Ph.D. in Francia: tra meritocrazia, nepotismo e diritti dei ricercatori

Quali sono i punti forti e quali le criticità del dottorato in Francia? Cosa significa valorizzare il dottorato? Quali sono le prospettive per un movimento sindacale europeo dei dottorandi? Ne abbiamo parlato con Alexandre Matic, vicepresidente della Confédération des Jeunes Chercheurs.
Stefano Porciello, 30 Gennaio 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

Assediati nei nostri problemi quotidiani potremmo non renderci conto che gli aspetti che meno ci piacciono del dottorato italiano potrebbero essere condivisi anche da chi sta svolgendo un Ph.D. in un altro Paese europeo. La Francia, con il suo contrat doctoral da 1400€ al mese, i diritti e la sua sécurité sociale può sembrarci fin troppo lontana dalla nostra realtà. Non possiamo dimenticare, però, che fuori da quei contratti c’è anche un altro mondo fatto di precarietà e che i diritti devono essere universali per essere considerati tali, altrimenti sono soltanto privilegi. In questo contesto, il lavoro per promuoverli, universalizzarli e difenderli è tutt’altro che scontato. «Tra coloro che hanno un contratto, la situazione è molto buona. Come regola generale, è lì che c’è meno abbandono, è lì che i dottorati durano circa tre anni e mezzo. Non appena andiamo a vedere tra chi non è contrattualizzato, invece, è vero che la situazione si fa subito molto più dura». A parlare è Alexandre Matic, vicepresidente della Confédération des Jeunes Chercheurs (CJC) e dottorando in Sciences pour l’ingénieur all’Université Bourgogne Franche-Comté. «La CJC è un’associazione che raggruppa altre associazioni di giovani ricercatori a livello locale», spiega: «I dottorandi e i dottori di ricerca hanno dei bisogni specifici nel mondo dell’università e della ricerca, devono far fronte a situazioni specifiche […] L’obiettivo è cercare di promuovere e di difendere i diritti di questa “popolazione”» [La CJC non comprende soltanto dottorandi, ma anche tutti i giovani ricercatori che hanno finito il loro Ph.D. da meno di cinque anni, ndr].

FORZA E DEBOLEZZA DEL DOTTORATO FRANCESE
«Il principale problema è che le condizioni di lavoro di coloro che non sono sotto contrat doctoral si possono considerare, abbastanza spesso, difficili. Nel senso che ci troviamo di fronte a persone che non sono finanziate, che sono inquadrate in un modo incompleto […] e che sono obbligate, nonostante tutto, a lavorare nello stesso tempo in cui fanno il dottorato», spiega Alexandre. Che sottolinea come di fatto esistano due mondi molto diversi nel dottorato francese: da una parte, ci sono persone difese dalla legge, stipendiate e la cui attività professionale è riconosciuta in tutti i suoi aspetti. Dall’altra parte, invece, ci sono ragazzi che magari lavorano altrettanto bene, ma si ritrovano con meno diritti e – soprattutto – senza un finanziamento. «Dipende molto dalle discipline», racconta Alexandre: «Quando non c’è il contratto […] le decisioni sono lasciate alla volontà dei singoli attori. Le situazioni in cui il dottorato si passa male sono più presenti nelle discipline letterarie, delle scienze umane e sociali rispetto a quelle che ricadono tra le scienze tecniche e sperimentali», dice: «Perché sono le materie in cui è più scarso, in proporzione, il finanziamento dei dottorandi».
C’è poi il problema dei rapporti di forza tra dottorando e supervisore che, come spesso accade, pendono in favore del professore. Rapporti che nel contesto di una relazione strettissima tra insegnante e allievo e dello «stress che è connaturato al dottorato», possono portare a registrare fatti e situazioni spiacevoli. Tuttavia, sorprende che anche in Francia il la CJC sia decisamente attenta alla questione della valorizzazione del dottorato di ricerca, punto su cui proprio in questi tempi si sta parlando molto anche in Italia.
Soprattutto quando si abbandona il settore pubblico per intraprendere una carriera nel privato, riuscire a vedere riconosciute le proprie competenze nel mondo professionale è stato storicamente complicato, racconta Alexandre. Oggi «la situazione in Francia comincia a risolversi: cominciamo a riconoscere l’importanza dei dottori nel settore “ricerca e sviluppo” privato, nel tessuto socio-economico generale, ma siamo ancora molto, molto lontani dall’esempio tedesco, o da quello americano negli Stati Uniti o in Canada», sostiene.
Tuttavia, «anche se non siamo un modello in Europa, ci sono degli aspetti che sono interessanti nel modo in cui la Francia è organizzata», dice Alexandre. Non solo chi è sotto contratto è sostanzialmente equiparato a un lavoratore, ma l’organizzazione stessa del dottorato a livello statale può essere giudicata positivamente.
Ci sono differenze tra giovani contrattualizzati e non contrattualizzati, è vero, ma entrambi si muovono nello stesso quadro giuridico che regolamenta l’istituto del dottorato. Grazie anche all’azione della CJC e dell’Associazione nazionale dei dottori di Ricerca ANDès, oggi esistono 22 fiches che sono state aggiunte al Repertorio nazionale delle certificazioni professionali: certificano le competenze trasversali acquisite dai dottori, spiegandone e classificandone il percorso professionale. Sono nate da poco come un segnale per il mercato e per “spiegare il dottorato” alle imprese e al settore economico privato, e sono promosse dallo stesso Ministero.

COSA C’È ANCORA DA FARE
Ma cosa resta da fare per affrontare quei problemi che affliggono il dottorato francese? «Già dire che si tratta di un lavoro è molto importante. […] Secondo, bisogna dire: visto che si tratta di un lavoro, non si può permettere che non venga pagato. È anormale. [I dottorandi] contribuiscono con le loro conoscenze al mondo scientifico, sono quelli che fanno funzionare i laboratori francesi con le loro scoperte e, di conseguenza, sarebbe normale che ricevano una giusta retribuzione», dice.
Quando si parla di migliorare le condizioni dei dottorandi, secondo Alexandre non si possono accettare compromessi al ribasso. Se, come potrebbe succedere, il dibattito politico fosse traghettato verso l’offerta di un contratto a tutti i dottorandi a discapito del salario o della quantità di posti banditi, la sua risposta è chiara: «No. Bisogna contrattualizzate tutti, mantenendo lo stesso numero di dottorandi». E alle stesse condizioni di chi ha un contrat doctoral: che lo Stato investa le risorse necessarie a far funzionare l’accademia, e che il settore privato contribuisca all’assorbimento dei dottori di ricerca, dice Alexandre.
I benefici che i dottori portano in dote all’economia nazionale sono importanti ed è giusto che il mondo pubblico e quello privato facciano sistema per valorizzare il lavoro dei giovani ricercatori, sostiene.

TRA MERITOCRAZIA E NEPOTISMO
Chiedo ad Alexandre una sua valutazione sullo stato dell’accademia francese quando si tratta di reclutamento dei dottorandi e di rispetto della meritocrazia durante i primi passi della loro carriera. L’accesso al Ph.D., spiega: «Cerca di essere il più meritocratico possibile, soprattutto perché le scuole di dottorato vegliano affinché il concorso venga bandito, che ci sia un serio colloquio che metta in comparazione tutti i candidati e che si faccia poi una loro classifica. Sempre più registriamo che le scuole cercano di rendere questo processo il più trasparente possibile». E quando si tratta di fare carriera? Lì, sostiene Alexandre, bisogna fare più attenzione. «Ci sono certe cose che alla fine si fanno in tutto il mondo, nel campo della ricerca», spiega. «Non tutto è bello e non tutto è brutto: direi che si tratta di un campo professionale come un altro». Ci sono sempre dei gruppi che si formano, dei dati “rubati”, o delle appropriazioni ingiuste, così come succede che certe persone non vengano citate in un lavoro. «Questo fenomeno varia anche a seconda dei campi disciplinari, sostiene Alexandre. Nelle discipline dove ci sono poche persone [talvolta] c’è più nepotismo, e quindi sarà il dottorando di quel tale direttore che finirà col diventare enseignant-chercheur, e così via». Tra gli effetti del nepotismo, Alexandre include l’influenza negativa sul reclutamento dei giovani ricercatori e sulla circolazione stessa delle idee. Effetti che, secondo lui, rischiano anche di contribuire all’affossamento della credibilità della scienza di fronte all’opinione pubblica.

LA LOTTA PER I DIRITTI DEI DOTTORANDI EXTRAEUROPEI
«Qualsiasi sia la nazionalità dei dottorandi, noi li difendiamo alla stessa maniera. […] È solo un po’più difficile raggiungerli, talvolta, perché non è detto che parlino francese», dice Alexandre. Il riferimento è alla recente decisione del governo francese che alza di circa 10 volte le tasse universitarie per i dottorandi extraeuropei a partire dal prossimo anno accademico. Le università e le associazioni di studenti e dottorandi si sono subito schierate in difesa dei giovani colleghi. Si rischia, dicono gli oppositori della riforma, di colpire al cuore l’attrattività dell’università francese, così come di perdere capitale umano e persone preparate che di fatto portano avanti il lavoro nei laboratori.
«La ricerca, oggi, è internazionale. Quindi abbiamo dei candidati che arrivano da tutti gli ambienti, da tutti gli orizzonti. E per noi devono avere gli stessi diritti di un dottorando francese» dice Alexandre. D’altra parte, se si considera il dottorato un lavoro e si lotta perché sia riconosciuto come tale a tutti i livelli, accettare che qualcun altro debba pagare per lavorare («perché di questo si tratta», dice Alexandre) solo perché straniero, sarebbe un controsenso.
Al di là dei diritti, Alexandre spiega il suo punto di vista sull’aspetto economico della questione: anche quando non sono contrattualizzati, questi dottorandi partecipano in modo determinante all’economia e al futuro dell’accademia francese grazie al contributo delle loro ricerche, dice. E aggiunge: «Spesso sono delle persone molto competenti che restano in Europa […] Noi non abbiamo nemmeno pagato la loro formazione: abbiamo, semmai, pagato loro solo il dottorato, dopo il quale continuano a contribuire con le loro conoscenze allo sviluppo del Paese per altri 40 o 50 anni con dei benefici incalcolabili in termini economici. Quindi, secondo noi, è davvero incomprensibile farli fuggire».

UN MOVIMENTO SINDACALE EUROPEO È POSSIBILE?
Dopo tredici puntate di questo viaggio nel mondo del Ph.D. – di cui nove dedicate a Paesi europei – ci rendiamo conto che i problemi dei dottorandi sono spesso molto simili. I dottorati senza borsa esistono praticamente ovunque; precarietà, difficoltà ad andare avanti, situazioni di povertà sussistono al di là le frontiere nazionali. E allora perché non esiste un vero, forte, movimento sindacale europeo dei dottorandi? «Semplicemente il quadro europeo non è armonizzato in questo ambito», risponde Alexandre: «La situazione dei dottorandi non è assolutamente la stessa se siamo in Germania, in Italia, in Spagna o nei Paesi dell’Est: c’è una grande differenza nel modo di finanziare i dottorati e di regolamentarli», dice. «Anche l’applicazione del Processo di Bologna [che prevede tre anni di università seguiti da due di “master” e tre di dottorato, ndr] è molto diversa […] quindi è difficile avere una posizione comune e forte su queste tematiche di precarietà a livello europeo perché la situazione varia sensibilmente da Paese a Paese». Il Processo di Bologna – avviato nel 1999 e basato su un accordo intergovernamentale non vincolante – non ha portato a una definitiva armonizzazione del sistema universitario europeo e la divisione delle competenze tra Stati membri e Unione europea ha saldamente assicurato il cuore delle decisioni che riguardano l’istruzione nelle mani dei governi nazionali.
D’altra parte, c’è anche da considerare che le diverse associazioni dei dottorandi in Europa hanno diverse culture (sindacali, politiche, associative) e diverse capacità di incidere sulla sfera politica. Alexandre riporta le sue considerazioni sull’esempio che, forse, conosce meglio: «In linea generale, mentre in Francia ci sono delle mobilitazioni che chiedono delle novità sostanziali per l’insieme della popolazione, in Germania sono più confinate all’interno di una determinata categoria sociale», racconta.
Non c’è nulla da fare, quindi? Non proprio. «Nonostante tutto, a livello europeo proviamo comunque a difendere attraverso Eurodoc [l’organizzazione che raccoglie le associazioni di dottorandi di 29 Paesi, ndr] tutto ciò che ricade nelle questioni di scienza, tutto ciò che rientra nella questione della trasparenza nel reclutamento dei ricercatori, della deontologia da applicare alla ricerca», dice. Eurodoc si batte anche per migliorare le condizioni di lavoro dei giovani ricercatori e la qualità dell’università e della ricerca in Europa. «Ci sono tutta una serie di questioni che coinvolgono la Commissione e gli altri organismi europei che sono importanti; questioni che meritano di esistere e che sono parte del mondo della ricerca a livello europeo», dice Alexandre. Ma un movimento vero e proprio, un “movimento di popolo” continentale, ancora non esiste.

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