Preservare la diversità degli habitat per la salute degli ecosistemi

La perdita di biodiversità ha conseguenze negative sulla salute degli ecosistemi, ma non è l'unico fattore da tenere in considerazione. Una ricerca svedese, pubblicata su Science Advances, sottolinea come anche la perdita di varietà di habitat può influenzare il funzionamento degli ecosistemi, anche quando il numero di specie rimane costante.
Valentina Daelli, 11 Febbraio 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Nelle isole coralline tra l’Australia e la Nuova Guinea viveva una sola specie di mammifero, il piccolo roditore Melomys rubicola. Lo scorso giugno il Dipartimento per la Protezione dell’Ambiente australiano ha annunciato l’estinzione della specie: l’innalzamento del livello del mare causato dal cambiamento climatico ha portato a una serie di inondazioni delle isole, limitando e distruggendo il territorio. Perso il suo unico habitat, il roditore è così scomparso, diventando probabilmente il primo mammifero estinto a causa del cambiamento climatico indotto dalle attività umane.
Melomys rubicola non è l’unica specie a essere scomparsa nel 2016 e, secondo diverse stime, il numero di estinzioni è destinato a salire nei prossimi anni. Nella storia della vita sulla Terra le estinzioni non sono certo una novità, ma ad allarmare gli scienziati è la rapidità con cui il loro numero sta crescendo e l’impatto delle attività umane nel fenomeno: l’attuale tasso di estinzione sembra essere fino a 1000 volte superiore a quello che esisterebbe se non entrassero in gioco gli esseri umani. Le cause sono molte, ma diverse ricerche sottolineano la responsabilità della frammentazione e dell’impoverimento degli habitat, un fattore che incide in modo notevole sulla perdita di biodiversità, intesa sia come calo nel numero di specie sia come riduzione degli individui. E quando diminuisce la varietà di specie in un ambiente, l’ecosistema diventa più fragile e meno produttivo.
Eppure gli effetti sulla biodiversità non sono gli unici motivi per cui dovremmo porre attenzione alla distruzione degli habitat: quando viene meno la loro variabilità, gli ecosistemi ne risentono anche se il numero di specie non si riduce.
È quanto emerge da una ricerca pubblicata su Science Advances, i cui risultati potrebbero essere utili per ripensare la gestione degli ambienti naturali. Le attività umane tendono infatti a ridurre la diversità degli habitat, e in un ecosistema più omogeneo la produttività potrebbe risentirne.
Un gruppo di ricercatori, guidati da Lars Gamfeldt dell’Università di Gothenburg, in Svezia, ha ricostruito in un esperimento una serie di ecosistemi formati da quattro diversi habitat naturali, comuni nelle zone marine costiere: strati di cianobatteri, praterie di piante acquatiche, fango di sedimento e spiaggia sabbiosa.
Gli scienziati hanno raccolto i diversi campioni sulla costa occidentale svedese e li hanno utilizzati per ricreare ecosistemi acquatici di variabilità crescente, caratterizzati da uno a quattro habitat diversi.
Per valutare la salute e la produttività di un ecosistema, molte ricerche hanno analizzato una sola funzione dell’ambiente, per esempio la crescita delle piante.
Lo studio di Gamfeldt e colleghi ha invece utilizzato un approccio diverso, già sperimentato in precedenza in una ricerca sugli effetti della biodiversità: gli scienziati hanno preso in considerazione una serie di processi interconnessi svolti dagli ecosistemi, legati alla produzione di composti organici e al ciclo dell’azoto. In altre parole, hanno valutato la capacità degli ambienti di essere multitasking.
L’idea, spiegano gli autori dello studio, era di capire se gli ambientipiù eterogenei fossero in grado di svolgere meglio le varie funzioni. I risultati hanno confermato che gli ecosistemi più complessi, formati da habitat diversi, hanno un livello di funzionalità maggiore. Quando i vari habitat possono interagire tra loro in un ambiente, la produttività cresce, ed è maggiore di quella che ci aspetterebbe sommando gli habitat presi singolarmente. E l’effetto, sottolineano i ricercatori, avviene anche in modo indipendente dalla variazione di biodiversità.
In che modo può avvenire questa interazione? Le piante acquatiche, per esempio, aumentano la disponibilità di ossigeno, che può favorire il ciclo dell’azoto in habitat meno ricchi di ossigeno, come il fango.
La fissazione dell’azoto in un habitat può favorire la crescita di organismi in un habitat vicino, povero di questo elemento. «Lo studio mostra che mantenere un ambiente ricco di habitat è importante quanto preservare la biodiversità», commenta in un comunicato Christian Alsterberg, che ha firmato lo studio a primo nome. Un dato che dovrebbe essere preso in considerazione per la gestione delle aree naturali. «Tradizionalmente gli habitat non solo il focus delle iniziative di monitoraggio della biodiversità», continua il ricercatore. «Eppure è potenzialmente più facile e più economico studiare gli habitat rispetto alle specie, e per questo dovrebbero essere inclusi nelle attuali campagne di monitoraggio ambientale».
Un’indicazione che ribadisce l’importanza della valutazione degli habitat, a poche settimane dalla pubblicazione della prima Lista Rossa Europea degli habitat, finanziata dalla Commissione Europea.

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