Oceani di plastica: una storia di cent’anni

Ogni anno riversiamo in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Secondo alcuni dati, entro il 2050, in mare ci sarà più plastica che pesci. Problemi che negli anni ‘20, quando furono inventate le prime plastiche, non erano neanche lontanamente immaginabili. E a dirla tutta, la ricerca spasmodica di plastiche sempre più leggere, resistenti e indistruttibili non accese nessuna lampadina sul “fine vita” degli oggetti creati con questi materiali. E adesso proprio quella indistruttibilità delle plastiche è il problema che desta più preoccupazioni per la conservazione della biodiversità marina.
Francesca Buoninconti, 22 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Nylon, rayon, lyocell. E anche ramia, polietilene e polivinile, meglio conosciuto come pvc. Non è la composizione di un capo d’abbigliamento mostrata sull’etichetta, ma quello che è stato trovato nello stomaco di 90 piccoli crostacei che abitano il luogo più remoto del pianeta: la fossa delle Marianne, profonda 10.994 metri. Lo studio condotto dal team dell’Università di Newcastle guidato da Alan Jamieson, e presentato in occasione della campagna di sensibilizzazione sull’inquinamento dei mari Sky Ocean Rescue, non lascia spazio a interpretazioni. Trovare fibre plastiche all’interno di organismi che vivono a undici chilometri di profondità ci mostra la dimensione del problema: «non c’è più nessun ambiente marino al mondo che è salvo dai rifiuti umani». Questa l’amara sentenza di Jamieson, che è rimbalzata in questi giorni su tutti i media.
In realtà Jamieson questa ricerca l’aveva pubblicata con i colleghi dell’Università di Aberdeen un po’ di tempo fa, a febbraio di quest’anno, su Nature Ecology & Evolution. Lo scopo era capire se i punti più profondi dell’oceano – dalla fossa delle Marianne, a quella di Kermadec, passando per quella delle Nuove Ebridi – erano davvero rimasti incontaminati. Il gruppo di ricercatori ha preso in considerazione tre specie di crostacei anfipodi (Hirondellea dubia, H. gigas e Bathycallisoma schellenbergi), una sorta di piccoli gamberetti alla base della catena alimentare. Animali endemici di queste valli marine, che si nutrono di piccole particelle organiche che cadono a pioggia dalla colonna d’acqua sovrastante. E proprio perché in questi ambienti il cibo è scarso, non fanno certo gli schizzinosi. Nei loro stomaci, Jamieson ha trovato le plastiche su citate e gli inquinanti organici persistenti (POPs: Persistant Organic Pollutans) a esse associate. Composti altamente dannosi per la salute degli organismi data la loro capacità di interferire con il sistema endocrino. E pericolosi anche per la loro capacità di bioaccumularsi e risalire la catena trofica.
Problemi che negli anni ‘20, quando furono inventate le prime plastiche, non erano neanche lontanamente immaginabili. E a dirla tutta, la ricerca spasmodica di plastiche sempre più leggere, resistenti e indistruttibili non accese nessuna lampadina sul “fine vita” degli oggetti creati con questi materiali. E adesso proprio quella (quasi) indistruttibilità delle plastiche è il problema che desta più preoccupazioni. Non essendo biodegradabile, infatti, la plastica va incontro a frammentazione o a processi di fotodegradazione, generando micro e nanoplastiche ben più insidiose. Che siano derivate da pezzi di plastica più grandi o dal lavaggio di tessuti sintetici, o ancora inserite nei cosmetici, le micro e le nanoplastiche non vengono filtrate dai sistemi di depurazione delle acque e finiscono irrimediabilmente in mare, insieme alla plastica visibile a occhio nudo.
Ogni anno, secondo le stime dell’ONU, riversiamo in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Un ritmo pari a un camion al minuto. Camion che, entro 30 anni, potrebbero diventare quattro. Tramutando l’oceano in un mare di plastica. Tanto che, secondo la Fondazione Ellen Mac Arthur, entro il 2050, in mare ci sarà più plastica che pesci: il rapporto che adesso è di uno a cinque, tra meno di un decennio sarà di uno a tre, fino a invertirsi. E noi sicuramente abbiamo capito con molto ritardo cosa stava e sta tutt’ora succedendo.
Ci siamo insospettiti negli anni ’80 quando si ipotizzava l’esistenza di una grande chiazza di rifiuti galleggianti al largo della California, a Est delle Hawaii. Ci siamo meravigliati quando non solo fu confermata la sua presenza da Charles Moore, ma ne fu scoperta una seconda a Ovest, tanto da decidere di riunirle sotto il nome di Pacific Trash Vortex. Agli inizi del 2000 ci siamo impietositi alla vista di foche, tartarughe, uccelli, balene e delfini morti perché rimasti impigliati in rifiuti di plastica. Cosa che diventava sempre più frequante. E ancora credevamo che il problema principale fossero i grossi pezzi di plastica. Ci siamo stupiti quando nel 2010 è stato trovato un altro vortice di rifiuti nel nord dell’Atlantico, poi altri due. Nel 2013 siamo rimasti colpiti dagli albatros di Laysan morti con lo stomaco pieno di accendini, tappi di bottiglia, lamette e cotton fioc, ritratti nelle immagini del documentarista Chris Jordan sull’isola di Midway. E ancora pensavamo alla plastica visibile.
Infine abbiamo accettato quasi con rassegnazione l’annuncio del ritrovamento – sempre a opera di Moore – del quinto vortice di rifiuti, grande quanto tutto il Mediterraneo, nel Sud del Pacifico. Ma solo negli ultimi anni ci siamo resi conto che il problema della plastica invisibile (micro e nanoplastiche) è ancora più subdolo e inizia ad arrivare nei nostri piatti.
Così se negli anni ’70 si guardava con curiosità, ma comunque come a casi isolati, agli uccelli marini che avevano rigurgitato pezzi di plastica, ingeriti perché scambiati per cibo a causa dell’odore (come spiegato su Science Advance l’anno scorso), adesso calcoliamo in percentuali il numero di uccelli che ancora non ha ingerito plastica. Percentuali che per alcune specie e popolazioni arrivano anche al 75%. E che purtroppo, non coinvolgono solo gli uccelli pelagici, ma anche tutti gli altri abitanti del mare a causa soprattutto di micro e nanoplastiche: dalle cozze ai cetacei, dai pesci più pregiati alle pulci d’acqua, dagli scampi alle arenicole, fino ai balani e agli anfipodi della fossa delle Marianne nessun sembra essere stato risparmiato.

UN PO’ DI NUMERI
L’83% degli scampi che vivono alla foce del fiume Clyde in Scozia ha plastica nello stomaco, così pure il 48% dei pesci S. Pietro del Regno Unito, il 50% dei cocci, il 40% di una specie di merluzzo, il 26% della sogliola gialla, come riportato nella lunga bibliografia del progetto scozzese “Nurdle Free Oceans”. O ancora, per avere una panoramica globale, possiamo affermare che almeno 690 specie, di cui il 118 sono inserite nella Red List dell’IUCN, ha dovuto fare i conti con rifiuti di vario genere finiti in mare: dalla carta, al vetro, alla plastica. Questo è quanto emerso dalla scrupolosa ispezione di circa 340 paper scientifici sull’argomento, condotta da Sarah Gall e Richard Thompson dell’Università di Plymuth, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2015 sul Marine Pollution Bullettin.
E per l’appunto delle oltre 690 specie colpite, 635 si sono imbattute nella plastica e circa 180 specie l’hanno ingerita. Per lo più sotto forma di nano e microplastiche: frammenti inferiori ai 5 millimetri che sfuggono a ogni filtraggio e depurazione delle acque.
Come le fibre tessili dei capi sintetici, ma anche come le famose microsfere utilizzate nell’industria cosmetica per saponi, scrub e dentifrici, che spesso arrivano a costituire l’80-90% del prodotto finale. E allora, proprio in questi giorni in cui si discute dell’approvazione del disegno di legge n.2582 fermo da un anno al Senato, si spera che anche l’Italia segua le direttive dell’UNEP: mettere al bando le microplastiche. Come è avvenuto negli Stati Uniti che, malgrado le politiche trumpiste sul climate change, le hanno messe al bando da luglio 2017. E, in Europa, Francia e Regno Unito sono sulla stessa strada. Chissà se l’Italia, che ai tempi di Giulio Natta era all’avanguardia per la produzione di plastiche, lo sia anche oggi che invece serve ridurne la produzione.

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