Quale futuro per il dottorato in Italia?

Cosa emerge dai dati sul dottorato? Perché la borsa è ferma al di sotto del minimale contributivo INPS? Come si può migliorare l’offerta formativa e qual è la prospettiva europea per le associazioni di dottorandi? Ne abbiamo parlato, a margine della presentazione dell’VIII indagine su Dottorato e Post-doc, con Matteo Piolatto, Segretario Nazionale ADI.
Stefano Porciello, 13 Maggio 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

Abbiamo incontrato Matteo Piolatto, segretario Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, a margine della presentazione dell’VIII indagine ADI su dottorato e post-doc. Classe 1988, dottore di ricerca in Sociologia Economica e Studi del Lavoro, Piolatto sta concludendo il suo mandato triennale al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) come rappresentante dei dottorandi.Parliamo dell’aumento delle borse di studio, ferme a pochi passi dal minimale contributivo INPS che permetterebbe ai dottorandi di avere il pieno riconoscimento dell’annualità contributiva a fini pensionistici. Ma parliamo anche di internazionalizzazione del dottorato, di come migliorare l’offerta formativa, della prospettiva europea di un’associazione come l’ADI.

Avete presentato l’VIII indagine su dottorato e post-doc: qual è il dato più importante per l’ADI?
Ce ne sono due, in realtà: sul dottorato, la necessità che i colleghi segnalano di una formazione dottorale di una maggior qualità, anche se sono soddisfatti del percorso di studi. L’altro è la necessità per i ricercatori precari di uscire dalla loro condizione di precarietà perché come abbiamo mostrato solo il 9,5% di chi ha avuto uno o più anni di assegno riuscirà a stare stabilmente all’università. È un numero molto piccolo e inoltre è un numero che non garantisce la sopravvivenza del sistema universitario italiano.

Lei sta finendo il suo mandato come rappresentante al CNSU: c’è qualcosa che potevate fare meglio per intervenire su questi argomenti?
Penso di no, penso che il rimpianto che possiamo avere è che avremmo dovuto essere più ascoltati dal ministero. In realtà il ministero, soprattutto il lato politico – i ministri: quelli che si sono succeduti hanno mostrato molto poco l’intenzione di prendere in conto le segnalazioni e degli studenti e dei dottorandi e degli specializzandi che arrivavano dal CNSU. Anche perché dall’inizio del mandato abbiamo presentato mozioni, questioni riguardanti l’aumento della borsa – che è stato poi recepito nel documento del MEF [Ministero Economia e Finanza, ndr] dell’anno scorso. Sul 10% [il riferimento è al 10% aggiuntivo dell’importo della borsa per le attività di ricerca, ndr], le grosse questioni di rispetto dei fondi, ci siamo sempre battuti: la macchina pubblica in realtà è molto lenta e non siamo riusciti ad avere delle risposte nazionali convincenti. Sui ricercatori, il tema è che qui servono dei fondi [almeno un miliardo, secondo l’ADI] che devono essere trovati di concerto tra il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca e il MEF; il CNSU ha poco spazio in questo senso. La responsabilità politica di quest’azione è tutta dei ministeri competenti e delle forze politiche che li gestiscono e che li hanno gestiti.

Avete fatto battaglie per riuscire ad aumentare la borsa di dottorato e vi mancano ancora 400€. Perché non vi hanno dato quei 400€ in più all’anno per raggiungere il minimale contributivo INPS?
Diciamo che le disponibilità di cassa della scorsa legislatura derivavano dalle cattedre Natta, che sono state ripartite in parte sulle borse di dottorato, in parte su altri strumenti meritori, anche solo il piano straordinario di RTD-B[ricercatore a tempo determinato tipo B, ndr], necessario per far entrare un numero di ricercatori precari, ma di tipo B – che quindi poi verranno stabilizzati – quasi vicino al numero di pensionamenti dell’anno. È stato molto utile, e personalmente credo che sia necessario provare a mettere in sicurezza anche questo aspetto. Però è vero che c’è stata disattenzione: io non credo sia stata una malizia, ma più la disattenzione nel portare a compimento un disegno. Non c’erano le risorse e quindi è andata così.

E nel contesto economico in cui siamo in questo momento, pensate che nei prossimi anni le borse aumenteranno? O rimarremo bloccati in questa situazione ancora per molto tempo?
Devo essere sincero: se c’è volontà di trovare queste risorse – parliamo di pochi milioni, meno di dieci – penso che si possano trovare anche subito. Credo che investire in conoscenza sia una scelta politica. Penso che nonostante la condizione economica del Paese, da valutare via via che escono gli indicatori perché sembra di essere ancora in mezzo al guado, il punto sia la volontà politica di trovare risorse che in qualche modo ci sono.

I dottorandi che avete intervistato hanno chiesto più qualità, più risorse, ma soprattutto più internazionalizzazione e più formazione dottorale. Avete detto che c’è effettivamente un problema nella qualità dell’offerta formativa: come pensate di intervenire? C’è un modello a cui vi rifarete?
No, non credo ci sia un modello preciso, credo ci sia da mettersi attorno a un tavolo, con tutti gli attori per ragionare con pochi preconcetti e capire qual è la direzione che vogliamo dare al dottorato. Alla fine, ci sono pratiche buone in diversi Paesi: anche noi abbiamo qualche pratica positiva, però bisogna metterla a sistema.

Ma quali sono i corsi che un dottorando dovrebbe fare che in questo momento non sono offerti dall’università italiana?
Sono offerti, ma in maniera sporadica, a macchia di leopardo: corsi che riguardano soprattutto la lingua, l’utilizzo della lingua nella scrittura scientifica, corsi che permettano di imparare a strutturare la partecipazione a bandi europei e internazionali – un elemento che è diventato fondamentale. Si vede che i gruppi di ricerca che resistono, molto spesso resistono grazie a fondi internazionali. Quindi corsi che vadano verso una formazione, appunto, delle capacità per riuscire a competere su fondi, sulla scrittura, sulla gestione dei progetti di ricerca.

Tra le cose che abbiamo notato c’è che i dottorandi italiani vanno molto poco in Erasmus e che dall’altro lato le battaglie dei dottorandi in Europa sono molto simili tra Paesi diversi, sebbene in contesti molto, molto diversi da un Paese all’altro. Perché non c’è un movimento europeo dei dottorandi in questo senso? Qual è la prospettiva a livello europeo per un’associazione come l’ADI?
In realtà la prospettiva esiste già, si chiama EURODOC, è un’associazione di cui facciamo parte da tanto tempo, dalla nostra fondazione, ed è un’associazione di associazioni di dottorandi a livello europeo che si occupa di lavorare esattamente nella direzione che prendiamo noi. Secondo me, ecco, la prospettiva è questa. Io credo che poi nazionalmente, con le loro specificità, ci siano i colleghi che in Spagna, Inghilterra, Francia, Germania, eccetera si attivano, lavorano per migliorare le loro condizioni. Diciamo: questo è il lato di sindacalismo più legato alla nostra condizione. È vero che forse non c’è una tendenza ad omogenizzare tutti i sistemi. Questa è una cosa molto complessa, lunga, che richiede anche l’intervento dell’associazione delle università a livello europeo, però la tendenza che c’è – ed è comune – è quella di far sì che il dottorato venga riconosciuto come un lavoro, [e il dottorando] come un lavoratore in formazione. Quindi: hai uno stipendio, stai studiando, ma fai anche un lavoro che viene riconosciuto e che vale quando fai i concorsi pubblici e quando poi lavori nel privato. Questo è un elemento anche culturale che nel nostro Paese manca, e ciò su cui lavoriamo in termini europei è esattamente questo.

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