Più fondi, più ricercatori e un’Agenzia. Ecco come salvare la ricerca in Italia

In rete sta riscuotendo sempre più successo la petizione Salviamo la Ricerca Italiana. L'appello è un richiamo al Governo a investire in ricerca oltre il livello di sussistenza. Abbiamo intervistato il promotore dell'iniziativa, Giorgio Parisi, fisico e membro del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica. L'Italia è ancora un Paese per ricercatori?
Giuseppe Nucera, 07 Marzo 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Mentre il Governo presenta Human Technopole Italia 2040 e annuncia un piano da 2,5 miliardi di euro per la ricerca pubblica, on line sta riscuotendo sempre più successo la petizione «Salviamo la ricerca».
L’appello, pubblicato anche su Nature, è un richiamo al Governo a investire in ricerca oltre il livello di sussistenza.
Abbiamo intervistato il promotore dell’iniziativa, Giorgio Parisi, fisico e membro del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, secondo il quale è sempre più necessario costituire un comitato di esperti che distribuisca i fondi con competitività e meritocrazia.

Al centro della petizione da Lei lanciata si chiede al Governo Italiano di porre fondi per la ricerca a un livello superiore a quello della pura sussistenza. Si accusa una sensibile perdita di finanziamenti, personale e strutture adeguate. Quanto è grave questa emorragia di conoscenza per il nostro Paese?
Il problema è che l’Italia non è un Paese accogliente per i ricercatori: i tagli ai fondi hanno portato migliaia di ricercatori italiani, circa 15.000, a lavorare all’estero. Di questi solo pochi sono recuperabili, gli altri non hanno intenzione o la possibilità di rientrare.
Se pensiamo che in Germania quando un professore ordinario vince una cattedra di oltre un milione di euro per attrezzare i laboratori e far partire la ricerca, capiamo i motivi di questa distanza.
Se in Italia volessimo richiamare 5.000 tra i ricercatori che stanno all’estero, con la stessa capacità attrattiva dei tedeschi, sarebbero necessari 5.000 miliardi di euro, “solo” come semplice fondo di dotazione iniziale. La realtà in cui siamo è molto distante da ciò.

Ora in Italia abbiamo i fondi liberi per i professori universitari, circa 30 milioni all’anno da dividere tra tutti i docenti universitari: se si divide questa cifrea per le 60.000 mila persone che hanno un posto fisso nelle ricerca scientifica, tra cui considero ricercatori, professori associati e ordinari, arriviamo a una dotazione ministeriale di 500 euro in media all’anno. E’ evidente che non si può andare avanti così.

Dalla protesta dei ricercatori italiani precari sembrerebbe che il problema non sia solo in termini di finanziamenti delle ricerca ma anche del mancato riconoscimento del lavoro di ricercatore.
Viviamo l’assurdità che i ricercatori, i post doc e così via non sono considerati lavoratori a tutti gli effetti. La situazione vede assegni di ricerca che non sono trattati come un normale contratto di lavoro. Queste sono condizioni assurde che in altri Paesi sarebbero impensabili.
Ricordo come nella preparazione di un bando europeo con 7 università, tra cui anche istituti tedeschi e inglesi, dovevamo distribuire il finanziamento vinto, circa 2 milioni di euro per tre anni. Nel farlo abbiamo toccato con mano questa distanza tra la situazione italiana e quella di altri paesi europei. In Inghilterra, per esempio, vi è l’obbligo per legge di dare ogni anno un aumento di 3% lordi allo stipendio di ricerca, anche per una borsa di studio. Uno scatto salariale come riconoscimento della maggior competenza che ha la persona dopo un anno di ricerca. Una legge nazionale ma che va applicata anche a chi ha un contratto di ricerca finanziato dalla comunità europea.

In dieci giorni il premier Matteo Renzi ha prima presentato Human Tecnhopole Italia 2040, il progetto da 1,5 miliardi di euro guidato dall’IIT; in seguito ha annunciato un piano da 2,5 miliardi di euro per la ricerca pubblica. Secondo Lei siamo di fronte a una svolta?
Bisogna vedere quale sia la sostanza di questi annunci: su un articolo uscito sul Il Sole 24 ore, a firma di Eugenio Bruno, si legge chiaramente come i 2,5 miliardi di euro per la ricerca pubblica siano in realtà fondi già contabilizzati nel bilancio del Miur (1,9 miliardi).
Quindi è un annuncio di cose già fatte: quello che sembrerebbe nuovo di questo finanziamento sono solo 500 milioni del Fondo sviluppo coesione, il vecchio Fondo per le aree sottoutilizzate. Ma anche qui non siamo davanti a un reale stanziamento ma solo a una nuova destinazione di fondi preesistenti, a favore ora della comunità scientifica.
L’annuncio dei 2,5 miliardi di euro alla ricerca pubblica nasce probabilmente dalle critiche sorte dopo la presentazione di Human Tecnhopole, un progetto da 1,5 miliardi affidato all’IIT, una Fondazione di diritto privato, di cui non mettere in dubbio la validità e il valore scientifico. Ma tutto ciò è stato fatto senza una reale discussione e valutazione seria di più proposte. Human Tecnhopole è un progetto decennale, potevamo spendere due mesi in più per la valutazione di diversi progetti.
Il vero problema è esattamente questo: non è tanto o solo la mole dei finanziamenti, che pur è sempre ai livelli di sussistenza, ma è la gestione nella distribuzione di questi fondi. Come dice la Senatrice Elena Cattaneo, il ministero li gestisce più per telefono che attraverso i bandi di concessione. Questi fondi nel passato hanno visto una distribuzione spesso attraverso le phone call.
Alcuni fondi, come nel caso dei finanziamenti PRIN, sono distribuiti in maniera ragionevole mediante esami accurati, quindi in maniera competitiva; la mia paura è, invece, che queste risorse del Fondo sviluppo coesione, ora annunciati come stanziati per la comunità scientifica, vengano divisi in realtà solo tra pochi, scelti non attraverso una valutazione seria. Se non cambia il tipo di gestione dei finanziamenti ci sono poche speranze che cambi il sistema nell’insieme.

Il Gruppo 2003 per la ricerca scientifica, che raduna gli scienziati italiani più citati al mondo tra cui Lei, da anni propone la creazione di un’agenzia nazionale delle ricerche. Si porterebbe così l’Italia più vicino a paesi quali Francia, Inghilterra e Germania. L’agenzia consentirebbe una valutazione indipendente e una distribuzione meritocratica dei finanziamenti?
Partiamo da una distinzione. Ci sono due tipi di fondi per la ricerca, quelli di finanziamento ordinario, per far sì che gli enti portino avanti le proprie linee di ricerca, poi ci sono i fondi che vanno dati su base competitiva, quindi attraverso un bando e la valutazione su base scientifica dei progetti di ricerca. Quello che succede in Italia è che questi ultimi fondi sono gestiti in parte dal Miur, in parte dalla sanità, ma anche dal Ministero dell’economia o dell’agricoltura. Siamo di fronte a una frammentazione e una gestione parcellizzata di tutti questi finanziamenti che molto spesso sono assegnati attraverso le phone call.
La proposta si inserisce in questo contesto, una struttura che si occupi di organizzare e regolarizzare i bandi per i finanziamenti: serve un comitato di esperti che faccia da controllo e da gestione di tutti i bandi, scritti in maniera chiara e omogenea e che i progetti siano selezionati sulla validità scientifica.
Il mio timore è che finché sarà assente un organo di coordinamento per la ricerca, ,il governo potrà stanziare ciò che vuole ma nulla cambierà. Bisogna lavorare per evitare le phone call.

Con questo comitato di coordinamento migliorerebbe anche la qualità delle ricerche?
Senza bandi e senza alcun concorso il rischio è sempre lo stesso: distribuire molti fondi a ricerche di pessima qualità. Quello delle phone call non è solo un problema etico. Molto spesso le ricerche finanziate per telefono sono di bassa qualità e non portano a nulla. Questo si dovrebbe evitare, specialmente in una situazione in cui i fondi sono scarsi.
Il problema non è, infatti, solo sul singolo progetto ma anche a lungo termine: attraverso le phone call si creano dei rapporti privilegiati che persistono, dei rapporti stabilizzati che vanno a influenzare decenni e decenni della ricerca italiana.

Come può un unico comitato di esperti gestire e distribuire i finanziamenti di un sistema complesso, per esempio valutando contemporaneamente progetti per la ricerca di base e altri per la ricerca applicata?
E’ chiaro che le persone che stanno in un comitato per la ricerca chiameranno dei valutatori esperti su diversi settori. Questo soprattutto se si considera che la valutazione avverrebbe in due fasi differenti: una ex-ante, in cui il progetto è valutato prima dell’assegnazione dei finanziamenti, e una seconda ex-post, in cui la ricerca viene valutata nei suoi risultati.
Questa seconda valutazione è fondamentale soprattutto se parliamo di un progetto di ricerca applicata. In Italia spesso i finanziamenti assegnati alla ricerca applicata sono solo canali attraverso cui far arrivare finanziamenti a industrie e grandi imprese che hanno dei buoni agganci politici. Bisogna quindi vedere se i fondi distribuiti sono stati utilizzati bene.

Lei è stato presidente per l’area di fisica nella prima stagione delle valutazioni dell’ANVUR, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerche. Ritiene il lavoro svolto fin qui dall’ANVUR utile anche per il futuro comitato di coordinamento?
L’ANVUR ha proceduto in maniera molto ragionevole, seppur quando si iniziano a fare cose nuove un po’ di errori sono inevitabili.
Il primo è che in certe aree della ricerca gli esperti di valutazione e i ricercatori non sono affini alla stessa corrente di pensiero. Per esempio l’accademia degli economisti è divisa in due fazioni: gli economisti della scuola neoliberista, chiamati mainstream, e quelli di stampo keneysiano, che si definiscono fuori mainstream. All’ANVUR sono arrivati economisti in stragrande maggioranza mainstream. Questo è un caso emblematico che segnala come sia problematico organizzare una valutazione neutrale e oggettiva.
L’altra cosa di cui ci si è lamentati è il criterio utilizzato dall’ANVUR nella valutazione delle università: sotto la guida del ministero, è stato scelto di cercare le sacche di inefficienza nella ricerca universitaria. Si è scelto di dare maggior peso ai casi negativi, rispetto alle eccellenze: se un dipartimento aveva dieci premi Nobel e dieci risorse inefficienti questo dipartimento è stato valutato meno di un altro con 20 soggetti intermedi.
Questa è stata una scelta, criticabile ma che può essere cambiata. L’errore semmai è stato la mancanza di un dibattito nazionale su quali fossero i criteri da adottare. Appena finirà questa quarta stagione di valutazioni, credo sia necessario fare una discussione nazionale su come migliorare questo processo di valutazione.

E’ stato calcolato che durante il Settimo programma quadro, la differenza tra ciò che l’Italia ha dato all’Europa e ciò che ha ottenuto indietro in termini di finanziamenti per la ricerca c’è una perdita di circa 2 miliardi di euro. Con Horizon 2020 questa differenza potrebbe salire a 5 miliardi di euro.
Il problema è che le richieste per i finanziamenti sono fatti dai ricercatori: se uno guarda quanti fondi arrivano rispetto al PIL italiano o rispetto al contributo economico italiano all’Europa, questo dato è molto basso. Se invece dividiamo i fondi che arrivano in base al numero dei ricercatori, l’Italia balza tra le prime posizione.
Il punto fondamentale è questo: in Italia ci sono pochi ricercatori in proporzione alla popolazione. Molti meno rispetto alla Francia o alla Germania. Parte di questo deficit di risorse non sta nel fatto che i ricercatori italiani non sono internazionalizzati o non sono produttivi, ma nel semplice fatto che sono pochi: meno ricercatori, quindi minor possibilità di prendere i fondi dall’estero.

E’ pensabile un sistema europeo che attui non solo una ripartizione delle risorse ma anche un programmazione delle ricerche nazionali?
L’Europa non vuole gestire questa cosa: le risorse europee sono tutte secondo il principio della subsidiarity, ossia sono supplementari a quelle nazionali. Lo sviluppo della ricerca è ancora affidato completamente ai Paesi singoli. Quello che può fare l’Europa è solo un’azione di stimolo. Con il trattato di Lisbona (2000) e il Consiglio europeo di Barcellona (2002) l’Europa aveva lanciato la missione di portare i paesi della comunità a investire il 3% del PIL in ricerca e sviluppo. Ma se i paesi non fanno nulla per raggiungere questo livello, l’Europa non interviene.
L’Europa dovrebbe fare da stimolo a investire nella ricerca, per esempio, non conteggiando a livello di bilancio e di deficit ciò che uno stato investe in ricerca e sviluppo.

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