Permacultura: aiutare il pianeta partendo dal cibo

Sono sempre più diffuse, nel mondo, le iniziative di agricoltura permanente, il cui obiettivo è ridurre il costo sociale e ambientale dell’agricoltura industriale. Come? Trovando modi di coltivare innovativi che limitino l’uso del petrolio, dell’acqua per innaffiare e dei diserbanti e che controbilancino la perdita di biodiversità causata dalle colture intensive.
Irene Sartoretti, 26 Marzo 2018
Micron
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Architetta e sociologa

Sono sempre più diffuse le iniziative di agricoltura permanente, conosciuta, più semplicemente, con l’acronimo di permacultura. Obiettivo della permacultura è ridurre il costo sociale e ambientale dell’agricoltura industriale. Come? Trovando modi di coltivare innovativi che limitino l’uso del petrolio, dell’acqua per innaffiare e dei diserbanti e che controbilancino la perdita di biodiversità causata dalle colture intensive. Oltre che soluzione ecologica, la permacultura si propone però anche come soluzione sostenibile dal punto di vista sia economico che sociale, generatrice di inclusione e mitigatrice di disuguaglianze.
Il primo principio della permacultura è quello che il cibo debba crescere vicino a chi lo mangia. In questa direzione va l’agricoltura urbana. Sempre più diffuse, le fattorie urbane riducono praticamente a zero la distanza fra luogo di produzione e luogo di consumo. Pioniere, per quanto riguarda l’agricoltura urbana, sono le città di New York e di Detroit. A New York, le fattorie urbane sono oltre 1600, una cifra particolarmente importante. E sempre nella Grande Mela, Rafael Espinal, membro del New York City Council, si è fatto promotore di un’iniziativa volta a recensire il numero di fattorie urbane e a promuovere l’agricoltura urbana nella metropoli statunitense attraverso un apposito sito web gestito dal dipartimento di City Planning, di Small Business Services e di Parks and Recreation.
A Detroit si può passeggiare immersi in un vero e proprio paesaggio agrourbano. La città, in crisi da anni a causa della deindustrializzazione, è riuscita a reinventarsi proprio attraverso l’agricoltura urbana. I numerosi terreni abbandonati che punteggiavano la città in piena crisi sono stati riappropriati dagli abitanti che, con l’aiuto di associazioni come la Michigan Urban Farming Initiative, si sono reinventati agricoltori.
Le iniziative di urban farming che hanno luogo nella capitale del Michigan fanno parte del più grande progetto Greening Detroit : rinverdire Detroit. Grazie a questo inedito progetto, segnalato dalle guide turistiche come una delle principali attrazioni, Detroit è riuscita a scrollarsi di dosso l’immagine di grigia città industriale. Green market, orti urbani e giardini condivisi sorgono qua e là in ambiente urbano e offrono alla città un’occasione di sviluppo alternativo.
Obiettivo dei più fervidi sostenitori delle iniziative di urban farming è quello di arrivare a nutrire metà della popolazione di New York e Detroit attraverso la sola agricoltura urbana. Più miti sono le previsioni del Center for a Livable Future dell’Università Johns Hopkins di Baltimora.
In un report del 2016, l’università afferma che l’agricoltura urbana ha indiscutibili benefici sulla qualità della vita, sulle comunità urbane e sullo sviluppo della città. Tuttavia, lo stesso report stima che, anche se tutti i terreni disponibili di New York fossero trasformati in fattorie urbane, questi non potrebbero nutrire più del 2% della popolazione della Grande Mela, che arriva fino a quasi 8,5 milioni di abitanti.
Fra i terreni agricoli che possono essere recuperati ci sono i tetti. Che il loro obiettivo sia ecologico oppure solo estetico, sembra che i tetti vegetali apportino dei benefici, sia per quanto riguarda il mantenimento della biodiversità in ambiente urbano sia per quanto riguarda la qualità dell’aria. I tetti verdi infatti non solo contribuiscono ad assorbire le microparticelle inquinanti. Sembrano anche essere un valido aiuto per ridurre il fenomeno delle cosiddette isole di calore in ambiente densamente costruito e popolato.
Quanto i tetti verdi siano considerati oggi importanti, lo dimostrano diverse grosse ricerche scientifiche, sia in corso e passate, come la ricerca AgroBatiment (agroedifici) finanziata dall’agenzia nazionale della ricerca francese. Le politiche urbane vanno nella stessa direzione. Il regolamento della città di Tokio esige che ogni nuova costruzione che occupi più di 1000 metri quadrati di suolo sia verde per il 20% minimo della sua superficie. Il record spetta però alla Svizzera, dove il 30% dei tetti piani sono oggi diventati green.
Oltre ad avvicinare produttori e consumatori e a migliorare la qualità dell’aria attraverso le fattorie urbane, la permacultura promuove la creazione di strumenti manuali e modalità di coltivazione alternative.  L’obiettivo è di ridurre l’uso del petrolio nell’agricoltura e di favorire la biodiversità.
Il principio è quello dell’ecosistema, dove ogni pianta produce e allo stesso tempo collabora con le altre piante per far vivere l’ecosistema stesso. Con questo obiettivo, vengono associate fra loro, in un unico appezzamento di terra, diverse colture fra loro giudicate compatibili e di mutuo aiuto.
Viene in sostanza superato il principio dell’agricoltura industriale che è quello della monocoltura intensiva. In più, la permacoltura si basa sull’utilizzo di strumenti di semina manuali al posto di quelli meccanici, che consumano risorse ed energia. I professionisti che sono passati alla permacultura, come quelli la cui storia è raccontata nel film Demain del 2016, sono riusciti a trovare nell’agricoltura permanente anche un modo per fare ottime cifre di affari, cosa che metterebbe in questione la necessità economica di continuare con le colture di tipo intensivo e industriale.
Non solo come soluzione ecologica ed economicamente sostenibile, la permacultura è vista anche come soluzione sociale. Gli obbiettivi, in questo senso, vanno dalla lotta all’individualismo alla reinserzione nel mercato del lavoro di persone che ne sono escluse. In Francia, i cosiddetti jardins partagés sono una realtà in piena crescita. All’inizio fu Parigi, con l’ambizioso piano di reinverdimento della città 2014-2020. Il comune della capitale francese ha creato un sito che permette ai cittadini di conoscere i giardini condivisi più vicini alla propria residenza e li aiuta a promuoverne di nuovi. Coltivato e animato dagli abitanti del quartiere, il giardino condiviso vede, nella vita di comunità, una risorsa e, nella coltivazione di spazi comuni, un facilitatore di relazioni fra diverse generazioni e diversi luoghi istituzionali del quartiere, dalla scuola all’ospizio fino all’ospedale. Da Parigi arriviamo a Strasburgo, dove si trovano i Jardins de la Montagne Verte.
A coltivarli, sono persone da reinserire all’interno del mercato del lavoro. Al loro interno vengono prodotti cesti di frutta e verdura, rigorosamente di stagione, che vengono poi distribuiti in particolari punti della città. Per riceverli, ogni settimana, serve un abbonamento. A sostenere l’iniziativa dei Jardins de la Montagne Verte è l’associazione Colibris, che incentiva e realizza sia progetti concreti di transizione ecologica sia MOOC, ovvero corsi in internet su temi quali l’agroecologia e su come praticarla.
La permacultura prevede anche iniziative dimostrative. In giro per il mondo, nelle zone più impensate, nascono gli Incredible Edible, ovvero orti urbani incredibilmente commestibili. A lanciare l’iniziativa è stata la città inglese di Todmorden nel 2008, seguita oggi da molte altre città in giro per il mondo.
Lungo i marciapiedi, ma anche nei parcheggi dei centri commerciali e nelle zone più trafficate della città vengono piantati dei piccoli orti accessibili a chiunque, il più delle volte delle dimensioni di un’aiuola. Sono loro gli Incredible Edible, perché la loro localizzazione ha dell’incredibile. Chiunque passi e li trovi può accedervi e servirsi con ciò che vede di buono da mangiare. La città di Todmorden ha come obiettivo quello di raggiungere l’autosufficienza alimentare, proprio disseminando orti pubblici nei posti più originali.
L’obiettivo sembra particolarmente ambizioso se trasferito su contesti urbani di dimensioni magiori.
E tuttavia queste iniziative, anche se non bastano da sole a creare inclusione, sicurezza negli spazi pubblici e autosufficienza alimentare, rivestono comunque un ruolo dimostrativo importante. Servono a cambiare il modo in cui gli abitanti percepiscono lo spazio pubblico e la maniera in cui si sentono implicati nella realtà che li circonda. Non si tratta perciò semplicemente di piantare, ma di creare delle logiche di responsabilità individuale e di partecipazione attiva. Si tratta, più in generale, di sostituire, alle classiche dinamiche di governo della città top down, delle nuove dinamiche di governance diffusa, basate sulla responsabilità individuale.

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