Nobel per la Chimica: i primi dei non eletti

Tra i cento chimici più citati al mondo, Vincenzo Balzani è considerato un pioniere della chimica supramolecolare a livello mondiale e, oggi, il primo grande escluso dal Nobel per la Chimica 2016. Con lui abbiamo parlato del Premio, ma anche dello stato di salute della ricerca chimica italiana.
Giuseppe Nucera, 12 Ottobre 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Il Nobel per la Chimica 2016 è stato assegnato a Jean-Pierre Sauvage, dell’università di Strasburgo, a Sir J. Fraser Stoddart, dell’americana Northwestern University, e a Bernard L. Feringa, dell’università di Groningen. Al centro della motivazione i loro lavori sulle nano-macchine, molecular machines, strutture composte da un piccolo numero di molecole, in grado di essere azionati nel momento in cui ricevono energia. Nano-ingranaggi supramolecolari che attraverso stimoli chimici, elettrochimici o luminosi, riescono a eseguire specifici movimenti e compiti.
Due dei tre premiati dai giudici dell’Accademia reale svedese delle scienze, Sauvage e Stoddard, hanno sviluppato le loro ricerche, dagli anni Novanta in poi, in stretta collaborazione con il gruppo di ricerca italiano guidato da Vincenzo Balzani dell’Università di Bologna. Il chimico italiano ha firmato 26 articoli scientifici con il Francese Sauvage, mentre son oltre 70 le pubblicazioni insieme allo scozzese Stoddart.
Nel 1993 è stata proprio la collaborazione tra Balzani e Stoddart a portare al primo caso di risposta a uno stimolo luminoso di una supramolecola: i due scienziati erano riusciti, grazie alla luce, a ottenere lo sfilamento di una struttura supramolecolare chiamata pseudorotassano, ossia un ingranaggio composto da una molecola a forma di filo o di asse infilata in una molecola ciclica.
In seguito, Balzani collabora con Sauvage per studiare come azionare mediante l’assorbimento di luce un catenano, un sistema supramolecolare composto da due o più molecole cicliche incatenate. Riuscirono così a ottenere, attraverso assorbimento di luce, la rotazione dell’anello di un catenano contenente uno ione di rame.
A tutti gli effetti Balzani, tra i cento chimici più citati al mondo, non può che esser considerato un pioniere della chimica supramolecolare a livello mondiale e oggi il primo grande escluso dal Nobel per la Chimica 2016. Lo abbiamo intervistato per capire quanto sia grande il suo rammarico per tale esclusione, ma anche per parlare dello stato di salute della ricerca chimica italiana.

Quanto la rammarica esser stato escluso dal Premio Nobel per la Chimica 2016? Quanto pesa questa vicenda per la sua carriera e per la ricerca chimica italiana?
Il rammarico personale è pochissimo, nel senso che mi avrebbe cambiato la vita e non mi posso permettere un impegno così grande: quando si diventa Premio Nobel bisogna sapere di tutto. Mi dispiace moltissimo perché il Premio sarebbe stato importante per l’Italia, per l’Università e la ricerca italiana e, soprattutto, per i giovani che hanno collaborato con me. Il rammarico nasce dal fatto che con due su tre dei vincitori del Premio per la chimica abbiamo avuto una collaborazione stretta. Seppure ogni gruppo abbia lavorato separatamente, la collaborazione con Sauvage e di Stoddard è stata enorme. A partire dal 1991, con Sauvage annoveriamo più di 20 lavori insieme; con Stoddard, addirittura, i lavori insieme sono 70. La cosa curiosa è che nella relazione del Nobel, fra le referenze inserite compare il mio nome. Ancora più curioso è il fatto che l’unico libro citato sull’argomento, dal titolo Molecular devices and machines, lo abbiamo scritto noi da soli ed è stato tradotto anche in cinese e giapponese.
Insomma, penso che ci fossero tutti i presupposti per esser premiato. Ciò che mi viene da dire è che, probabilmente, qualcuno avrà in qualche modo spinto di più gli altri tre. Mi riferisco al fatto che la scienza in Italia è tenuta in bassa considerazione sotto molti punti di vista: non viene finanziata e gli scienziati sono tenuti in scarsa considerazione.
Detto questo, mi ha fatto molto piacere che sia stato premiato questo campo della chimica. Mentre fino a qualche tempo fa, infatti, i Premi Nobel per la chimica erano assegnati a dei biologi, questa è veramente chimica e sono felice di esserci dentro in pieno scientificamente.

L’Italia ha vinto un solo Premio Nobel per la Chimica, nel 1963 con Giulio Natta. Non siamo un Paese adatto per la ricerca chimica o, al contrario, sono i riconoscimenti internazionali che mancano?
In Italia di chimici bravi ce ne sono moltissimi. Mancano i riconoscimenti perché vengono assegnati sulla base di criteri che non sono solo scientifici. Non è la prima volta che si verificano casi analoghi nella storia dell’assegnazione del Nobel. Guardando sempre alla storia recente dell’Italia, Nicola Cabibbo è stato escluso dal Nobel per la Fisica nel 2008 quando lo avrebbe meritato più di coloro che poi lo hanno vinto ufficialmente. Purtroppo succede.
Il Nobel viene assegnato certamente in base alla bravura dei gruppi di ricerca, ma è chiaro che dietro a queste decisioni importanti c’è anche un’azione di lobby, in senso positivo ovviamente, effettuata dai vari Paesi. E l’Italia, secondo me, è considerata poco e c’è poco da fare: la ragione primaria di tale situazione è che politicamente non abbiamo alcun sostegno, il mondo della ricerca in Italia non vale niente. Come dimostrano gli scarsi fondi assegnati all’università. Siamo nel ridicolo. Quando i fondi ci sono e sono cospicui, invece, vengono finanziate cose gigantesche, come nel caso dell’Human Technopole, ma attraverso una decisione che è sempre politica.
La politica decide cosa, come e dove finanziare. Il fatto fondamentale è questo: non esiste in Italia una meritocrazia nel distribuire i fondi e la scienza è poco considerata. Non possiamo aspettarci un trattamento diverso a livello internazionale se siamo noi i primi a non promuovere le nostre ricerche.

Forse stiamo pagando ancora oggi la reputazione negativa che abbiamo costruito attorno alla chimica italiana partendo dal disastro di Seveso? Come si sta trasformando questo settore?
Anche la chimica è cambiata, non è più la chimica di prima che faceva grandi disastri, sta diventando una chimica verde e si sta ponendo come missione quella di risolvere i grandi problemi che abbiamo al mondo come quello del clima, per esempio. Dobbiamo progressivamente arrivare ad una eliminazione dei combustibili fossili. Forse la gente non lo capisce, ma la Cop 21 di Parigi lo ha detto in modo chiaro. La chimica, poi, non solo si interessa di rimediare ai danni che ha fatto, ma anche di realizzare nuovi materiali, studiare nuove modalità per convertire l’energia solare in altre forme energetiche. La chimica, inoltre, è fondamentale per ciò che concerne strumenti e metodi di comunicazione, come nel campo della miniaturizzazione dei computer e dei sensori. Non bisogna poi dimenticare la sfida che vede la chimica in prima fila nella ricerca di soluzioni su come sfamare nel futuro i nove miliardi di persone che presto vivranno il nostro pianeta.

In merito al contributo nel settore delle comunicazioni, quali sono gli scenari di ulteriore sviluppo nell’ambito di ricerca della chimica supramolecolare?
Prima i computer erano grandi come appartamenti. Poi, miniaturizzando attraverso un approccio top-down, attraverso la realizzazione di microcircuiti sono stati costruiti computer sempre più piccoli. Ora, se si vuole andare ancora più giù, alle dimensione del nanometro, quindi del miliardesimo di metro, non ci si può arrivare attraverso un approccio top-down con tecniche sempre più raffinate su pezzettini sempre più piccoli. Bisogna cambiare approccio, passando ad una logica bottom-up, cioè partire dalle molecole, che son già oggetti di dimensione nanometriche. Questo è esattamente ciò che hanno fatto, come noi qui a Bologna, i tre premiati col Nobel quest’anno: mettere assieme delle molecole che hanno delle opportune proprietà e che, assemblandole in strutture supramolecolari, possono esser trasformate in veri congegni molecolari. Questi, attraverso stimoli chimici o elettrochimici, ma anche luminosi come quelli che abbiamo usato noi, possono essere messi in azione facendo muovere le diverse parti della struttura supramolecolare. Molte di queste possono dare anche delle risposte in una logica binaria, si possono quindi immagazzinare informazioni.
Noi abbiamo pensato a un sistema in cui, attraverso l’arrivo di un fotone, si attiva il movimento di un anello avanti e indietro lungo un sistema supramolecolare: ciò vuol dire convertire energia luminosa in energia meccanica. L’unico problema fino ad ora è che tutto ciò che facciamo è in soluzione, mentre i computer sono allo stato solido.
Ma chi ha detto che dal punto di vista dei calcolatori di memoria lo stato solido sia migliore? In fin dei conti, il miglior calcolatore è il nostro cervello, il quale non lavora allo stato solido, ma con le molecole in un ambiente simile alla soluzione. Quindi, per la chimica è questa la strada da percorrere. Con i prossimi sviluppi della chimica suparamolecolare si potranno realizzare dei calcolatori più efficienti, più miniaturizzati e con una maggiore capacità di memorizzazione di informazioni. Grazie al passaggio dal micro al nano, questo è il punto, avremo di fronte un guadagno su una scala di mille volte.

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