Pesticidi: l’impatto dei neonicotinoidi sulle api

Da quando sono stati introdotti sul mercato, all’inizio degli anni Novanta, gli agricoltori li hanno nebulizzati sui semi e sul fogliame delle colture di tutto il mondo. Sebbene non siano tossici né per l’uomo né gli altri mammiferi, i neonicotinoidi sono uno dei fattori che oggi rischiano di minacciare la sopravvivenza delle api. Un esperimento, condotto di recente da ricercatori di Harvard, ha rivelato importanti aspetti dell’interferenza che questi pesticidi hanno sul comportamento dei bombi.
Sara Mohammad, 09 Novembre 2018
Micron
Micron
Comunicazione della scienza e neuroscienze

Da quando sono stati introdotti sul mercato, all’inizio degli anni Novanta, gli agricoltori li hanno nebulizzati sui semi e sul fogliame delle colture di tutto il mondo. Sebbene non siano tossici né per l’uomo né gli altri mammiferi, i neonicotinoidi, pesticidi di ultima generazione, sono uno dei fattori che oggi rischiano di minacciare la sopravvivenza delle api.
Una ricerca condotta nel 2012 sotto la guida di Dave Goulson, professore di biologia ed esperto di comportamento animale, aveva dimostrato per la prima volta che i neonicotinoidi potevano avere conseguenze pericolose su intere colonie di api. Essendo già noti gli effetti sul comportamento del singolo insetto, Goulson e il suo team si erano spinti oltre. Studiando in laboratorio colonie di bombo (Bombus terrestris) esposte agli stessi livelli di imidacloprid misurati nei campi all’aperto, avevano scoperto che questo neonicotinoide, forse il più usato in agricoltura, rallentava la crescita delle coloniein modo significativo e inibiva drasticamente la crescita di nuove regine. Considerata la larga diffusione dei pesticidi e il ruolo degli insetti impollinatori nell’ecosistema, i ricercatori dell’Università di Stirling, in Scozia, si mostravano preoccupati dell’impatto che un uso massiccio di neonicotinoidi avrebbe avuto sulle popolazioni mondiali di bombi e su Science auspicavano che presto sarebbero stati sostituiti con alternative più sostenibili.
Un anno dopo, con 15 voti a favore, 8 voti contrari e 4 astenuti, la Commissione europea metteva al bando i neonicotinoidi pericolosi per le api, limitandone l’uso alle colture in serra o, per quelle all’aperto, al periodo successivo alla fioritura. Il provvedimento ratificato dalla Commissione seguiva un report dell’Efsa (l’Agenzia governativa europea per la sicurezza alimentare) pubblicato qualche mese prima, che cercava di stabilire i rischi per le api derivanti da tre neonicotinoidi (thiametoxan, imidacloprid e clothianidin) usati in agricoltura.
Un’altra ricerca, pubblicata sempre su Science nel 2017, dimostrò che api e bombi di tutto il pianeta raccoglievano grani di polline su cui si trovavano tracce microscopiche di neonicotinoidi. Dopo aver analizzato 198 campioni di miele provenienti da diverse regioni della Terra, i ricercatori dell’Università di Neuchâtel, in Svizzera, avevano riscontrato in metà dei campioni tutti i cinque neonicotinoidi presi in considerazione. Anche se i livelli dei contaminanti erano inferiori alla soglia stabilita come sicura per il consumo umano, la scoperta era un chiaro indizio del fatto che in tutto il mondo le api succhiavano un cocktail di pesticidi dalle conseguenze esplosive.
Ma come mai i neonicotinoidi sono tanto dannosi? Proprio come la nicotina, l’alcaloide che inaliamo fumando le sigarette, anche queste sostanze si legano al recettore dell’acetilcolina, uno dei neurotrasmettitori principali del sistema nervoso. Mimando l’azione dell’acetilcolina, i neonicotinoidi alterano la comunicazione fra i neuroni nel cervello di tutti gli insetti, api comprese. Diversi esperimenti hanno dimostrato che in questo modo questi pesticidi interferiscono con la ricerca del cibo (cioè del polline), alterano le capacità di apprendimento e di memoria (essenziali per imparare e ricordare i profumi dei fiori), distruggono la capacità delle api di orientarsi nello spazio e, in generale, riducono le possibilità che le giovani api nell’alveare siano nutrite e “covate” a dovere.
Nonostante gli individui alla ricerca di cibo siano i più esposti, anche gli insetti che rimangono nel nido entrano in contatto con residui bassissimi di pesticida. Studiare le conseguenze dei neonicotinoidi sulla vita all’interno dell’alveare comporta in genere più sfide rispetto a studiare le stesse conseguenze all’aria aperta. Ma James Crall, biologo all’Università di Harvard, e colleghi di altre università hanno di recente messo a punto un sistema di monitoraggio computerizzato che, senza dubbio, sarà di grande aiuto per i ricercatori interessati a capire come i pesticidi cambiano la vita degli insetti impollinatori. Testando fin da subito il nuovo prodotto, progettato proprio a partire da un software che lo stesso Crall aveva concepito nel corso del suo dottorato a Harvard, i ricercatori hanno studiato gli effetti dell’imidacloprid su diverse colonie di bombi (Bombus impatiens), dopo averle spostate all’interno di camere appositamente costruite. Per giorni hanno monitorato gli spostamenti dei bombi nelle colonie, dopo averli marcati con un sistema di “targhette” e averli costretti a nutrirsi con il polline, collocato in una camera adiacente, che conteneva quantità variabili di imidacloprid. Al termine dell’esperimento gli scienziati hanno scoperto che l’esposizione cronica a questo insetticida interferiva con molte attività. I bombi esposti alle quantità più elevate di imidacloprid trascorrevano più tempo senza fare nulla, si prendevano meno cura delle compagne più giovani e preferivano occupare la periferia invece che lo spazio al centro della colonia. Complessivamente, l’insetticida diminuiva le relazioni sociali fra i componenti della colonia e, in aggiunta, alterava la loro capacità di mantenere una temperatura stabile all’interno dell’alveare.
Anche se gli effetti osservati tendevano a regredire col tempo, le conclusioni raggiunte dai ricercatori sono molto importanti. Come ha osservato Nigel Raine, che studia e insegna il comportamento degli insetti impollinatori alla Scuola di scienze ambientali dell’Università di Guelph, in Canada, il sistema descritto da Crall e colleghi su Science “offre opportunità interessanti per studiare l’impatto dei pesticidi sulla fase iniziale, e forse più vulnerabile, del ciclo vitale dei bombi”, perché consente di monitorare direttamente il comportamento della regina, da cui dipende la termoregolazione dell’alveare (e di conseguenza la sopravvivenza della colonia) all’inizio della primavera, quando le temperature sono al minimo.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X