Non dobbiamo curare solo i sintomi: un approccio alternativo all’ambientalismo

Cercare di espandere l’uso di fonti energetiche rinnovabili non risolve il problema, ma cura solo alcuni sintomi. Insomma, Il passaggio (ancora poco incisivo) alle fonti rinnovabili affronta il problema in maniera superficiale. Quello che dobbiamo cambiare è semmai il modo in cui l’intera economia è pensata.
Giacomo Destro, 22 Dicembre 2016
Micron
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Divulgatore scientifico e Data journalist

Curare la malattia, non i sintomi: si potrebbe riassumere così una corrente di pensiero che si sta diffondendo tra alcuni ambientalisti. L’idea di base, a ben vedere, non è nuova e aderisce in parte a teorie un po’ datate (e molto criticate), come la cosiddetta “decrescita felice”. La novità sta nel fatto che a dirlo non è un qualche gruppo ambientalista radicale, ma studiosi di economia che rimangono comunque nel solco del capitalismo. Anzi, addirittura ci sono esperti del Fondo Monetario Internazionale che lo caldeggiano – non proprio un’organizzazione ambientalista. In breve, per questa corrente di pensiero, il vero problema del riscaldamento globale è che l’economia è fondata sul debito, e il debito impone ritmi di crescita che sono insostenibili per il pianeta. Ma se il problema è il debito, come fare a cambiare senza provocare una crisi economica mondiale?
Questo gruppo di economisti, tra cui Jason Hickel della London School of Economics, parte da una premessa: cercare di espandere l’uso di fonti energetiche rinnovabili non risolve il problema, ma cura solo alcuni sintomi. Insomma, Il passaggio (ancora poco incisivo) alle fonti rinnovabili affronta il problema in maniera superficiale. Quello che dobbiamo cambiare è semmai il modo in cui l’intera economia è pensata. Partendo da un vecchio pamphlet che ha fatto discutere per anni economisti di prima scelta.
Per capire cosa significa abbandonare un’economia basata sul debito, dobbiamo capire cosa significa, appunto, “basata sul debito”. Il debito è il motivo principale per cui le economie devono crescere a ritmi elevati. Tali ritmi sono determinati dal fatto che ogni debito – come è normale che sia – porta con sé gli interessi. Questi interessi crescono però in modo non lineare, ma esponenziale: per poter ripagare un debito, una persona, un’azienda o uno stato deve crescere abbastanza da poter ripagare sia il debito che gli interessi. Se non ci riesce i debiti si accumulano e gli interessi si moltiplicano, andando verso una crisi economica. Noi, in Italia, sappiamo bene cosa significa dover sopportare un debito enorme. Ma questo è solo una delle facce, quella più visibile, del debito.
Se entriamo in una banca per accendere un mutuo, normalmente pensiamo che i soldi che ci vengono dati dalla banca siano effettivamente soldi che la banca possiede, avendoli ricevuti, ad esempio, dai correntisti. Non è così. Le banche sono tenute per legge a tenere come contanti solo una percentuale dei depositi bancari (che difficilmente supera il 10%). Si chiama “sistema a riserva frazionaria”. Cosa succede quando la banca presta più della percentuale stabilita dei propri depositi?
A differenza di quanto si crede normalmente, non è lo Stato a creare moneta, ma sono le banche commerciali private a creare dal nulla nuova moneta attraverso i prestiti. Il meccanismo attraverso cui questo avviene è particolarmente complicato, con la regia affidata alle banche centrali, ma in sostanza è bene ricordarsi che gran parte degli euro che utilizziamo ogni giorno rappresenta il debito (e gli interessi sul debito) contratto da qualcuno. Semplificando molto, possiamo dire che gran parte della moneta in circolazione (che siano le banconote o i debiti) è creata dal nulla e basata sul debito. Oltre al Pil, dunque, è lo stesso sistema monetario attuale a imporre ritmi di crescita insostenibili per il pianeta.
Una volta capito questo meccanismo, la soluzione è abbastanza scontata: dovremmo passare da un sistema monetario fondato sul debito e sulla creazione di moneta da parte delle banche commerciali, ad un sistema che utilizza moneta gestita e creata direttamente dallo Stato e non basata sul debito, ma su beni reali come garanzia.
Come già detto, non è un’idea nuova: fu proposta per la prima volta dagli economisti della famosa Scuola di Chicago negli anni ‘30, quando imperversavano gli effetti della Grande Depressione. Inizialmente il piano, chiamato Chicago Plan, creò un dibattito vivace. Il sistema prevedeva alcune semplici regole (il documento era lungo solo 6 pagine) a partire dal fatto che fosse necessario abolire la riserva frazionaria e passare ad un sistema in cui la disponibilità di denaro fosse interamente coperta dai depositi dei correntisti. Nonostante alcuni pareri favorevoli di economisti di spicco, il Chicago Plan cadde dopo pochi anni nel dimenticatoio.
Fu ripreso in mano nel punto più duro della crisi economica mondiale iniziata nel 2008. Nel 2012, infatti, alcuni economisti del Fondo Monetario Internazionale fecero circolare uno studio, chiamato “Chicago Plan Revisited”. Il documento – che non richiamava in alcun modo il problema del riscaldamento globale – suggeriva di abbandonare la riserva frazionaria per creare un sistema finanziario e produttivo più stabile, non caratterizzato da continui cicli di boom e contrazioni. Il nuovo Chicago Plan fu accolto da pareri positivi (soprattutto a Parigi e Londra), ma anche da critiche feroci, in primis da parte di coloro che seguono la Scuola Austriaca (una corrente nel pensiero economico particolarmente conservatrice). I critici sottolineavano che, dando allo stato la possibilità di stampare moneta, l’economia sarebbe stata sottomessa alla politica, con tutte le storture del caso (tra cui, ad esempio, la concreta possibilità di iper-inflazione).
A differenza della prima versione, il nuovo Chicago Plan ha due laboratori sperimentali reali. In Islanda il governo ha commissionato nel 2015 uno studio sugli effetti dell’abbandono della riserva frazionaria, e gli economisti del paese stanno discutendo. In Svizzera, invece, è previsto nei prossimi anni un referendum proprio su questo passaggio, anche se il governo federale si oppone con forza.
Si stima che per riuscire a fare profitti aggregati, una grande azienda deve crescere di circa il 3% ogni anno. Questo significa che il volume dell’economia deve raddoppiare ogni 20 anni: devono raddoppiare il numero di automobili, di computer, le attività minerarie e la produzione alimentare. E fra 40 anni, l’economia dovrà essere il doppio del doppio di oggi. Lottare solo contro i combustibili fossili, quindi, appare insufficiente per la sfida che ci attende. Come ha scritto Hickel in un suo articolo sul Guardian “il movimento contro i cambiamenti climatici ha fatto un enorme sbaglio. Ci siamo tutti concentrati sui combustibili fossili, quando dovevamo concentrarci su qualcosa di più profondo: la logica alla base del sistema economico”

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