Migrazioni: nuove sfide per la medicina

Oltre un milione di rifugiati e migranti sono entrati in Europa l’anno scorso. I rifugiati spesso vengono da paesi dove il sistema sanitario non esiste più e hanno sofferto stenti e malnutrizione. I medici europei devono essere preparati a riconoscere malattie che non hanno mai visto prima o che non vedevano più da anni, come la tubercolosi. Non tanto perché ci sia il rischio di epidemie tra i cittadini europei, ma perché i primi a soffrire di questa situazione sono i rifugiati stessi.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

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Secondo l’Altro commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite oltre un milione di rifugiati e migranti sono entrati in Europa l’anno scorso.
La maggior parte sono arrivati da Siria, Afghanistan e Iraq. Tutti Paesi dove il sistema sanitario non esiste praticamente più o il cui funzionamento è comunque fortemente compromesso. Una delle conseguenze di questa situazione è che spesso i migranti presentano infezioni dovute ad agenti patogeni molto rari o addirittura sconosciuti nel vecchio continente. Questo non vuol dire che il loro arrivo sia una minaccia per la salute degli europei, ma una sfida per i nostri sistemi sanitari sicuramente sì.
Sull’ultimo numero di Science è stato pubblicato un articolo che affronta la questione. Con grande attenzione perché, si sa, è un argomento sensibile. Gli infettivologi che recentemente si sono incontrati ad Amsterdam per la conferenza annuale della Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive hanno espresso chiaramente il loro timore: che i politici della destra xenofoba presenti nei paesi dell’Unione possano usare male le loro informazioni per instillare la paura dei migranti nella popolazione europea. Non è solo un timore, per la verità, ma qualcosa che già sta avvenendo. Ad esempio, un anno fa, sui muri di Asotthalom, una città ungherese al confine con la Serbia sono apparsi manifesti che recitavano: “Non toccate gli oggetti lasciati dai migranti: vestiti, abiti, scatole di conserve e anche bottigliette d’acqua. I migranti portano malattie e rischiate di essere contagiati”. Le parole erano accompagnate da immagini di morti trasportati in barella e di braccia devastate dalle piaghe. Il manifesto, che mirava chiaramente più a spaventare che non a dare informazioni utili, era siglato dalle autorità del Consiglio municipale, dove è al potere Jobbik (il partito di ultradestra antisemita e anti Ue).
In realtà, dicono gli esperti riuniti ad Amserdam, il problema delle infezioni non è tanto una minaccia per gli europei quanto per i migranti stessi. E tuttavia, non va negato solo per evitare le reazioni scomposte degli xenofobi.
La stessa posizione è emersa nel corso di un meeting che si è svolto a novembre scorso presso l’Ecdc (European Centers for Diseases Control) con sede a Stoccolma. I primi due punti chiave del rapporto stilato in seguito al meeting sono:
– I migranti non costituiscono una minaccia per la salute dei cittadini dell’UE o della EEA (European Economic Area).
– La prevenzione e la valutazione delle malattie infettive tra i migranti nuovi arrivati è essenziale per rispondere ai bisogni di salute dei migranti stessi.
Gli esperti riuniti a Stoccolma hanno valutato il rischio che i migranti possano innescare dei focolai epidemici per alcune malattie infettive come la febbre ricorrente da pidocchi, la shigellosi, la malaria e hanno concluso che il rischio per i residenti europei di essere colpiti da epidemie di queste malattie è “estremamente basso”. Tuttavia, sono giunti alla conclusione che è importante stendere delle linee guida da dare ai diversi Paesi europei proprio per la prevenzione e la valutazione delle malattie infettive che colpiscono i migranti. E si accingono a farlo.
In effetti, la salute dei migranti, oltre che dagli stenti, è spesso minacciata da microorganismi poco conosciuti da noi. Al convegno di Amsterdam è stato presentato uno studio secondo cui la scabbia è presente in un terzo dei richiedenti asilo provenienti dal Corno d’Africa, mentre un altro studio ha mostrato che circa una persona su 300 tra i rifugiati giunti nella regione della Turingia in Germania sono portatori di almeno uno di due importanti batteri: Salmonella o Shigella. I medici europei, inoltre, devono essere preparati a riconoscere malattie che magari non hanno mai visto prima come quella da Echinococco, un verme intestinale, o come l’ascesso del fegato causato da ameba. Inoltre, batteri resistenti agli antibiotici sono molto presenti nei paesi da cui arrivano i migranti. Uno studio condotto in Svizzera ha mostrato ad esempio che i rifugiati erano 10 volte più a rischio della popolazione locale di essere colonizzati dallo stafilococco aureo resistente alla meticillina.
E poi c’è la tubercolosi. In Germania, dopo un declino nei precedenti 15 anni, nel 2015 il numero dei casi è aumentato del 30%. È vero però che in termini assoluti si tratta di 5865 casi che, su una popolazione di 80 milioni di persone, è una percentuale che non preoccupa, dice Christoph Lange, esperto della malattia. E benché ci sia stato qualche caso di infezione contratta da rifugiati, si tratta tuttavia di casi rari. In Italia il numero dei casi di tubercolosi è stabile nell’ultimo decennio, circa 4000 l’anno, 6 casi ogni 100.000 abitanti. Però, ad analizzare meglio i dati, si vede che mentre il numero degli infettati italiani diminuisce, quello degli stranieri infettati aumenta. “Gli studi – ricorda Enrico Girardi dell’Istituto per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani – dimostrano che c’è poco mixing: piccoli focolai scoppiano ma all’interno di gruppi etnici omogenei”. Inoltre, si è visto anche che le infezioni non sono legate a queste ultime immigrazioni di rifugiati, ma piuttosto alle migrazioni dai paesi dell’Est e dai nuovi paesi comunitari.
Detto questo, rimane il problema del controllo. “Il problema della tubercolosi – prosegue Girardi – non si pone tanto per quelli che transitano nel nostro paese: la malattia non è facile da contagiare e non si pone un rischio immediato. O, per meglio dire, si pone all’interno di alcune comunità, come ad esempio i centri per i rifugiati. Tuttavia, per chi si ferma in Italia le cose cambiano. Una parte dei migranti diventeranno cittadini italiani e quindi i loro problemi non rimarranno confinati. Per loro si deve mettere in piedi un piano di controllo delle infezioni”.
Quali sono le malattie da cercare nei nuovi arrivati per trattare per tempo le infezioni? Proprio su questo l’Ecdc sta preparando le linee guida per i diversi paesi dell’Unione. Ma, in generale, quello che si può dire è che bisognerebbe evitare di ospitarli in centri di accoglienza affollati e senza condizioni igienico-sanitarie adeguate. Invece, come sappiamo, le cose spesso non stanno così: in queste condizioni focolai di epatite, colera, tifo sono in agguato.
Infine, c’è il problema di chi arriva senza la copertura vaccinale per malattie importanti. Ad esempio in Siria il programma di vaccinazione antipolio sui bambini si è interrotto nel 2013. Qualche paese europeo ha deciso quindi di vaccinare tutti i bambini in arrivo da quella regione.
Le disparità sulla salute non finiscono quando i migranti si stabiliscono definitivamente nel nuovo Paese. Alcune comunità somale in Inghilterra hanno tassi di infezione da tubercolosi più alti che in Somalia. “Hanno un servizio sanitario di prima classe, ma semplicemente non lo usano” dice un medico inglese. La sfida è capire perché.

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