Quando il nemico è l’acqua

L’acqua come risorsa, ma anche come catastrofe. Da Shanghai a Tokio, da New York a Bangkok, sono sempre più le città che devono proteggersi dalle sue minacce. E se le zone costiere sono soggette a violenti uragani e a inondazioni, quelle situate all’interno non sfuggono certo ai problemi.
Irene Sartoretti, 13 Giugno 2020
Micron
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Architetta e sociologa

L’acqua come risorsa, ma anche come catastrofe. Da Shanghai a Tokio, da New York a Bangkok, sono sempre più le città che devono proteggersi dalle sue minacce. E se le zone costiere sono soggette a violenti uragani e a inondazioni, quelle situate all’interno non sfuggono certo ai problemi.
Il cambiamento nella geografia delle precipitazioni sta già provocando nuove zone aride. Lo sfruttamento intensivo delle nappe freatiche dà origine al fenomeno della subsidenza, ovvero dello smottamento dei terreni. L’urbanizzazione caotica indebolisce il potere di trattenimento del suolo, provocando, nel caso di città come Bangkok, una risalita dell’acqua, che si infiltra nel tessuto urbano allagandone le strade senza causa apparente. Le repentine modificazioni climatiche modificano il percorso e la frequenza degli uragani, che si abbatteranno probabilmente sempre più di frequente in zone dove prima erano sconosciuti. Nelle regioni intensamente urbanizzate, le acque pluviali scivolano via dal suolo costruito non arrivando ad alimentare le nappe freatiche e dando origine a fenomeni di siccità. Le dighe, sempre più grandi e potenti, come quelle che salvaguardano la città di Shanghai, costituiscono una minaccia supplementare nel caso di malfunzionamenti, attacchi oppure cataclismi. L’innalzamento dell’acqua minaccerà sempre più le città costiere, rendendo probabilmente realtà i peggiori scenari hollywoodiani.

Nel 2012, l’uragano Sandy mette in ginocchio New York, come nel peggiore dei film distopici, lasciando la città invasa dalle acque e senza elettricità. L’uragano Sandy ha mostrato al mondo tutta la vulnerabilità delle megalopoli di fronte all’acqua. A seguito di questa catastrofe e in previsione di un futuro che si annuncia difficile per la città affacciata sul delta dell’Hudson, sono stati proposti due ambiziosi progetti. I due progetti hanno come obiettivo quello di proteggere la città dalle inondazioni dovute agli uragani e dall’innalzamento delle acque. Come ricorda il sociologo urbano Richard Sennet nel suo ultimo libro, i due progetti rispondono a due modi di affrontare il cambiamento climatico e la questione dell’acqua diametralmente opposti. Il primo progetto incarna un approccio che il sociologo chiama “per attenuazione”. Mentre il secondo incarna un modo di fare che, per Richard Sennet, è “per adattamento”. Non c’è bisogno di dire che il primo metodo è miope e di contrasto, mentre il secondo accompagna il cambiamento, lasciando che quanto è stato progettato sia in grado di mutare insieme al variare delle condizioni ambientali estrinseche.

Entrambi i progetti sono stati concepiti da due studi specializzati nel far fronte ai rischi climatici. Il primo progetto è quello proposto dall’architetto danese Bjarke Ingels. Ingels non è nuovo al tema dell’acqua. Fra i suoi tanti, futuristici progetti, l’architetto vanta l’ideazione di una città galleggiante, chiamata Oceanix City, destinata ad accogliere i rifugiati climatici. La città è pensata per essere completamente autonoma da un punto di vista energetico e dell’approvvigionamento di risorse idriche e alimentari. Inoltre, è progettata per resistere alle tempeste più violente. Un suo prototipo, finanziato da ONU-Habitat, dovrebbe sorgere fra qualche anno nei pressi della sede delle Nazioni Unite.

Per proteggere New York dall’innalzamento delle acque, Bjarke Ingels propone la Dry Line, che letteralmente significa linea asciutta. Come la più celebre High Line, la Dry Line è una sorta di passeggiata soprelevata. Questa si trova al culmine di una barricata che, stando al progetto, dovrebbe cingere tutta la parte sud della penisola di Manhattan. La Dry Line è concepita come un immenso spazio ricreativo, affacciato sull’acqua, da un lato e, dall’altro, sui grattacieli di New York, a un’altezza di 4 metri e mezzo sopra il livello del mare. Il problema del progetto è giustamente rappresentato dall’altezza della barricata, perché non è sicuro che 4 metri e mezzo bastino a contenere l’innalzamento delle acque. Ma il problema più grande deriva sicuramente dal fatto che il progetto si pone come un palliativo di fronte ai grandi sconvolgimenti che attendono New York nel prossimo futuro, perché si limita ad agire in contrasto con i cambiamenti attesi. Si tratta di un progetto, in definitiva, poco creativo, che ripropone soluzioni antiche invece di inventare qualcosa di radicalmente nuovo, che non si situi su una traiettoria sub-ottimale, come direbbero gli economisti.

Diverso è il caso del progetto Living Breakwaters, proposto dallo studio newyorkese di pianificazione urbana e paesaggistica Scape. Lo studio è specializzato nella creazione di paesaggi autorigeneranti, capaci di integrare nella dimensione progettuale i cicli naturali, senza opporsi ad essi. I paesaggi che risultano dai progetti di Scape sono tutti adattivi, come è il caso di Living Breakwaters, che tradotto significa frangiflutti viventi. Il progetto è pensato per il quartiere di Tottenville, a Staten Island, una zona che si trova a sud di Manhattan e a sud-ovest di Brooklin. All’interno di Staten Island, Tottenville è stata una delle aree più colpite dall’uragano Sandy, a causa di un innalzamento inaspettato del livello del mare e di onde molto violente che hanno completamente invaso l’area. L’uragano Sandy è stato particolarmente violento nell’area perché questa è vittima, da diversi anni, dell’erosione dei banchi di ostriche, che la rendono sempre più esposta al fenomeno delle onde anomale e dell’innalzamento dell’acqua, con cui deve cominciare a fare i conti già da adesso.

Il progetto per Tottenville è stato avanzato da Scape in collaborazione con oceanografi, università ed esperti nei vari settori ambientali. Il progetto prevede la creazione di una serie di sponde che degradano verso l’acqua per strati successivi, in un’area marina protetta, al largo, dai frangiflutti. Queste sponde, che hanno l’aspetto di dune che scendono dolcemente fino al mare, sono fatte per essere naturalmente erose e ricostituite, seguendo il flusso ciclico delle maree. A differenza della Dry Line, il progetto Living Breakwaters non è visibile a occhio nudo e non è neanche costruito in opposizione all’ambiente naturale. Si tratta, al contrario, di un progetto che è capace di adattarsi all’ambiente circostante, modificandosi insieme ad esso. Più che su mastodontiche infrastrutture, la riflessione degli urbanisti di Scape è andata sugli ecosistemi e sulla flessibilità. I frangiflutti non solo attenuano le tempeste. Sono anche l’occasione per far rifiorire, al largo di Tottenville, i banchi di ostriche ora andati perduti. Le zone umide generate fra il quartiere costruito e l’acqua sono invece l’occasione per ricreare un ecosistema distrutto.

La ricostituzione dell’ecosistema passa, fra le altre cose, anche attraverso la coltivazione di specie vegetali non autoctone che possano proliferare nelle acque contaminate dal fenolo della zona. Grazie a queste specie vegetali, il progetto si pone l’obiettivo di diventare rifugio per i pesci e ricreare, in sostanza, un sistema in grado di autorigenerarsi. Il progetto sfida l’idea corrente che la natura debba essere lasciata al suo corso. Essendo il nuovo ambiente naturale completamente diverso da quello che era in origine, il progetto Living Breakwaters si sforza di dar vita a una natura nuova, i cui elementi sono atti ad auto-riparare i danni subiti dalla zona. Il progetto ha un ultimo, grande vantaggio, quello di essere a lungo termine.

Di fronte a un futuro più che mai incerto, fatto di rischi prevedibili e non, il progetto di Scape si confronta con l’ambiente in cui è inserito in modo molto complesso. In particolare, Living Breakwaters mostra come un oggetto urbano possa essere pensato, non tanto come oggetto, ma come sistema di relazioni all’interno di un ecosistema più ampio, tenendo in conto le interazioni, le retroazioni, le determinazioni, ma anche gli eventi aleatori.

A questo proposito, l’urbanista Anne Durand, parla della mutabilità come del nuovo paradigma progettuale. L’urbanista definisce la mutabilità in opposizione alla flessibilità, all’evolutività, all’adattabilità e alla resilienza. La flessibilità indica per l’autrice la capacità di adattarsi a un fenomeno che si è già prodotto. L’evolutività designa delle trasformazioni graduali e incessanti, in particolare una serie di stadi successivi che non hanno tutti la stessa orientazione.

La resilienza indica la capacità di un sistema di tornare nella sua condizione iniziale a seguito di un evento catastrofico. L’adattabilità designa il fatto di sapersi adattarsi sia strutturalmente che funzionalmente all’ambiente. La nozione di mutabilità condivide con quella di adattabilità il fatto di sapersi adattare ma, al contrario di quest’ultima, mette l’accento su un ruolo che è attivo. Per Anne Durand la mutabilità non è il semplice adattarsi passivo, ma una maniera di sposare e di anticipare attivamente i cambiamenti in atto, facendo germogliare nuove possibilità intrinseche al sistema, anche impreviste.

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