Pesca, un insostenibile paradosso

Nei mari che bagnano le coste di paesi dove una parte notevole della popolazione ha una dieta povera di micronutrienti c’è una quantità di pesce che potrebbe soddisfare le richieste di dieta sana dell’intera popolazione che abita fino a 100 chilometri dal mare. Eppure, sono spesso gli stessi bambini dei pescatori ad essere, letteralmente, mal nutriti.
Pietro Greco, 09 Ottobre 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Spesso non è la quantità ma la scarsa qualità di cibo assunto che fa male. Come ricordano Christina C. Hicks, ricercatrice australiana del Lancaster Environment Centre, e un gruppo di suoi colleghi sulla rivista scientifica Nature, ogni anno contiamo almeno un milione di morti premature nel mondo a causa di un deficit di micronutrienti della dieta. Il problema ha anche pesanti risvolti economici: i ricercatori australiani calcolano che la carenza di micronutrienti può determinare la riduzione del prodotto interno lordo di un paese dall’1,2 all’11%.

Nelle battaglie contro la fame, occorrerebbe puntare anche sul miglioramento della qualità della dieta e non solo sul volume di cibo da fornire alle popolazioni – soprattutto i bambini – che non hanno sufficiente accesso al cibo.

Non è semplice assicurare la qualità e assicurarsi della giusta composizione della dieta in termini di micronutrienti. Si sa, però, che i pesci contengono non solo buone quantità di proteine nobili, ma anche una notevole quantità di altri nutrienti, alcuni micro. Così Hicks e colleghi hanno verificato la presenza relativa e assoluta di 7 nutrienti in 350 specie di pesci marini. Un esercizio utile a indicare dove sono le fonti accessibili di cibo per una dieta sana per almeno due miliardi di persone che vivono entro 100 chilometri dalle coste e organizzare una migliore distribuzione di cibo sano.

Il gruppo di ricercatori ha così verificato in termini scientifici rigorosi che nei mari prospicienti le zone tropicali ci sono pesci con elevata concentrazione di calcio, ferro e acidi grassi omega-3 e nei mari prospicenti le coste nelle regioni più fredde, ci sono molti pesci ricchi di omega-3. Ma il dato più interessante è che nei mari prospicienti le coste di paesi dove una parte notevole della popolazione ha una dieta povera di micronutrienti c’è una quantità di pesce che potrebbe soddisfare le richieste di dieta sana dell’intera popolazione, soprattutto giovanile, che abita fino a 100 chilometri dal mare. E se colta, questa disponibilità sarebbe particolarmente vantaggiosa per i bambini al di sotto dei 5 anni. Al termine del loro report, Christina C. Hicks e colleghi assicurano che «una strategia alimentare basata sul consumo di pesce ha tutte le possibilità di contribuire alla sicurezza alimentare e nutrizionale globale».

Ovviamente stiamo parlando di una pesca sostenibile. Ora, ci sono almeno due tipi di pesca non sostenibile. Una è quella industriale che, spesso, è poco selettiva, nel senso che preleva più del dovuto sia in termini quantitativi che qualitativi. Ma un altro tipo di pesca, se così si può chiamare, non sostenibile se fatta male è quella da allevamento.

E proprio un editoriale di Nature ci ricorda una delle ragioni, piuttosto inaspettata. Molti bambini dei pescatori dei paesi poveri soffrono di una mancanza di nutrienti che è spesso grave ed è, comunque, paradossale visto che possono (o, meglio, potrebbero) accedere a una dieta ricca di pesce e proprio di quei pesci a loro volta ricca di micronutrienti. Eppure, i bambini dei pescatori che quei pesci li pescano sono, letteralmente, mal nutriti. Lamentano una mancanza proprio di quei nutrienti che sono quotidianamente alla loro portata di mano.   

I bambini che soffrono a causa di questo incredibile paradosso appartengono alle famiglie di pescatori artigianali che vivono nei pressi di allevamenti ittici o a famiglie loro vicine. E il motivo è squisitamente economico: dipende dalla domanda del mercato. E il mercato degli allevamenti ha bisogno di farina di pesce o di altri pasti a base di pesce. Poiché è pagato relativamente bene, i pescatori artigianali che vivono nei pressi degli allevamenti conferiscono praticamente tutto il loro pescato agli allevatori. La conseguenza (lo ripetiamo, paradossale) è che sulla tavola delle loro famiglie il pesce scarseggia e con essa la quantità minima indispensabili di micronutrienti.

Questa storia, ripresa da Nature, ha due morali. L’economia sostenibile definisce un sistema estremamente complesso e profondamente intrecciato con la società. O, detta nei termini della Commissione Brundtland che alla fine degli anni ’80 del secolo scorso pubblicò il rapporto Our common future, la sostenibilità o è ecologica e sociale insieme o, semplicemente, non è.

Nella fattispecie non possiamo avere una pesca sostenibile se non tiene conto delle esigenze nutrizionali delle persone, in primo luogo dei bambini. La seconda morale è che ora sappiamo e possiamo agire. Se i bambini dei pescatori che vivono nei pressi di allevamenti e delle famiglie che abitano in zona vengono privati di una risorsa che sarebbe facilmente disponibile, beh, che gli allevatori abbandonino per un attimo la ragion di mercato e si accordino per un piano di razionale redistribuzione dei micronutrienti essenziali.

Detta in altri termini, non si accaparrino di tutto il pesce e, come sostiene Nature, ne lascino a sufficienza a chi lo pesca, alle loro famiglie e alle famiglie vicine. Entro un raggio di almeno 100 chilometri.

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