Ore di scuola in più? È sempre una questione genere

Aumentare il numero di ore di insegnamento per migliorare le competenze degli studenti potrebbe non avere l'effetto desiderato. Almeno non su tutti allo stesso modo. Uno studio italiano appena pubblicato su Education Economics mostra che a parità di intervento si ottengono risultati diversi a seconda che a usufruire delle ore in più siano ragazze o ragazzi.
Tina Simoniello, 02 Maggio 2016
Micron
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Giornalista freelance

Aumentare il numero di ore di insegnamento per migliorare le competenze degli studenti potrebbe non avere l’effetto desiderato. Almeno non su tutti allo stesso modo. Uno studio italiano appena pubblicato su Education Economics mostra che a parità di intervento si ottengono risultati diversi a seconda che a usufruire delle ore in più – in questo caso di matematica e di italiano – siano ragazze o ragazzi. Riassumendo, e semplificando, gli atteggiamenti e i comportamenti di studio rilevati tra i due generi indicherebbero, secondo l’interpretazione degli autori, che mentre le ragazze utilizzano il tempo di istruzione extra come un complemento al regolare studio a casa (insomma, per le ragazze le ore in più si aggiungono al loro impegno quotidiano dedicato allo studio), i ragazzi tendono nei fatti a ridurre il tempo totale dedicato allo studio autonomo, interpretando insomma le ore in più trascorse sui banchi di scuola come un sostituto delle ore destinate ai compiti (come dire, se trascorro più tempo a scuola, a casa studio meno). Di questo, e non soltanto, abbiamo parlato con Giovanni Maria Abbiati, sociologo dell’Irvapp, Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche, e co-autore, insieme a Elena Claudia Meroni, statistica presso l’Unità Econometria e statistica applicata della Commissione Europea, dell’indagine.

Dottor Abbiati, ci racconti dello studio. Come è nato? E perché: quali erano i vostri obiettivi?
«Il nostro lavoro si inserisce in un filone di ricerca piuttosto recente per il contesto italiano che valuta l’impatto delle politiche pubbliche. Questo studio in particolare voleva valutare gli effetti di PQM (Progetto Qualità Merito), un programma finanziato con fondi europei di implementazione dell’istruzione sugli studenti delle scuole medie inferiori. Il PQM prevedeva e finanziava ore extracurriculari, pomeridiane e quindi in aggiunta a quelle previste dal regolare orario scolastico, per le regioni del Sud del Paese (quelle per le quali, secondo lo studio Pisa, Programme for International Student Assessment, risulta più ampio il gap per le competenze di matematica e reading tra il nostro Paese e gli altri Ocse, ndr). Sono state coinvolte in totale 600 scuole del Mezzogiorno. Al momento abbiamo analizzato i dati per l’anno scolastico 2010-2011».

Quali sono stati i risultati validi per tutti, per i ragazzi e per le ragazze?
«Le ore in più di matematica avevano un effetto positivo su tutti gli studenti, maschi e femmine: aggiungendo ore di insegnamento, le competenze in questa disciplina aumentavano in tutti: alla fine dell’anno il punteggio del test di matematica sia per i maschi e femmine era migliorato del 2,5% rispetto agli studenti delle scuole di controllo. Non è avvenuta la stessa cosa per l’Italiano: ore in più di scuola non hanno dato effetti rilevabili nei test di lingua italiana».

Ma soprattutto non è avvenuta la stessa cosa per maschi e femmine….
«Abbiamo voluto anche scomporre i dati raccolti in modo da indagare se il progetto educativo impattasse in modo diverso sui ragazzi e sulle ragazze. E in effetti le abbiamo rilevate, delle differenze. Le ragazze che hanno seguito le ore extracurriculari di matematica, hanno ottenuto punteggi più alti dell’ 1,5% anche in Italiano. Ma per i ragazzi le cose sono andate al contrario: chi ha fatto matematica anche di pomeriggio ha abbassato il suo punteggio in Italiano del 2%. Non si tratta di numeri altissimi, tuttavia sono statisticamente significativi, e comunque indicativi di differenze di approccio, di comportamento e motivazione allo studio».

Che idea vi siete fatti delle cause che sottostanno a queste differenze?
«Molti studi che hanno analizzato l’atteggiamento e il comportamento di studio, e non solo di studio, nei due generi, indicano che specialmente nei contesti di tipo più tradizionale le bambine tendono a strutturare la loro personalità su un modello di cura e di servizio, questo le rende precocemente più ligie, e più propense a rispondere di più e con maggiore senso di responsabilità agli impegni, alle richieste che vengono loro avanzate. L’impegno scolastico probabilmente non fa eccezione. Il nostro studio segnala come uno stesso intervento viene recepito in modi differenti, anche all’interno delle stesse classi. E come elementi quali motivazione, l’impegno, la disciplina tra ragazzi e ragazze possono dare risultati diversi. Il sesso è spesso trascurato, ma sembra essere una dimensione cruciale da considerare per migliorare gli interventi educativi».

Ecco, a proposito di migliorare gli interventi educativi, e prescindendo ora dal genere, ci si chiede se sia possibile, e naturalmente se sia efficace, implementare l’istruzione utilizzando approcci diversi da quelli classici come è appunto l’aumento di ore di scuola previsto da PQM. Magari approcci più stimolanti diciamo, di quanto non siano ore in più di lezioni frontali….
«Esistono approcci diversi, basati soprattutto sulla formazione degli insegnanti e su una filosofia dell’insegnamento poco “libresca” per così dire, e più ancorata all’integrazione di attività laboratoriali e ludiche nelle ore di lezione. Si tratta di idee estremamente accattivanti, ma il percorso che lega un’idea di “fare scuola” alla creazione di programmi efficaci è tutt’altro che lineare. Studi di valutazione come il nostro portano dati per arricchire il dibattito attorno a questi temi, che altrimenti rischiano di appiattirsi su slogan o posizioni ideologiche. Sono stati condotti numerosi studi su programmi di questo tipo, soprattutto negli USA. In Italia siamo ancora agli inizi. I risultati al momento indicano un’elevata variabilità: alcuni programmi sembrano estremamente incoraggianti, altri, magari molto simili, risultano inefficaci. Allo stato attuale delle cose non è stata trovata (forse perché non esiste) una “ricetta” funzionante sempre e comunque. Il contesto, il tipo di destinatari delle politiche e le condizioni in cui vengono implementate sono elementi cruciali per il loro successo, ma purtroppo non ne sappiamo ancora abbastanza».

La ricetta valida per tutti non c’è. Ma viene il dubbio che nemmeno criteri di valutazione validi per tutti ci siano. Gli studenti dei paesi OCSE periodicamente vengono sottoposti a indagini che ne valutano le competenze: uno stesso sistema di rilevamento per sistemi educativi anche molto diversi. Indagini dalle quali i nostri studenti non sempre escono benissimo. Cosa manca, a suo avviso, nel nostro sistema? Oppure cosa abbiamo in più, o di così diverso dagli altri che non riesce ad emergere, e ad essere rilevato positivamente dai sistemi di valutazione internazionali?
«Il confronto dell’Italia con gli altri Paesi risulta spesso ingannevole. All’interno del contesto italiano infatti ci sono alcune regioni o alcune aree in cui i risultati sono in linea, se non migliori, degli altri paesi europei, soprattutto alle scuole elementari. Altre, penso a molte regioni del nostro Sud, in cui invece i risultati sono decisamente inferiori. E queste differenze crescono passando dalle elementari alle scuole secondarie. Anche qui però attenzione: la media (bassa) delle regioni meridionali nasconde fortissime differenze tra scuole, che nelle regioni del Centro-Nord sono molto meno marcate. Per cercare di capire come migliorare i livelli di competenza delle nostre scuole partirei da questi dati».

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