Orti urbani e altre “agopunture verdi” per un benessere diffuso

Dai comuni cittadini amanti del giardinaggio o semplicemente desiderosi di rendere il loro paesaggio quotidiano più piacevole, agli attivisti, fino ai collettivi di architetti. Sono sempre più numerose in Europa e nel mondo le esperienze che vedono i cittadini protagonisti nella realizzazione di progetti di verde urbano dal contenuto e dalle forme innovative, che divengono occasione per inedite forme di partecipazione e di interazione sociale.
Irene Sartoretti, 20 Luglio 2017
Micron
Micron
Architetta e sociologa

Come sta cambiando il rapporto fra spazio urbano e natura? Se prima la natura entrava in città attraverso parchi e viali alberati, oggi, all’epoca della metropolizzazione avanzata e della simultanea necessità di uno sviluppo sostenibile, nuovi tipi di relazione fra spazio costruito e spazio verde vanno facendosi largo in Europa e, in modo ancora timido, anche in Italia. Per quanto riguarda la progettazione urbana e territoriale si va affermando l’idea di “infrastruttura verde”.
Creare un’infrastruttura verde consiste nel connettere a livello territoriale e urbano le diverse aree verdi presenti, dando vita a un ecosistema naturale continuo e interconnesso. Con infrastruttura verde si intende poi anche un modo di progettare che si fa, invece che a partire dal costruito, ossia dai pieni, a partire dalla trama verde, ossia dai vuoti.
La natura diventa cosí un elemento strutturante.
Ma accanto a queste iniziative di tipo top down sono sempre più le iniziative non istituzionali di tipo bottom up che germogliano in città e che, come tante agopunture di benessere urbano, reinventano la tradizionale relazione fra natura e grande metropoli. Si tratta appunto di iniziative puntiformi, talvolta effimere, che vegono promosse da una pluralità di attori non istituzionali. Questi attori vanno dai comuni cittadini amanti del giardinaggio o semplicemente desiderosi di rendere il loro paesaggio quotidiano più piacevole, agli attivisti, fino ai sempre più numerosi collettivi di architetti impegnati nel campo del sociale e dell’ecologia. Oggetto della loro azione di rinverdimento sono marciapiedi, terreni abbandonati, interstizi, aree di margine e altri territori dallo statuto incerto.
Armati di pala, terra e semenze, questi nuovi agricoltori urbaniagiscono in solitaria ma più spesso in gruppo per rimettere la natura al centro dello spazio urbano e dei modi di vita. In principio fu New York.
È qui che già nel lontano 1973 è nato il movimento di guerrilla gardening, con lo scopo di creare forme ordinarie di natura urbana attraverso opere di microvegetalizzazione.
Come dei veri e propri guerriglieri, gli attivisti del movimento agiscono ancora oggi in modo illecito e liminale, per dare alle loro azioni una forte portata ideologica e rivendicativa. Lo stesso tipo di azioni interstiziali di rinverdimento è arrivato in Europa negli anni duemila, facendosi ben presto conoscere e apprezzare in Francia e Germania.
Nei due paesi dell’Europa continentale, questo tipo di interventi a carattere volontario ha molto spesso preso la forma dei giardini condivisi o, detto alla francese, perché è in Francia che questi interventi sono molto in voga, di jardins partagés. Si tratta di giardini coltivati e gestiti dagli abitanti di un luogo che per l’occasione si riuniscono in associazioni. Salutati positivamente dalle collettività pubbliche e promossi spesso da attori del terzo settore impegnati nel sociale, i jardins partagés rappresentano un importante strumento di riqualificazione fisica e di partecipazione sociale.
Le iniziative bottom up, promosse da associazioni di attivisti, incontrano quindi le istituzioni dando vita a progetti di verde urbano dal contenuto e dalle forme innovative. Nella banlieue di Strasburgoil collettivo Horizome ha coinvolto gli abitanti in un progetto di giardino condiviso. Obiettivo: rendere più attrattivo lo spazio pubblico di un quartiere sensibile, nello specifico quello di Hautepierre, attraverso il coinvolgimento diretto degli abitanti sia in fase di progettazione che di gestione quotidiana del giardino. Il tutto senza alti costi economici di riqualificazione, ma utilizzando mezzi rigorosamente low cost.
Il giardino condiviso, secondo il collettivo che lo ha promosso, avrebbe permesso di agire sull’ambiente fisico, rendendolo gradevole e invogliante per la sosta, e su quello umano, contribuendo alla creazione e al mantenimento di legami sociali. Il risultato è che uno spazio pubblico prima fortemente stigmatizzato dal resto della città e giudicato negativamente dagli abitanti stessi è diventato un luogo vivace e dinamico dove sono nati fiori e prodotti commestibili, che variano al variare delle stagioni. Gli abitanti hanno scelto come posizionare le panchine, che forma dare alle aiuole e che tipo di attrezzature inserire. Diversi fra loro hanno potuto mettere a disposizione della collettività le proprie competenze dando vita a forme intense di interazione sociale e rinnovando quotidianamente un senso di comunità e di appartenenza al luogo. Un collettivo di artisti che si è istallato nell’area ha fatto il resto, coinvolgendo la collettività in progetti che ruotano attorno al mondo delle performance urbane.
Un festival annuale sostenuto, fra gli altri, dal ministero della cultura e della comunicazione, è l’occasione per dare voce agli abitanti e raccontare i vari progetti che vengono fatti nel corso dell’anno.
A Berlino, nell’enorme vuoto urbano lasciato dal vecchio aeroporto in disuso del Tempelhofer, i cittadini hanno dato vita in questi anni a una serie di progetti effimeri centrati sull’agricoltura urbana e sui giardini condivisi. Attraverso una serie di workshop promossi da associazioni del terzo settore col sostentamento del comune, i berlinesi hanno potuto dire la propria circa il futuro dell’area e proporre una serie di interventi temporanei a basso costo in attesa di un progetto ufficiale di riqualificazione e di ridensificazione.
Gli interventi temporanei promossi e gestiti dagli abitanti hanno riscosso così tanto successo da finire per sfociare in un movimento di protesta circa la futura edificazione dell’immensa area, che si trova inglobata nel tessuto denso della città e che, soprattutto nei weekend, diventa un cuore pulsante di vita dove le persone si ritrovano per pic-nic e altre attività di tempo libero all’aperto.
Ritornando in Francia, il collettivo pluridisciplinare dei Saprophytesrealizza progetti di microurbanistica centrati sul tema del verde. Il terreno dei loro interventi sono i luoghi del quotidiano più anodino. Attraverso performance artistiche e teatrali e attraverso la creazione di aiuole e di microspazi verdi, il collettivo fondato nel 2007 reinventa il rapporto fra città e natura.
I loro progetti, fondati sul coinvolgimento diretto e continuo degli abitanti, riguardano la creazione di aiuole non previste, la riappropriazione verde di frange urbane, la promozione di giardini condivisi e la realizzazione di forme urbane di agricoltura. Gli obiettivi dei loro interventi sono molteplici e vanno da quelli estetico-sensoriali passando per quelli economici di produzione alimentare – importanti per dare qualche introito alle famiglie a basso reddito – arrivando fino a quelli pedagogici di educazione ambientale. Più in generale, c’è la tendenza da parte dei nuovi architetti paesaggisti a voler far entrare la natura nell’esperienza quotidiana delle persone, creando un sistema fortemente interconnesso di piccoli interventi verdi e di microvegetalizzazioni.
L’esperienza del paesaggio pubblico shangahiese è altrettanto istruttiva. Qui la natura permea l’esperienza quotidiana dei cittadini, regalando varietà estetica e una certa poesia a luoghi che tradizionalmente non ne hanno. Splendidi, piccoli giardini si insinuano fin sotto i grandi viadotti e le grandi infrastrutture viarie, cioè in aree che nella città europea sono trattate come delle no man’s land.
Questa trama verde sottile, questa forma di natura urbana ordinaria che si infiltra dappertutto permette a pedoni e ciclisti dell’immensa metropoli cinese di non soffrire del paesaggio autostradale che, con la sua imponenza, taglia la città nelle sue diverse direzioni.
A Milano è invece da segnalare la bella iniziativa dal titolo “adotta un’aiuola”. Il comune promuove collaborazioni e sponsorizzazioni per curare il verde pubblico.
Aiuole già esistenti oppure spazi antistanti ai condomini o ai negozi possono essere adottati da cittadini privati, da enti pubblici, da condomini o da associazioni. Adottando uno di questi microspazi urbani pubblici ci si impegna nella sua manutenzione e valorizzazione e nel suo reinverdimento, allo scopo di migliorare l’esperienza di una città che da qualche anno cerca con forza di reinventare la propria immagine.
Tutte queste esperienze, sparse in Europa e nel mondo, sono il sintomo di una forte volontà di integrare il verde nell’esperienza quotidiana dei cittadini, creando un paesaggio di natura ordinaria che vada ben al di là dei grandi parchi pubblici e dei tradizionali viali alberati.
Gli architetti paesaggisti di nuova generazione sono sempre più inclini a credere che ci voglia una trama continua di spazi verdi che, come una sorta di agopunture nel tessuto urbano, possano provocare un benessere diffuso. Ma la cosa più interessante è che la natura diventa anche l’occasione per inedite forme di partecipazione dal basso e di interazione, in sostanza per la creazione di una comunità attiva nel progetto della propria città.

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