Quali consigli per un dottorato in Germania?

Cosa consigliano i dottorandi ed ex dottorandi ai futuri candidati per un Ph.D. in Germania? Cosa c’è di diverso tra l’accademia tedesca e quella italiana? Che cosa, invece, è davvero uguale? Con il contributo dei quattro dottorandi ed ex dottorandi che ci hanno accompagnato in questo viaggio, ecco l'ultimo capitolo della nostra guida pratica sul dottorato in Germania.
Stefano Porciello, 22 Novembre 2018
Micron
Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

La Germania è, secondo gli ultimi dati ISTAT disponibili, la seconda meta della nostra emigrazione dopo il Regno Unito. Solo nel 2016, tra gli emigrati italiani che l’hanno scelta come nuova casa, più di uno su quattro era in possesso di una laurea. Anche se non è detto che tutti i dottorandi italiani in Germania si iscrivano all’anagrafe dei residenti all’estero o vogliano passare lì tutta la vita, l’attrazione che questo Paese esercita sui giovani laurearti italiani è certamente rilevante. Che decidiate di trasferirvi solo per continuare i vostri studi o seguendo un piano di lungo periodo, cosa potete aspettarvi da un dottorato in Germania? Quali sono i consigli di chi ha già fatto questo percorso? Lo abbiamo chiesto ai quattro dottorandi ed ex dottorandi che ci hanno aiutato a scrivere questa guida.
«Io sicuramente suggerisco a tutti gli studenti neolaureati che vogliono fare il dottorato di provare l’esperienza internazionale» dice Michele Cappetta, che si è addottorato al Max Plank Institute per la Fisica Extraterrestre di Monaco. «Però suggerisco anche di pensare un po’ più a lungo termine e valutare poi di programmare un rientro in Italia, che è quello che sto pensando di fare anch’io. In Italia non è vero che va tutto male: i problemi ci sono dappertutto, quindi occhi aperti e guardate dove state andando».

I CONSIGLI DEI NOSTRI INTERVISTATI
«Innanzitutto non devi farti scoraggiare all’inizio, quando cerchi di prendere contatto e magari su cento email che mandi e cento contatti che cerchi solo un decimo ti risponde, o anche meno» dice Irene Riva, che ha trovato il suo dottorato in farmacologia molecolare a Berlino dopo aver spedito moltissime email. «Perché ne basta una», dice: un solo messaggio spedito nel posto giusto, al momento giusto, e il gioco è fatto. «Di solito, se vuoi fare il Ph.D. da qualche parte, ti conviene provare a fare la tesi magistrale lì, prima» consiglia invece Biagio Brattoli, che è un dottorando in Computer Vision and Machine Learning a Heidelberg. «Perché forse è più facile ricevere una posizione come tesista piuttosto che come Ph.D. E poi, una volta che hai scritto la tesi, vedi se riescono ad assumerti», dice. Preparare la tesi in Germania è ormai molto più facile di un tempo: potete sfruttare tutto il potenziale del programma Erasmus+ o anche decidere di fare uno o due anni di studi della vostra laurea magistrale direttamente lì (ci sono borse DAAD dedicate proprio a questo).
Stabilire una rete di contatti e far conoscere il proprio lavoro, del resto, non significa farsi notare ad ogni costo. È piuttosto un aspetto molto importante della carriera accademica che si impara un po’ alla volta e che vi accompagnerà negli anni anche dopo la fine del vostro dottorato. «Per quanto riguarda i posti che vengono banditi dalle università – racconta Manuel Ghilarducci su ciò che vi aspetta dopo il Ph.D. – se ti conoscono già, hai qualche carta in più». Manuel è un postdoc in germanistica e slavistica alla Humboldt, e parla della sua esperienza in un campo di ricerca che è comunque abbastanza ristretto: «Se un professore già conosce i tuoi articoli o le tue ricerche perché magari ha assistito ai tuoi interventi in una conferenza o a un seminario, può già avere un’idea di quanto tu valga come ricercatore», dice.

RESISTERE ALLE DIFFICOLTÀ
In un recente articolo su Nature, Irini Topalidou ha scritto che «le capacità chiave necessarie per produrre una tesi di dottorato di valore sono la prontezza ad accettare il fallimento; la resilienza; la persistenza; la capacità di risolvere i problemi; la dedizione; l’indipendenza; e la volontà di impegnarsi in un lavoro molto duro – insieme alla curiosità e alla passione per la ricerca». Il suo articolo è intitolato Spiegate agli studenti che fare un dottorato di ricerca richiederà loro di accettare il fallimento, e le sue parole non sono affatto scontate. Che decidiate di fare il dottorato in Germania o in qualsiasi altra parte del mondo, si tratta di una condizione con cui molto probabilmente dovrete fare i conti. E dalla quale dipenderà il successo o l’insuccesso del vostro lavoro. «Un professore mi ha detto: “Il 90% di quello che fai sarà buttato nel cestino, non funzionerà. Il 10% forse funziona e potrai fare una pubblicazione”» racconta Biagio Brattoli. «Devi abituarti a questo stile, a questa mentalità. Devi aspettarti che quello che fai non funziona anche se ci hai passato un anno», racconta. Preparatevi, quindi, perché non potrete permettervi di lasciarvi travolgere dalle difficoltà. Né durante il dottorato, né prima, quando le vostre candidature non avranno successo, e nemmeno quando appena arrivati «la burocrazia vi prenderà come uno schiaffo in faccia», dice scherzando Irene Riva.

SCEGLIETE IL VOSTRO PROFESSORE
Uno degli argomenti più dibattuti su questa rubrica è stato quello della scelta del supervisor. Biagio Brattoli racconta di aver preso al volo il posto su consiglio del suo relatore svedese, mentre svolgeva la doppia laurea a Stoccolma. Ma, sostiene, non si fa così: «Sicuramente bisogna cercare un buon supervisore», dice. «È la cosa più importante. Io quando sono venuto non avevo nessuna idea di chi fosse chi, e quindi ho semplicemente visto un professore giovane che aveva grinta, pubblicava un sacco, e ho deciso di partire. Però devi pensare che un professore giovane deve ancora fare carriera, e quindi potrebbe farti lavorare un sacco. Questo vuol dire – pensando al lato positivo – che potreste finire con l’essere molto a contatto, che il supervisor potrebbe farti vedere ogni passaggio del suo lavoro e quindi, magari, che ti insegnerà tantissime cose». Nel peggiore dei casi, invece, potreste finire col ritrovarvi a lavorare con un professore troppo invadente e stressante, oppure disattento e perennemente assente.
«Quando andate a fare le interview per vedere se qualcuno vi dà un lavoro, non pensate che vi stiate giocando la vostra unica opportunità» dice al riguardo Michele Cappetta. «Parlate con quelli che potrebbero essere i vostri futuri colleghi: chiedete quali potrebbero essere i ritmi di lavoro, chiedete come sono i rapporti tra le persone». E agite di conseguenza. Come ci ha raccontato il professor David Bogle durante il nostro viaggio in Inghilterra, un dottorato è lungo e avere un buon rapporto con il proprio supervisor e un ambiente di lavoro positivo sarà determinante per la qualità del vostro Ph.D.

COSA C’È DI DIVERSO IN UN DOTTORATO TEDESCO?
«Io dividerei la domanda in quello che è diverso e in quello che invece è veramente simile» dice Michele Cappetta. Tra le cose che lui ha trovato identiche, racconta, «esistono i baroni esattamente come in Italia». Ma «quello che è diverso è il fatto che gli argomenti che ti danno per il Ph.D. qua sono argomenti di “cutting edge technology”. Cioè molto probabilmente vai a lavorare su qualcosa che è un next topic adesso», dice, parlando della sua esperienza di ricerca al Max Planck. «Qua se uno veramente è bravo, se uno veramente ha una buona idea, ha le carte da giocarsi per fare la differenza».
«Per me, questo dottorato è un’esperienza sicuramente positiva» racconta Biagio Brattoli «Ho imparato a affrontare i problemi per i quali non esiste una soluzione. Ti danno questo problema e ti dicono: “Nel mondo nessuno è riuscito a risolverlo. Fai quello che puoi”. Allora tu cerchi, studi, impari cose nuove e diciamo che almeno per il primo anno sei abbastanza inutile», dice ridendo. E anche se, soprattutto all’inizio, il contributo di un giovane dottorando sia decisamente limitato, i ragazzi che abbiamo intervistato ci raccontano diversi esempi, se non di vera e propria orizzontalità nelle relazioni di lavoro, perlomeno di attenzione nei confronti del loro contributo e delle loro idee. «Mi sembra che qua siamo tutti più o meno allo stesso livello», dice Biagio, «Tra un ragazzo di 22 anni, uno di 28, e un professore di 40, si discute molto alla pari: finché le idee son buone si va avanti. Ti lasciano parlare, si fa brainstorming. L’impressione che avevo in Italia – forse un po’ estrema – era che il tizio anziano parla mentre tu stai zitto e ascolti».
Irene Riva racconta che il suo capo le «ha dato l’opportunità di viaggiare, di fare corsi a Parigi. Sono andata a visitare un laboratorio a Brighton per una settimana, sono stata a conferenze negli Stati Uniti…questo è molto importante», dice, soprattutto per fare networking e creare quella rete di conoscenze che le servirà come supporto per tutta la sua carriera futura. «Il mio capo è inglese e metà del gruppo è tedesco, però c’è gente dal Messico, dalla Cina, dall’Iran» racconta, sottolineando quanto il luogo di lavoro sia aperto verso l’estero.
«Le università tedesche sono molto, molto internazionalizzate. Questo significa che hanno persone non tedesche che ci lavorano dentro, che ci fanno la tesi, ricerca o quello che vuoi, e hanno un sacco di contatti con le università straniere» conferma Manuel Ghilarducci. «Probabilmente sarò pessimista, ma penso che il contesto generale (e politico) italiano non sia un contesto dove ci si possa sviluppare nella maniera in cui ci si può sviluppare qua. Non è tutto rosa e fiori, ci sono un sacco di problemi, però secondo me una persona che fa il dottorato in una università tedesca internazionalizzata ha un sacco di marce in più», dice. «Se tu hai un’idea, nonostante le critiche, vieni valutato come un giovane con un progetto che vuole portare a termine. […] Io l’Italia la lascerei al 100%», conclude.

Gli altri articoli della guida al dottorato in Germania
Guida pratica al dottorato in Germania: come ottenerlo
Il dottorato in Germania tra finanziamenti, stipendi e affitti da pagare

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X