Noi siamo le Alpi, e le persone che in esse vivono

Il racconto di uno dei giornalisti che hanno preso parte a “We are Alps”, il tour che ogni anno si propone di far conoscere da vicino la cultura e le problematiche dei paesi alpini. Un viaggio fra passato e futuro, fra spopolamento ed esempi di creatività e resilienza che mostrano la voglia di vivere di questi luoghi. All'insegna della sostenibilità.
Giulia Negri, 17 Luglio 2018
Micron
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Comunicatrice della scienza

C’erano tre italiani, tre sloveni, tre tedeschi, una svizzera e un austriaco… Non si tratta dell’incipit di una barzelletta molto affollata, ma della composizione del gruppo di giornalisti che ha attraversato, servendosi solo di mezzi sostenibili, tre Paesi dell’arco alpino. Il tour, chiamato We are Alps e organizzato dalla Alpine Convention, si propone ogni anno di far conoscere le caratteristiche, le opportunità e le problematiche più rilevanti nelle Alpi; quest’anno è stato incentrato sul tema “Popolazione e cultura nelle Alpi – ora e allora”. In undici, perciò, siamo stati accompagnati da giovedì 28 giugno a domenica 1 luglio su un percorso che collega la Carinzia (in Austria) con la Gorenska (in Slovenia) e il Friuli Venezia Giulia, per conoscere meglio tradizioni e peculiarità di questi luoghi.

La mappa del percorso compiuto durante il tour. Tutti gli spostamenti sono stati effettuati con mezzi sostenibili. (Immagine: Alpine Convention)

A Spittal an der Drau, in Austria, era previsto il ritrovo del gruppo, e all’interno dello Schloss Porcia – ovvero un castello rinascimentale della città – ci è stato descritto in dettaglio l’itinerario, la struttura e il funzionamento della Convenzione delle Alpi e sono state fatte le presentazioni. A quel punto ha avuto inizio il tour vero e proprio, costruito basandosi sull’utilizzo di soli mezzi pubblici, biciclette e a piedi, nel pieno rispetto dello spirito che anima We are Alps e di quanto indicano i Protocolli della Convenzione.


Cosa sono la Convenzione delle Alpi e We are Alps?

Dopo un breve tragitto in treno veniamo accompagnati al lago Weissensee dalle navette del parco naturale. Si tratta del lago alpino balneabile più alto d’Europa (si trova a 930 metri di altitudine), di origine glaciale: il suo bacino lungo e stretto, in inverno, si trasforma nella più estesa area naturale ghiacciata del continente.
Se nella stagione fredda è normale vederlo solcato da pattinatori, giocatori di curling e golf e slitte trainate da cavalli, ora ci sono solo alcune barche di pescatori e due persone che con pigre bracciate si spostano sulle sue acque non troppo fredde e – cosa abbastanza stupefacente – perfettamente potabili. Lo attraversiamo su una delle zattere utilizzate una volta dai contadini per trasportare fieno e animali da una sponda all’altra, stavolta spinta da una piccola barca a motore e non dai remi.
Arrivati sulla riva opposta del lago, che ha vinto l’European Prize for Tourism and Environment, incontriamo Michael Winkler, del cantiere Domenigg, che ci spiega come avviene la costruzione delle tradizionali barche in legno, a fondo piatto o con differenti tipi di chiglia, utilizzando solo gli alberi cresciuti sulle sponde del lago. Alcune di queste imbarcazioni partono per raggiungere destinazioni lontane, mentre altre restano qui, per i pescatori. Uno di loro, Martin Müller, ha illustrato la gestione dei pesci del lago, della quale si occupa: vende trote e lucci ai ristoranti locali, ma al tempo stesso tiene sotto controllo le popolazioni delle varie specie e reintegra quelle locali, da lui allevate sulla riva del lago.
È la dimostrazione che è possibile usufruire di una risorsa naturale senza per questo sfruttarla in maniera eccessiva o distruggerla.

Attraversiamo il lago Weissensee sotto un cielo coperto, che rende continuamente mutevoli i colori dell’acqua. (Foto: Giulia Negri)

Dopo aver passato la notte al lago, in un silenzio quasi irreale, il mattino dopo torniamo in stazione e arriviamo in parte in treno e in parte a piedi a Radenthein, dove visitiamo il caseificio Kaslab’n, che si è aggiudicato il 2° premio per la “Constructive Alps 2017” (premio internazionale per le ristrutturazioni e le costruzioni sostenibili nelle Alpi). Michael Kerschbaumer, Presidente della cooperativa, ha avviato questo progetto insieme ad altri 14 allevatori locali, con il fine di offrire formaggi di qualità molto elevata “svecchiando” l’immagine che si ha degli allevatori, sperando così di invogliare più giovani a seguire le loro orme. Il desiderio di riuscire a far rimanere le persone sul luogo emerge da molte delle attività visitate, come la consapevolezza che, se non si fa qualcosa per incentivare le persone a restare, le montagne continueranno a spopolarsi.

Con autobus e treni raggiungiamo la Slovenia, e durante il tragitto Špela Berlot, coordinatrice di CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) Slovenia, ci illustra il progetto Timetables in the Alps, una brochure che presenta vari modi per attraversare lo stato con i mezzi pubblici: una possibilità che molti ignorano, altri magari evitano per pigrizia, ma permette di vivere il viaggio sotto una prospettiva diversa. A volte ci si ritrova ad attendere in una piazza e si scoprono angoli nascosti, oppure non si riesce a vedere tutto quello che si vorrebbe, e si rimane con il desiderio di tornare.
Dopo una veloce visita al Museo alpino sloveno di Mojstrana ci incamminiamo verso la fattoria Pocar di Zgornja Radovna, un paesino nell’area del Parco nazionale del Triglav. La costruzione risale ai primi anni del XVII secolo, si tratta di uno dei più antichi casali ristrutturati nel parco, ora diventata museo etnografico, che permette di immergersi nella vita quotidiana dell’epoca.

Strumenti di lavoro, all’interno della fattoria Pocar. (Foto: Giulia Negri)

Raggiunta Kranjska Gora ceniamo ascoltando i racconti di alpinismo e alcune leggende slovene dalla voce di Dušica Kunaver, editrice e story-teller. L’indomani partiamo in bici, insieme alla guida turistica Ervin Crnović, lungo una bellissima pista ciclabile, che a Tarvisio si unisce con la ciclovia Alpe Adria.
Lungo il tragitto ci fermiamo a Rateče, appena prima del confine italiano, dove ci cimentiamo nella preparazione dei krapi, tipico piatto locale simile a ravioli di grandi dimensioni formati da un impasto a base di patate con ripieno salato (formaggio e dragoncello) o dolce (polenta e pere del luogo), e ci viene illustrato il programma AlpFoodWay, che mira a promuovere il Patrimonio Culturale Alpino attraverso la valorizzazione delle tradizioni alimentari per creare un forte elemento identitario condiviso lungo tutta la catena montuosa europea.
Da Tarvisio, in autobus e infine a piedi lungo una breve salita arriviamo al borgo di Dordolla, circondato dalle montagne. Qui vivono solo 40 persone, in case a schiera collegate da viottoli tortuosi, tutti in salita. Incrociamo un paio di persone, si tratta di pensionati, come la maggior parte degli abitanti, i giovani si sono trasferiti altrove.
Si sente più che mai, qui, il pericolo dello spopolamento montano, che svuota e fa morire interi paesi.
C’è chi prova ad arrestare questa tendenza, però: Kaspar Nickels, agricoltore austriaco, ha sposato una donna di Dordolla, e qui ha scelto di trasferirsi, aprendo un agriturismo per finanziare in parte il lavoro della terra, rimasta abbandonata per molti anni. Lavinia Della Schiava ha abbandonato il suo lavoro in città per proseguire l’attività di famiglia, nel bar-osteria che è il centro di aggregazione del borgo. Anche Christopher Thomson, regista inglese, ha scelto di vivere qui, dopo aver girato un film in questi luoghi: chi ama queste montagne fa di tutto per restare, e per permettere ad altri di farlo.

Vista sul borgo di Dordolla e sulle montagne che lo sovrastano. (Foto: Giulia Negri)

Da Dordolla ci spostiamo in Val Resia, circondati da montagne che ci catturano a ogni curva. Conosciamo il gruppo folk locale, che non solo riesce a coinvolgere i giovani del posto tra danze e tradizioni, ma li richiama anche dalla vicina Gemona del Friuli. Una necessità, quella di salvaguardare l’identità culturale, ancora più sentita dopo il violento terremoto del 1976, quando fu necessario ricostruire le abitazioni, e non solo. Stefano Santi, direttore del Parco regionale delle Alpi Giulie, sottolinea come il compito del parco non sia solo quello di preservare le specie animali e vegetali, ma anche quella umana: in questa cornice nasce ad aprile la Consulta dei giovani del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, organismo aperto alla partecipazione dei residenti dei comuni di Chiusaforte, Lusevera, Moggio Udinese, Resia, Resiutta e Venzone che abbiano un’età compresa tra i 16 ed i 30 anni, per proporre temi e iniziative che coinvolgano i giovani e stiano loro a cuore. I paesi montani, in molte situazioni, sono in difficoltà e si stanno spopolando, eppure ci sono meravigliosi esempi di tenacia, creatività e resilienza che mostrano la loro voglia di vivere.
Colori e suoni di quattro giorni tra le Alpi


Colori e suoni di quattro giorni tra le Alpi

Ma We are Alps non è stata solo temi interessanti e luoghi bellissimi: ogni esperienza deve molto alle persone con cui la vivi, per questo mi piacerebbe ringraziare Axel, Dušan, Georg, Jochen, Monica, Simone, Stefano, Vida, Veronika e Wilma per le domande che hanno posto e per tutti i confronti e le discussioni sulle questioni affrontate, oltre che per la memorabile compagnia, e Nathalie, Aureliano e Taja per aver organizzato il viaggio e/o averci accompagnato districandosi in un programma decisamente fitto.

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