Piante amiche e nemiche dell’uomo

Prosegue il nostro appuntamento settimanale dedicato agli “alieni fra noi” parlando di invasioni biologiche di specie vegetali esotiche o aliene dovute ad azioni antropiche e favorite dai cambiamenti climatici, che hanno portato ingenti danni agli ambienti naturali ma anche alla salute dell’uomo.
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Prosegue il nostro appuntamento settimanale dedicato agli “alieni fra noi” parlando di invasioni biologiche di specie vegetali esotiche o aliene dovute ad azioni antropiche e favorite dai cambiamenti climatici, che hanno portato ingenti danni agli ambienti naturali ma anche alla salute dell’uomo.

di Chiara Proietti, Aldo Ranfa dell’Università di Perugia e Francesca Marinangeli del CREA, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria

La raccolta delle piante spontanee commestibili è una risorsa che si tramanda da diverse generazioni e affonda le proprie radici già intorno a 12-15.000 anni fa, quando l’uomo primitivo si alimentava e si curava con le specie vegetali spontanee di immediata disponibilità nel territorio circostante. Da quel tempo, tra l’uomo e le specie selvatiche, si è sviluppato un rapporto di tipo coevolutivo che spesso poteva sfociare in conflittualità. Anticamente le parti più utilizzate erano le parti ipogee (radici, bulbi, tuberi, ecc.) e poi le parti epigee (foglie, fusto, fiori, ecc.) ma anche la pianta nella sua totalità; il gesto della raccolta era specificatamente individuato nella donna che, non avendo la possibilità di cacciare in quanto strettamente legato agli uomini, nella vicinanza dei ripari trovava facilmente nel mondo vegetale il proprio sostentamento.

Oggi le finalità della raccolta sono sicuramente cambiate, non più per un bisogno alimentare ma per avere altresì un ricordo, un’emozione legati alle tradizioni e un contatto positivo con la natura, tenendo anche in considerazione che le informazioni sulle specie di interesse fitoalimurgico sono molto più ampie e approfondite. Durante i fasti dell’Antica Roma le pietanze venivano spesso servite con diverse salse o vegetali; la testimonianza di Columella (I sec. d.C.) ci permette di avere un quadro sintetico delle usanze culinarie dell’epoca: «[…] prepara l’aceto e la salamoia nel periodo dell’equinozio di primavera, bisognerà raccogliere e conservare le erbe: come cime e cavoli, ……. piantine di ferula appena spuntate e tenerissime col loro stelo, fiori appena in boccio di pastinaca selvatica o coltivata col loro stelo, di vitalba, di asparago, di pungitopo, di tamno, digitale, di puleggio, di nepitella, di ramolaccio, ……. e ancora teneri steli di finocchio […]».

In tempi moderni vi sono in uso detti popolari che si riferiscono a tradizioni alimentari legati alle specie spontanee commestibili e la tipologia d’uso, come ad esempio questa citazione in un libro popolare del 2010, Co’ la nonna…a coje l’erba, che, riferendosi all’insalata campagnola, cita “l’insalata ben salata, pocc’aceto e ben oliata”. Altri detti popolari, invece, collocano l’uso di specie selvatiche per fini medicamentosi; ricca ne è la tradizionale medicina popolare. Le erbe selvatiche hanno riscosso un maggiore successo nei periodi storici legati a carestie o periodi congiunturali di varia origine, spesso legate alla scarsità del pane causata delle insufficienti produzioni cerealicole. Durante alcuni di questi periodi, che si sono susseguiti nel tempo varie volte [1347-1350 Peste Nera, metà del XVI sec., 1618-1648 Guerra dei Trent’anni, 1675 quando i grani vennero distrutti da alcune malattie fungine (ruggini)], il sostentamento alimentare fu strettamente legato alle piante selvatiche; nel 1767 Giovanni Targioni Tozzetti diede la prima testimonianza scritta di quelli che erano gli alimenti da preferire in stato di carestia e nel libro da lui pubblicato Alimurgia o sia modo di rendere meno gravi le carestie coniò il termine “alimurgia” nel quale riportava alcuni alimenti da impiegare come cibo e successivamente, nel 1919, Oreste Mattirolo a tale termine aggiunse il suffisso “phyto” divenendo, quindi, phytoalimurgia per indicare le specie selvatiche da utilizzare come cibo in periodi di congiunturali e stilò una lista di quelle più importanti.

L’utilizzo di specie vegetali selvatiche come alimento è sicuramente paritario al loro utilizzo come medicamento e ne sono testimonianza diversi scritti attribuiti ad importanti studiosi dell’antichità (Plinio, Galeno, Teofrasto, ecc.) che hanno anche costituito per buona parte del tempo, prima dello sviluppo della medicina moderna, una farmacia a cielo aperto. Anche oggi possiamo stimare che circa il 25% dei prodotti farmaceutici e circa il 50% degli integratori alimentari attualmente in commercio sono a base di estratti vegetali; alcuni di queste possiedono proprietà che rientrano nell’uso quotidiano delle tradizioni in abito rurale come la borragine (Borago officinalis), nota per essere utilizzata per curare la depressione o il tarassaco per depurare l’organismo per le sue proprietà diuretiche.

Nel XXI sec. le specie spontanee non entrano più nelle case delle persone come alimento principale o come medicina, ma vi entrano come prelibatezza o come richiamo a una resurrezione in termini alimentari, basti pensare che chiunque cerchi uno stile di vita “plastic free” o come anticonformista rispetto ad uno stile di vita imposto dai media. Nel tempo l’uomo ha avuto la necessità di distinguere più dettagliatamente le piante di cui voleva nutrirsi e curarsi per evitare gli avvelenamenti e, con le scoperte scientifiche dell’età moderna, ha avuto anche gli strumenti di laboratorio idonei per farlo.

Oggi le specie vegetali che arrivano sulle nostre tavole o vengono inserite all’interno degli integratori alimentari sono quasi sempre controllate accuratamente e, quindi, innocue, ma purtroppo non è stato sempre così. Nonostante tali accuratezze, ancora oggi sono molteplici i casi in cui i giornali riportano notizie di avvelenamenti dovuti a ingestione o contatto con parti di piante tossiche e/o velenose, che hanno portato conseguenze gravi o anche mortali; ma dove si nascondono le insidie? Le piante, nell’ambito del loro metabolismo, sviluppano metaboliti secondari che servono loro per “dialogare” con l’ambiente, composti importantissimi perché molto utili per la pianta ma che, spesso, possono rivelarsi tossici e/o velenosi per le categorie più deboli del genere umano (bambini, anziani, persone affette da varie patologie, ecc.). Rimane, dunque, più chiaro come le specie vegetali spontanee possano diventare un’insidia se non si possiede una perfetta conoscenza di ciò che arriva sulle nostre mense.

Le invasioni biologiche di specie vegetali esotiche o aliene degli ultimi tempi, dovute ad azioni antropiche e favorite anche dai recenti cambiamenti climatici, hanno portato ingenti danni agli ambienti naturali ma anche alla salute dell’uomo, in generale causati da agenti patogeni di varia natura, da allergie e intossicazioni dovute a specie aliene. Alcuni avvenimenti recenti di avvelenamenti in Italia (2013-2018) mostrano come l’utilizzo a volte di specie vegetali, sia autoctone che esotiche, sia rischioso se non si riconoscono con tecniche affidabili. Esempi di avvelenamenti si sono avuti con specie spontanee come la belladonna (Atropa belladonna) le cui parti apicali sono state scambiate per cime di rapa (Brassica rapa subsp. sylvestris var. esculenta), le foglie della mandragora autunnale (Mandragora autumnalis) sono state confuse con quelle della borragine (Borago officinalis), i fiori del colchico (Colchicum autumnalis) sono stati scambiati con quelli dello zafferano (Crocus sativus) e i fiori della specie esotica invasiva stramonio (Datura stramonium) sono stati confusi con quelli della zucca coltivata (Cucurbita maxima). Sono solo alcuni esempi ma ne potremmo elencare molti altri; purtroppo, non è sempre una reazione all’ingestione ciò che può provocare danni all’organismo: pensiamo ad esempio alle dermatiti che derivano dal contatto con erbe che contengono sostanze tossiche come ad esempio il Panace di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum), che provoca una reazione urticante con problematiche importanti di ustioni legate alla presenza di derivati furocumarinici e, se arriva al contatto con gli occhi, può creare problemi di cecità. Se abbiamo capito la pericolosità con l’esempio del Panace, siamo anche coscienti che, se non si è più che esperti, il fai da te può essere un grosso problema.

In Umbria è facile imbattersi nel senecione dei fossi (Senecio jacobaea), specie tossica ma molto simile a una pianta del genere alla erba di Santa Barbara (Barbarea vulgaris), specie comune nelle misticanze di erbe cotte. Anche il senecione africano (Senecio inaequidens), specie aliena di origine africana e in rapida diffusione, è una specie la cui tossicità è indiretta in quanto non direttamente all’uomo ma attraverso gli animali che nutrendosi di tale specie con alcaloidi tossici trasmettono la tossicità indirettamente all’uomo. Nella nostra regione la tradizione fitoalimurgica è molto sentita e, spesso, nei piatti tradizionali vengono utilizzate misticanze costituite da specie vegetali spontanee alimentari, alcune delle quali sono molto pericolose.

Il concetto di veleno veniva già citato in tempi remoti, basti pensare che Paracelso (1493-1541): «ogni sostanza è veleno e nessuna è perfettamente innocua; soltanto la dose ne determina la velenosità», questo per definire che spesso le specie tossiche hanno effetti mortali solo se assunte in enormi quantità, altre invece hanno limiti di ingestione o assunzione bassissimi. Se pensiamo allo zafferano, spezia ormai quasi quotidiana sulle nostre tavole, nasconde in natura un’insidia molto grande. La somiglianza estrema con il colchico (Colchicum autumnalis), che fiorisce quasi nello stesso periodo dello zafferano (Crocus sativus), causa avvelenamenti. Sono molte le specie vegetali che possono essere molto problematiche per lo scambio con altre, basti pensare al mughetto (Convallaria majalis) che viene spesso confusa con l’aglio dei boschi (Allium ursinum). Dai dati del 2007 del Centro Antiveleni Niguarda di Milano emerge come in Italia siano circa 951 i casi di avvelenamento ogni anno con piante velenose e/o tossiche, nella maggior parte dei quali risulta difficile riscontrare immediatamente quale sia la pianta ingerita o con cui si è venuti a contatto.

Oggi però si sta portando avanti una riscoperta delle specie spontanee commestibili, tramite diversi corsi itineranti che guidano il consumatore a conoscere anche i rischi di scambio tra le varie specie, quindi attraverso l’educazione e la riscoperta del foraging come risorsa per la rivalutazione dei territori, coloro che ritornano a cimentarsi nella raccolta possono essere definiti Citizen Science con un awarness, una consapevolezza maggiore. In questo momento di espansione critica delle specie vegetali aliene dovuta ai cambiamenti climatici e agli adattamenti di queste alla colonizzazione di nuovi ambienti, risulta dunque importante imparare delle buone tecniche di riconoscimento per essere certi di ciò che si raccoglie. L’educazione alla raccolta è quindi un’arma molto importante se si vuole utilizzare con serenità specie vegetali spontanee a scopo alimentare. Così come avviene per i funghi, andrebbero attivati dei presidi fissi presso strutture sanitarie locali dove, attraverso degli esperti botanici, si possa giungere al concreto e reale riconoscimento della specie raccolta al fine di fugare ogni dubbio ed essere certi di essere al sicuro. Laddove si venga a contatto con specie che anche parzialmente diano sintomatologie di tossicità o avvelenamento è bene dunque recarsi presso strutture sanitarie più vicine, muniti anche di una parte di pianta o della pianta intera con cui si è venuti a contatto, per permettere un’identificazione certa e un immediato trattamento sanitario risolutivo. Il botanico o l’etnobotanico sono figure professionali importantissime che, attraverso l’ausilio di adeguati strumenti, permettono di conoscere le giuste tecniche di riconoscimento delle specie spontanee raccolte.

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