Mondo ERC: tanti italiani in Europa, pochi europei in Italia

Con 38 progetti vincitori i ricercatori italiani hanno brillato nell'ultima edizione degli European Research Council Consolidator Grants. Siamo risultati secondi solo ai tedeschi, i quali contano finanziamenti vinti per 50 progetti di ricerca. Ma il nostro Paese non riesce ad attirare cervelli dall'esterno. Con alcuni esperti e vincitori Erc abbiamo analizzato questa situazione.
Giuseppe Nucera, 23 Dicembre 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Con 38 progetti vincitori i ricercatori italiani hanno brillato nell’ultima edizione degli European Research Council Consolidator Grants (ERC).  Le sovvenzioni alla ricerca destinate da Bruxelles, con un massimo di due milioni di euro, ai migliori progetti presentati da ricercatori europei con 7-12 anni di esperienza maturata dopo il conseguimento del dottorato. I nostri ricercatori sono risultati secondi solo ai tedeschi, i quali contano finanziamenti vinti per 50 progetti di ricerca. A preoccupare il dato che 24 dei 38 Consolidator Grants italiani siano stati assegnati a ricercatori che lavorano lontano dall’Italia, consolidando la loro carriera, quindi, in altri paesi europei.
La classifica dei “cervelli in fuga”, almeno per quanto riguarda questa edizione dei Grant, vede l’Italia primeggiare con 24 progetti di italiani che lavorano in centri di ricerca all’estero. Seconda la Germania che ci segue con 15 progetti vincitori e lontani da Bonn ma, a differenza nostra, con la capacità di attrarre altrettanti ricercatori stranieri vincitori di ERC nei centri di ricerca tedeschi. In terza posizione la Spagna, con 7 ricercatori spagnoli operativi all’estero su 22 Consolidator Grants assegnati.
Fabio Zwirner, Professore Ordinario di Fisica e Astronomia presso l’Università degli Studi di Padova e membro dal 2015 del consiglio scientifico dell’European Research Council, ci rassicura affermando che «se si guarda ai vincitori di tutti i tipi di ERC Grants dal 2007 ad oggi, la situazione diventa un po’ meno drammatica per il nostro Paese, ma comunque preoccupante: tra i vincitori ERC, si contano finora 348 italiani in Italia, 296 italiani all’estero e solo 28 stranieri in Italia»
In effetti il vero problema per il sistema della ricerca italiana risulta ancora l’incapacità di attirare cervelli dall’esterno, quindi l’esiguo numero di ricercatori stranieri che scelgono il nostro Paese per progettare e sviluppare le proprie ricerche. In questa edizione dei Consolidator Grants si conta, infatti, soltanto un progetto vinto in Italia da ricercatori stranieri. Mentre «il Regno Unito ha tanti stranieri quanti britannici, e la Svizzera conta addirittura il triplo di stranieri che di svizzeri».

PRESENTIAMO MOLTI PROGETTI IN EUROPA MA VINCIAMO POCO
Già qualche anno fa, in una visita in Italia, il presidente dell’ERC Jean Pierre Bourguignon aveva affermato: “voi italiani scrivete un sacco di progetti per l’ERC, ma pochi ce la fanno ad aggiudicarsi i Grants”. In effetti la percentuale di domande dei nostri ricercatori, in proporzione al numero dei ricercatori totale, è la più alta d’Europa. Ma, allo stesso tempo, il tasso di Grants ottenuti (sempre sul numero di ricercatori) è fra i più bassi del continente. Se a prima vista presentare tanti progetti può sembrare positivo, Zwirner spiega come, in realtà, il gran numero di domande e la bassa percentuale di successo dei ricercatori italiani in Italia siano due facce della stessa medaglia.
«Nei paesi europei più impegnati nella ricerca ci sono sostanziosi finanziamenti nazionali su base competitiva, con percentuali di successo superiori a quelle dell’ERC in cui si compete a livello europeo. In quei paesi l’ERC è solo la ciliegina sulla torta e solo i ricercatori più ambiziosi e consapevoli del loro valore presentano i propri progetti. Il numero molto elevato di domande  provenienti dall’Italia si spiega anche con il fatto che i programmi competitivi nazionali sono sotto-finanziati e in alcuni casi hanno percentuali di successo ancora inferiori a quelle dell’ERC».
Ilaria Malanchi è una delle 11 donne italiane che hanno vinto l’ERC in questa edizione, presentando un progetto nell’ambito delle Life Sciences, focalizzato sul controllo dell’avanzamento del cancro. Originaria di Siena, ha portato l’Italia a contare più di tutti ERC vinti da donne a livello europeo; ma è anche una dei 24 ricercatori che svilupperanno le loro carriere all’estero, lavorando al proprio progetto presso il Francis Crick Institute di Londra. «Riuscissimo a tenerci gli italiani il Paese andrebbe meglio. O forse, più realisticamente, se noi vincitori di Consolidator Grants fossimo rimasti tutti in Italia, solo un piccola parte oggi avrebbe raggiunto questo traguardo».  In Inghilterra da 5 anni e con una consolidata carriera internazionale che l’ha vista prima in Germania e poi a Losanna, Ilaria è certa che il vero problema dell’Italia è, ancora oggi, la mancanza di posizioni valide che diano la possibilità a una larga fetta di ricercatori di sviluppare le loro ricerche e guardare avanti.
«Sono gli italiani che vanno alla grande, non l’Italia. Io personalmente ho dovuto lasciare il nostro Paese più di 18 anni fa, per assicurarmi una carriera. All’ERC ho proposto dei progetti molto difficili da sviluppare, per cui necessito di servizi e strutture che in Italia  non sono ovunque».

POCHE ISOLE FELICI PER LA RICERCA
Analizzando la distribuzione degli ERC vinti nel territorio italiano, si nota una forte concentrazione dei progetti sulle grandi città del centro Nord del Paese con Milano (5 ERC vinti) due a Roma e Firenze. Solo un progetto vincitore rispettivamente a Trento, Torino, Genova, Bologna e Perugia.
Questa distribuzione a macchia di leopardo, come afferma Ilaria Malanchi,  non aiuta certo il lavoro di ricercatore. «Ti serve di stare in un centro di eccellenza ma di averne altri attorno. La scienza è così: si collabora. Se non posso fare io qualcosa lo fanno altri ma devono esser vicini a me. 2 o 3 enti di eccellenza non bastano. Ci sono pochi posti che ti permettono di andare con la ricerca di alto livello, poche isole felici, insomma».
Anche Fabio Zwirner conferma tale tendenza secondo cui eccellenze scientifiche e la presenza di infrastrutture e organizzazioni in grado di sostenerle attirano più facilmente ulteriori eccellenze.
Alessio Figalli è un matematico italiano che grazie a Bruxelles oggi può contare su un fondo di 1 milione e 750 mila euro da destinare ai propri progetti. Ricerche che però svilupperà nei prossimi 5 anni all’ETH di Zurigo. «In Italia il finanziamento totale nei PRIN, ha stanziato 3 milioni di euro per la matematica di tutto il Paese. Io grazie all’ERC posso attingere a un budget di ricerca che è più della metà di tutti i PRIN italiani. Un dato che parla da solo».
L’Italia soffre una mancanza dei finanziamenti pubblici alla ricerca e non solo, anche una scarsa organizzazione nell’erogazione degli stessi. «Gli ERC durano solo 5 anni dopo. In Italia se vinci un ERC, dopo non c’è più nulla e non hai possibilità di andare avanti. Questo potrebbe esser un deterrente nel investire in progetti in Italia  in sistemi come biologia, chimica, e fisica sperimentale questa barriera diventa fondamentale. La ricerca si fa in decenni, chi lavora lavora 40 anni non solo 5. Servono finanziamenti stabili», spiega Figalli.
Quello della stabilità dei finanziamenti è un problema che pone anche Fabio Zwirner: «Serve una programmazione stabile su base pluriennale. Servono procedure snelle, rapide e trasparenti. Gli avanzamenti di carriera non devono essere determinate sono da rigidi criteri bibliometrici, ma incentivando i comportamenti virtuosi e creando la consapevolezza che solo con una selezione rigorosa dei ricercatori si promuovono rinnovamento e competitività».

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