Pensa differente. Pensa scientifico

È professoressa di medicina veterinaria alla Cornell University di Ithaca ed è stata anche Editor in Chief del Journal of Veterinary Cardiology. Sydney Moise ci parla di come il primo passo per diventare un ottimo scienziato sia quello di sviluppare un pensiero critico, ma per farlo bisogna allenare la mente sin da giovani.
Stefano Porciello, 16 Agosto 2016
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Nella foto: Sydney Moise
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Relazioni internazionali e Studi europei

Sydney Moise non è una professoressa qualsiasi. A 61 anni, ormai in cima a una carriera di successo come professoressa di medicina veterinaria alla Cornell University di Ithaca, NY, ha appena concluso il terzo anno sabbatico della sua vita a Parigi. «È stata una scelta principalmente dettata dal desiderio personale di vivere a Parigi», spiega, ma che le ha permesso di continuare a coltivare dei rapporti di ricerca a lungo collaudati tra lei e alcuni colleghi francesi. «Oggi c’è moltissima ricerca di alto livello che viene fatta in Europa che i ricercatori degli Stati Uniti possono venire a imparare, come in Germania e in Inghilterra, alcuni posti in Francia, in Italia… Quindi c’è l’opportunità di imparare in Europa, dagli Stati Uniti». Conosciuta a livello internazionale nel campo della cardiologia veterinaria, Sydney ha in agenda conferenze che la portano a girare il mondo. Tra tante attività e riconoscimenti, è stata anche Editor in Chief del Journal of Veterinary Cardiology, forse la rivista più importante del suo campo.
La incontriamo in un bar, durante Umbria Jazz, mentre con il marito e il figlio fanno un ultimo giro in Italia prima di tornare a casa. Sydney sceglie con cura le parole, ma parla come un’insegnante appassionata e mette in un’insolita luce di prestigio il mondo della ricerca europea, valuta il suo lavoro, e confronta gli studenti statunitensi con quelli internazionali che – innamorati di un sogno o della scienza – gareggiano per andare a studiare “in America”.

UN ANNO SABBATICO PER CONNETTERE GLI STUDENTI
Sydney deve gran parte della sua fortuna alle ricerche che ha svolto sulle aritmie cardiache nel cane, ma sono tre stimoli tipici di un’accademica ad averla motivata per tutta la sua carriera. «Adoro vedere il successo degli studenti ai quali insegno. Amo collaborare in ricerche in cui ho l’impressione di imparare molto. E amo il cuore internazionale di [questo lavoro]». Passare così tanto tempo all’estero nella sua posizione non è una scelta comune, ma ogni viaggio è l’occasione per imparare, condividere un’esperienza professionale, stringere i contatti di cui si nutrono le nuove ricerche. «Quando condividi la tua esperienza con i colleghi di altri paesi, impari che il buono e il cattivo, le frustrazioni e le soddisfazioni sono molto simili», dice. «Hai lo stesso obiettivo: vuoi elevare persone giovani, insegnare, vuoi fare ricerca, e se sai cosa gli altri stanno studiando, si può lavorare insieme».
È questo ‘lavorare insieme’ che può essere coniugato nei modi più innovativi. Grazie ai tre anni passati a Parigi, alle conferenze e alle ricerche internazionali, Sydney ha intessuto una stretta rete di rapporti con la piccola comunità della cardiologia veterinaria mondiale. Ha focalizzato il suo ultimo anno sabbatico sulla didattica e il progetto con cui tornerà in America è quello di lanciare «nuove collaborazioni e interazioni non solo per la scienza, ma per l’insegnamento. Perché attraverso internet, con l’inglese che è la lingua di collegamento di tutte le università, metteremo in comune i programmi». In questo modo «non metti in comunicazione solo le facoltà – spiega Sydney – ma gli studenti stessi con ciò che è disponibile attraverso l’internet teaching».
L’idea è di riuscire a portare avanti un programma comune tra corsi universitari simili in diversi Paesi, così che studenti e professori possano interagire e scambiarsi conoscenze durante gli studi. Il progetto può essere una grande opportunità per tutti, se i giovani universitari avessero una preparazione compatibile.

STUDENTI INTERNAZIONALI A CONFRONTO: GLI USA E IL RESTO DEL MONDO
«Direi che gli studenti che abbiamo visto – di cui io ho avuto esperienza – sono assolutamente pari a quelli di Cornell», dice Sydney, parlando dei ragazzi che ogni anno sono attentamente selezionati per svolgere un periodo di studio nella sua università. «Il loro livello di conoscenze è alto, e il loro livello di motivazione è molto spesso superiore». La lista di Paesi da cui giovani veterinari arrivano a Cornell sembra non finire mai, e tocca tutti i continenti. Del resto, la sua reputazione è eccellente: si tratta di un’università d’élite e fa parte della Ivy League, lo specialissimo club di università americane che comprende Princeton e Yale. «Penso sia molto buono per gli studenti americani vedere cosa stiano facendo e cosa sappiano questi studenti», spiega Sydney. « [Quelli] che ci è capitato di ricevere sono affamati. Lavorano duro e hanno sogni enormi, e quindi hanno una grinta davvero forte». La loro presenza è un’iniezione di energia tra gli studenti americani, appesantiti da quattro anni di college e altri quattro anni di scuola di veterinaria, nonché gravati dal debito che hanno contratto per poter studiare.
Tuttavia, «alcuni dei ragazzi che arrivano, non hanno una formazione in quello che io chiamo scientific thinking, il ‘pensare scientifico’. Non c’è molta formazione nel pensiero critico, nel pensare attraverso ipotesi». Si tratta, secondo Sydney, di saper valutare un problema e conoscere come progettare uno studio. Cornell impartisce corsi su come revisionare criticamente gli articoli scientifici, visto che il sistema di controllo della qualità scientifica basato sul peer review, e su cui si regge tutto il mondo delle pubblicazioni scientifiche, non è perfetto: «Ci sono molti articoli che sono pubblicati senza essere stati revisionati adeguatamente, e solo perché sono stati pubblicati, a meno che tu non li guardi con occhio critico, pensi siano corretti, ma non è così». Da Editor in Chief del “Journal”, Sydney ha accumulato parecchia esperienza sull’argomento: «Ho visto molti, moltissimi articoli che sono stati sottoposti da giovani ricercatori di diversi paesi e da diversi luoghi degli Stati Uniti dove i loro mentori, anche loro, non hanno compreso la metodologia scientifica». Il rischio è di aver fatto lavorare per anni un giovane su una ricerca già fatta, o impostata male, e fargli presentare un lavoro impubblicabile.
Come per ogni professore che abbia a cuore il suo lavoro, la situazione giovanile è un argomento al quale Sydney tiene particolarmente. Con la crisi del 2008, la questione del costo degli studi universitari negli Stati Uniti è stata ampiamente dibattuta, ma si tratta di un problema ancora lontano dall’essere risolto. «Penso specialmente alle donne», dice Sydney, spiegando che iniziare la propria carriera professionale intorno ai trent’anni, con un debito gravoso sulle spalle e tutte le sfide della vita ancora da affrontare, è estremamente difficile. Ciò lascia molti, moltissimi, senza un’educazione universitaria. Sydney vorrebbe assicurare a chiunque abbia «la testa e la grinta» l’opportunità «di andare avanti». Con qualsiasi mezzo, dice lei. Ma il problema, oltre che economico è sociologico: chi non ha alle spalle una famiglia o un tessuto sociale idoneo a spingerlo verso l’università, difficilmente può cogliere l’importanza di continuare a studiare. «Ci sono un sacco di ragazzi che magari hanno la testa, ma vivono in situazioni dove non hanno nemmeno idea di poter avere borse di studio e cose del genere. Le opportunità ci sono, ma le persone che potrebbero avere dei vantaggi sono molte di più rispetto a quelle che effettivamente li ottengono».
Forse bisognerebbe chiedersi quanto sia diversa questa stessa questione nel contesto italiano.

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