Piante aliene

Ogni anno vengono pubblicati almeno 1.000 articoli scientifici sulle specie aliene invasive. E tuttavia, ricorda Christoph Kueffer dalle colonne di Nature, solo il 10% di questi lavori affronta gli aspetti sociali del problema. Occorre aumentare gli sforzi di conoscenza sulle dinamiche invasive. Ma, per potenziare la novità dell’Antropocene – l’uomo che contrasta l’invasione delle specie aliene invasive – occorre sensibilizzare e mobilitare anche la società civile.
Pietro Greco, 29 Ottobre 2017
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Anche le piante migrano. Il giacinto acquatico dell’Amazzonia, per esempio, è uscito dai confini originali e si è diffuso in 50 diversi paesi. È giunto persino in Cina, provocando ogni anno danni, si calcola, per almeno un miliardo di euro. Non è da meno il “poligono giapponese”, una pianta proveniente, appunto, dall’arcipelago nipponico che aggredisce (e depaupera) gli edifici dell’Europa e del Nord America. Non la si riesce a estirpare: resiste a tutti gli erbicidi.
E queste sono solo due delle 13.168 specie di piante (il 3,9% del totale) classificate da Nature tra le “specie aliene”. Insieme ad altri migranti non umani (funghi, animali) provocano danni all’economia umana per almeno 1.400 miliardi ogni anno. Per non parlare dello scombussolamento degli ecosistemi.
Le cause delle migrazioni delle piante che sbarcano in territori nuovi e sconosciuti sono molte. Ce ne sono alcune, per così dire, naturali. Ma ci sono, soprattutto quelle umane: le più potenti.
Queste ultime non sono affatto un fenomeno dei nostri tempi. Pensate allo sbarco in America di Colombo. Gli europei portarono nelle nuove terre agenti patogeni (che quasi sterminarono del tutto la popolazione nativa), animali (per esempio il cavallo) e piante. Ma furono molti gli organismi viventi che dall’America sbarcarono nelle terre europee: tra loro il pomodoro e la patata.

Tuttavia oggi – era che molti definiscono “Antropocene”, ovvero era modellata dall’uomo – la migrazione per cause umane delle piante ha caratteristiche nuove, originali e inaspettate, come ha spiegato di recente Christoph Kueffer sulla rivista scientifica Nature.
Gli uomini della nuova era determinano le invasioni delle piante aliene in diversi modi. In primo luogo possono trasportare, talvolta in maniera volontaria altre volte in maniera involontaria, una specie di pianta dalla regione di origine a una nuova area che non la conosceva. Una seconda modalità è quella di diffondere la specie sbarcata in territorio alieno nei più diversi ambienti. Infine gli uomini possono integrare le specie stabilmente in un qualche habitat.
Nell’Antropocene, certo, tutte queste modalità non sono nuove. Sono antiche, a ben vedere, quanto il genere umano stesso. Mentre l’Antropocene è l’epoca geologica in cui l’uomo si è imposto come causa principale delle modificazioni dell’ambiente. C’è chi dice che questa era è iniziata con la rivoluzione industriale. Chi dice, invece, che sia molto più recente: successiva alla Seconda guerra mondiale e alle prime esplosioni nucleari.
Ma c’è un fatto che, alla luce di questi rilievi, risulta poco spiegabile. In epoca recente nel Nord America le “piante aliene” si diffondono molto più velocemente che in Europa. Ebbene, sostiene Christoph Kueffer, la causa è chiara, per quanto inattesa: nell’Antropocene l’uomo ha introdotto una novità nella determinazione delle migrazioni delle piante aliene. E questa novità è in controtendenza rispetto alle altre. Gli uomini dell’Antropocene si oppongono in maniera attiva contro la diffusione delle “specie aliene”. Certo, continuano ad alimentare e persino ad accelerare le antiche modalità. Ma, in molti casi, si impegnano in senso contrario. Più in Europa – dove gli ecosistemi sono quasi totalmente antropizzati – che in America.
Questa opposizione alla diffusione delle piante aliene avviene, probabilmente, con due diverse modalità, peraltro largamente sovrapponibili. La prima promana da una coscienza ecologica locale, alimentata da interessi economici immediati. Per esempio, combattere le piante infestanti che minacciano i raccolti.

Ma c’è anche una modalità, questa sì del tutto nuova e tipica dell’Antropocene: quella che promana da una coscienza ecologica globale. Del tipo di quella che ha portato l’Unione europea a promulgare, nel 2014, il regolamento per la difesa della biodiversità del continente e a elaborare la lista delle 49 specie aliene considerate invasive e dunque da combattere in maniera attiva. In particolare è vietato importarle in Europa, possederle, coltivarle (o allevarle in caso di animali), trasportarle, commerciarle e rilasciarle nell’ambiente. In un recente articolo pubblicato sul Journal of Applied Ecology un gruppo di ricercatori del BirdLife Europe and Central Asia sostiene che questo elenco deve essere ampliato e accogliere almeno altre 207 specie aliene invasive.
L’ISPRA ha un elenco di piante aliene da eradicare anche in Italia, per esempio il Carpobrutus (unghia di strega) dall’isola di Ventotene.
Tutto questo dimostra che la conoscenza delle specie aliene invasive sta certamente aumentando. D’altra parte ogni anno vengono pubblicati almeno 1.000 articoli scientifici sulle specie aliene invasive. E tuttavia, ricorda Christoph Kueffer, solo il 10% di questi lavori affronta gli aspetti sociali del problema. Occorre, pertanto, aumentare gli sforzi di conoscenza sulle dinamiche invasive. Ma, per potenziare la novità dell’Antropocene – l’uomo che contrasta l’invasione delle specie aliene invasive – occorre sensibilizzare e mobilitare anche la società civile, come ricorda Piero Genovesi, di ISPRA: tra i massimi esperti mondiali del tema

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