Nuove aree marine protette. Siamo davvero in un “mare” di guai?

Il 15 e 16 settembre si è tenuta a Washington la terza conferenza annuale “Our Ocean”, in cui venti Paesi si sono impegnati a realizzare quaranta nuove aree marine protette, per un totale di quasi quattro milioni di chilometri quadrati. Il Presidente Obama ha anche annunciato la creazione del primo “monumento nazionale marino”, un’area protetta di circa tredicimila chilometri quadrati al largo delle coste del New England, un’iniziativa che segue quella analoga di agosto, che ha visto la nascita della più grande riserva marina del mondo, al largo delle Hawaii.
Romualdo Gianoli, 03 Ottobre 2016
Micron

È giunta appena alla sua terza edizione, ma la Conferenza annuale“Our Ocean” sembra voler far seriamente capire che la tutela delle acque marine mondiali non è più una questione rinviabile.
Almeno questa è la sensazione che si ricava dalle conclusioni dei lavori che si sono svolti lo scorso 15 e 16 settembre a Washington e che hanno decretato la nascita di ben quaranta nuove aree marine protette, per un totale di quasi quattro milioni di chilometri quadrati.
Che la salvaguardia dell’ecosistema marino sia avvertita come una questione di fondamentale importanza per il futuro di tutto il pianeta, è dimostrato anche dall’impegno mostrato dall’attuale Amministrazione statunitense che, oltre ad aver ospitato la conferenza nella capitale federale dell’Unione, ha partecipato ai massimi livelli, con il Presidente Obama e il Segretario di Stato Kerry. Nel discorso di apertura della conferenza, Obama, non a caso, ha usato un termine molto particolare per definire l’impegno degli Stati Uniti, affermando che la protezione dei mari «è di vitale importanza per la nostra politica estera. E’ vitale per la nostra sicurezza nazionale.
Ma è anche di vitale importanza per il nostro spirito. E’ vitale per chi siamo». Parole alle quali hanno fatto eco quelle del Segretario di Stato Kerry che, in chiusura dei lavori, commentando i buoni risultati ottenuti, ha lanciato un messaggio di fiducia per il futuro, sostenendo che: «Dopo molti decenni di difesa dell’ambiente, posso dirvi che non sono mai stato così entusiasta circa la nostra capacità di riuscire a portare a termine questo lavoro». E , dunque,vediamoli un po’ più nel dettaglio, questi risultati.

Il primo e più evidente, coinvolge ben venti Paesi di tutti i continenti, che si sono impegnati a creare nuove aree marine protette o a estendere quelle già esistenti. Così Cambogia, Canada, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Francia, Micronesia, Kuwait, Libano, Malesia, Malta, Marocco, Norvegia, Repubblica del Congo, Seychelles, Korea del Sud, Sri Lanka, Tailandia, Regno Unito e Stati Uniti, hanno deciso di porre sotto tutela, complessivamente, altri quattro milioni di chilometri quadrati in zone di mare particolarmente delicate, per preservarle dai rischi dell’inquinamento e dell’eccessivo sfruttamento della pesca.
Le aree marine protette, infatti, hanno lo scopo di salvaguardare habit spesso unici o particolarmente delicati e, con essi, anche la biodiversità marina, attraverso una stretta regolamentazione delle attività di pesca o il loro assoluto divieto. Ecco perché le aree marine protette sono state create lungo particolari zone costiere, attorno a barriere coralline, a isole o a zone destinate alla pesca nei pressi della terraferma.

L’ultima mappa ufficiale delle aree marine protette nel mondo, aggiornata al 2013. Fonte: http://www.protectplanetocean.org/official_mpa_map

 

Al momento le aree marine protette coprono un po’ meno del 3% di tutti i mari del mondo e, sebbene in termini assoluti questo possa apparire un dato notevole, in realtà si tratta di ben dieci volte meno del minimo necessario, secondo le stime degli scienziati. Questo spiega perché l’impegno preso a Washington nei giorni scorsi, di aumentare o creare nuove zone di mare protette, sia stato accolto con tanto entusiasmo dal Segretario Kerry.
E questo, forse, è il risultato più importante della conferenza di Washington: il segnale che qualcosa, a livello mondiale, comincia a muoversi nella giusta direzione, testimoniando come la necessità di salvaguardare e mantenere nel tempo la salute dei mari, come elemento indispensabile al nostro stesso benessere, stia cominciando a entrare nelle agende dei governi di tutto il mondo. Un segnale confermato anche dagli investimenti finanziari nel settore, che iniziano a raggiungere cifre molto importanti. Infatti, nazioni, organizzazioni per la conservazione ambientale e anche imprese, si sono impegnate in iniziative dal valore complessivo stimato in oltre 6,3 miliardi di dollari. Denaro che è stato e sarà speso per sostenere la salute dei mari, attraverso azioni mirate a contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, la pesca illegale, l’inquinamento delle acque e la scomparsa delle specie ittiche.
D’altra parte, ognuno di questi elementi, da solo, rappresenta una grave minaccia per la sopravvivenza dell’ecosistema marino e il fatto che, sempre più spesso, questi elementi di rischio si presentino contemporaneamente, non fa che amplificare i pericoli e rendere più complesse e impegnative le azioni di contrasto.
Basti pensare che oggi, in tutto il pianeta, almeno tre miliardi persone dipendono, per il loro sostentamento, dagli oceani e dalle attività di pesca. Ecco, dunque, che la piaga della pesca illegale, del mancato rispetto dei periodi di fermo biologico e dell’eccessivo sfruttamento, diventano elementi in grado di pregiudicare la stessa sopravvivenza di un’enorme parte della popolazione mondiale. Su questo punto, bisogna ricordare che, già nel 2015, con un’apposita task force presidenziale, l’amministrazione Obama aveva varato un piano d’azione per contrastare la pesca illegale, sia attraverso maggiori controlli in mare, sia con una migliore governance del settore, assieme ai partner internazionali. Ma se questo problema può essere affrontato in maniera più diretta e immediata, ne esistono altri, sempre causati dalle attività umane, che richiedono strategie ben più articolate e azioni a lungo termine.
È il caso dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento delle acque.
Nel primo caso, il principale effetto, vale a dire l’aumento globale delle temperature, sta avendo ripercussioni pesantissime proprio sull’ecosistema marino: scioglimento delle calotte polari, aumento del livello e della temperatura del mare con conseguente enormi rischi per vaste aree costiere e arcipelaghi, cambiamento della salinità delle acque, scomparsa di alcune specie ittiche e spostamento di altre in zone diverse, a discapito di quelle preesistenti.
Per quanto riguarda l’inquinamento delle acque, è superfluo ricordare il peso esercitato sull’equilibrio chimico dei mari con le enormi quantità di scarichi di tutti i tipi che, ogni giorno, finiscono in acqua. Possiamo, però, riflettere almeno su uno dei tanti modi in cui le nostre attività stanno danneggiando l’ambiente marino, raccontando un episodio piuttosto singolare.
Lo scorso 22 aprile, il medico svizzero Bertrand Piccard, mentre si trovava sull’oceano Pacifico a bordo del suo Solar Impulse 2 nel (riuscito) tentativo di fare il giro del mondo con un aereo alimentato esclusivamente da energia solare, aveva “cinguettato” un messaggio in cui diceva: «Ho sorvolato una quantità di rifiuti di plastica grande quanto un continente»!
In effetti Piccard aveva volato sopra ciò che è stato soprannominato la grande toppa di spazzatura del Pacifico, il più grande ammasso di detriti di plastica galleggiante del mondo. Ora, con il passare del tempo, la plastica dispersa nei mari rilascia tossine che sono, poi, ingerite dai pesci finendo, così, nella catena alimentare e nei nostri piatti. Al contrario, le aree marine protette garantiscono zone di mare libere dalla plastica, offrendo alla fauna marina la possibilità di recuperare e prosperare. E questo ci riporta alla conferenza di Washington, dandoci la possibilità di fare un’ultima, interessante riflessione.
Quella di Washington è stata una conferenza dal marcato carattere ambientalista, fortemente sostenuta dall’amministrazione americana, durante la quale proprio il Presidente Obama ha annunciato la creazione del primo “monumento nazionale marino” degli Stati Uniti, un’area di quasi 13mila chilometri quadrati al largo delle coste del New England, a protezione permanente di uno grande sistema di canyon sottomarini. Questa iniziativa segue quella analoga dello scorso agosto, che ha visto, sempre per volontà dell’Amministrazione USA, l’istituzione della più grande area marina protetta del mondo al largo delle Hawaii.
Ora, per un’Amministrazione che si trova a fine mandato, si tratta di decisioni certamente molto importanti sul piano pratico ma, forse, ancora di più su quello simbolico perché, a dirla tutta, sembrano un chiaro segnale per la prossima dirigenza e quasi una sfida a fare di meglio. Chiunque sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti, dovrà tenere conto di ciò e confrontarvisi.

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