai bisogni primari, come acqua, cibo e un rifugio. Si è registrato anche questo nuovo bisogno, in particolare per i rifugiati siriani che, a differenza di migranti provenienti dall’Africa Centrale, hanno maggiormente a disposizione queste nuove tecnologie.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

uno × 1 =

    X