Parigi è solo l’inizio e bisogna fare in fretta

“Quella di Parigi è una svolta perché per la prima volta siamo tutti d'accordo sul fatto che le emissioni di gas serra non devono crescere, e non cresceranno”. A parlare è Carlo Carraro, esperto di politiche climatiche ed energetiche, fra le altre cose Direttore dell'ICCG, l'International Center for Climate Governance.
Cristina Da Rold, 23 Dicembre 2015
Micron
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Giornalista scientifica

“Quella di Parigi è una svolta perché per la prima volta siamo tutti d’accordo sul fatto che le emissioni di gas serra non devono crescere, e non cresceranno. Sono state poste le basi per fermare la crescita delle emissioni e per iniziare una crescita green”. A parlare è Carlo Carraro, esperto di politiche climatiche ed energetiche, fra le altre cose Direttore dell’ICCG, l’International Center for Climate Governance e autore, con Alessandra Mazzai, de “Il clima che cambia”, appena uscito per Il Mulino. Leggiamo da più parti di emissioni che dovranno ridursi, di politiche che si dovranno adattare al cambiamento climatico, di resilienza delle comunità che dovrà essere potenziata. Ma come si tradurranno praticamente queste definizioni?

Carlo Carraro, partiamo dell’impegno di far sì che la temperatura media nel 2030 sia al massimo di 1,5 gradi centigradi più alta rispetto a quella pre-industriale.
Il punto nevralgico su cui lavorare è il carbonio, i combustibili fossili. Oggi il prezzo del carbonio è ancora troppo basso, sugli 8 dollari a tonnellata. Se vogliamo iniziare una vera svolta il prezzo deve almeno raddoppiare se non triplicare. Solo in questo modo si potrà rafforzare ancora di più lo sviluppo delle rinnovabili per giungere a rappresentare finalmente il 27% delle fonti di energia entro il 2030. Per riuscirci abbiamo bisogno anche di innovazione tecnologica. Serve quindi investire per migliorare le tecnologie di stoccaggio dell’energia prodotta da fonti rinnovabili e migliorare le reti di trasporto dell’energia elettrica che al momento tollerano male l’intermittenza propria di queste fonti di energia.
Serve coerenza nelle politiche climatiche, ad esempio eliminando i sussidi per l’utilizzo dei combustibili fossili come appunto il carbone, che non hanno più senso, anzi ostacolano gli investimenti sulle rinnovabili. Ma soprattutto l’accordo di Parigi si tradurrà in importanti investimenti per migliorare l’efficienza energetica, e per aumentare la produzione e l’uso dell’energia prodotta da fonti rinnovabili, in primis eolico e fotovoltaico.
In ogni caso, prima di tutto questo c’è l’impegno pratico più importante sottoscritto da tutti i firmatari: quello cioè di mettere a punto un sistema di monitoraggio finalmente efficiente e capillare in tutti i paesi per tenere sotto stretto controllo l’andamento delle emissioni.

Veniamo alle rinnovabili. Sono e soprattutto saranno sufficienti ad accontentare il fabbisogno crescente di energia elettrica?
Anzitutto sfatiamo un mito ingannevole: nessuno ha mai affermato che riusciremo nel giro di qualche decennio a produrre tutta l’energia di cui abbiamo bisogno dalle fonti rinnovabili. L’obiettivo è coprire poco meno di un terzo del fabbisogno entro il 2030. Questo per la ragione che dicevamo prima: perché non possediamo ancora le tecnologie in grado di massimizzare l’efficienza di queste risorse che per loro natura non producono energia in modo continuo. Basti pensare al fotovoltaico che immagazzina energia solo quando c’è il sole o all’eolico. Per questo la questione dello stoccaggio di energia da utilizzare in modo continuo è fondamentale, così come il potenziamento dell’infrastruttura per far sì che tutte le famiglie si dotino di questi strumenti. Va detto però che negli ultimi anni i prezzi degli impianti a energia solare sono diminuiti tantissimo, e anche gli impegni presi a Parigi proseguono in questa direzione.

C’è chi in questi giorni ha risollevato il tema del nucleare. Se ne è parlato? Lei cosa ne pensa?
L’idea di potenziare il nucleare sarebbe anche ragionevole, poiché è una fonte di energia che non produce CO2 e che allo stesso tempo permette una fornitura capillare, massiva e rapida di energia. Il problema è che in Europa non ha più senso parlare di nucleare. Ha senso in Cina, per esempio, un paese che ha un territorio molto esteso da coprire e che deve fare in fretta perché si è posto degli obiettivi, anche a Parigi, molto ambiziosi.
In Europa è diverso: abbiamo già prezzi molto competitivi per le rinnovabili e un fabbisogno complessivo molto minore. Per questo gli accordi di Parigi si differenziano da nazione a nazione. Ogni Paese ha preso impegni personalizzati e il mercato europeo in questo senso ha abbracciato le armi delle rinnovabili. Da lì proseguiremo.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche delle cosiddette tecnologie “off-grid”, sistemi autosufficienti per la fornitura di energia elettrica in zone remote del pianeta che non hanno accesso alla rete elettrica. Ci stiamo impegnando in questo senso?
Certamente. L’Off-Grid è vista come una soluzione fondamentale nei paesi in via di sviluppo, dato che si tratta di fonti di energia green che in paesi caldi e assolati come l’Africa funzionano molto bene. Non si tratta di una tecnologia di second’ordine. Su questo per esempio l’Italia è all’avanguardia nell’implementazione di questi sistemi in Africa Subsahariana. Il potenziamento di tecnologie off-grid rientra nella serie di investimenti in tecnologie green fissati a Parigi, che rimangono a mio avviso il vero punto di partenza per innescare una reazione a catena virtuosa che porterà verso quella riduzione delle emissioni globali indispensabile dal 2030 in poi. Verso quell’impegno a non superare i 2 gradi centigradi di aumento della temperatura nei prossimi decenni. Non dimentichiamoci che oggi la spesa per la ricerca nel settore energetico a livello mondiale è un quarto rispetto a quella del 1980.

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