Quegli alieni fra noi

Al tema sempre più attuale delle specie aliene dedichiamo da oggi un appuntamento settimanale. Iniziamo con il caso di una pianta e di un acaro che stanno creando problemi agli agro-sistemi e agli alveari: ‘Ailanthus altissima’ e ‘Varroa Destructor’.
14 Febbraio 2020
Micron

di Tiziano Gardi, Università degli Studi di Perugia e Marco Petracchini, apicoltore iscritto all’Albo Nazionale Allevatori Api Italiane (CRA-AA – Bologna

AILANTHUS ALTISSIMA (MILL.): L’ALBERO DEL PARADISO CHE STA CREANDO L’INFERNO DEGLI AGRO-SISTEMI

Ailanthus altissima, è un genere di piante della famiglia Simaroubaceae, che comprende sette specie di alberi originari delle zone tropicali dell’Asia e dell’Australia, che possono raggiungere altezze poco superiori ai 25 m. Il nome comune è ailanto o albero del paradiso. Introdotta in Italia anche a scopo ornamentale, si è rivelata nel tempo essere una pianta altamente infestante, molto aggressiva, dalla rapidissima proliferazione, le cui radici si estendono in larghezza fino anche a trenta metri dal tronco, dando luogo a colonie di nuove piante figlie sia per polloni radicali che per via gamica (da seme). È noto il cattivo odore emanato dalle sue foglie. Il fusto, di scarsissimo valore commerciale, in quanto trattasi di legno tenero e non durevole, è generalmente eretto e molto ramificato con corteccia grigio-brunastra più chiara sui rami giovani. Le foglie sono composte, pennate, spiralate o opposte, e prive di stipole. I fiori, riuniti in infiorescenze a spiga o a pannocchia, sono generalmente unisessuali. La specie più diffusa in Italia, Ailanthus altissima, è dioica, ossia ogni albero di questa specie ospita fiori solo maschili o solo femminili. Produce frutti secchi indeiscenti alati (samare). Fu introdotta in Italia per un tentativo di allevamento del lepidottero Philosamia cynthia originario dell’estremo Oriente per la produzione della seta; ormai si trova rinselvatichita nei boschi, sulle ripe, sui greti, su terreni aridi, sassosi e instabili, lungo le strade e a ridosso dei muri di edifici e nelle spaccature di marciapiedi in cemento armato. La sua diffusione va dalla pianura fino ai monti, diventando un’infestante molto aggressiva. Sostituisce piano piano la vegetazione autoctona preesistente, formando colonie. Si trova sempre più spesso anche in città, dove è usata, inopinatamente e sconsideratamente, come rapido rimedio contro i raggi solari: la pianta è infatti nota anche per l’estrema rapidità di crescita in altezza. Le sue caratteristiche infestanti, tuttavia, dovrebbero suggerire un attento controllo della sua propagazione, ormai troppo a lungo ignorata. Di fatto, l’ailanto si sta diffondendo in modo sempre più preoccupante a scapito della vegetazione autoctona preesistente; in Umbria lo ritroviamo, infatti, anche sulle pendici sommitali del Monte Subasio, lungo il lato sinistro della strada che dall’Eremo delle Carceri conduce a Collepino-Spello. La specie si va diffondendo così rapidamente che oggi è impresa ardua cercare di eliminarla in quanto il taglio delle piante adulte porta all’emissione di numerosissimi ricacci di origine radicale anche a distanze notevoli dal luogo in cui si trova l’individuo adulto. L’unico sistema per poterlo contenere ed eliminare da un areale, rispettando l’ambiente, consiste nel tagliare i tronchi delle piante esistenti a circa 1,5 metri di altezza e lasciare che si formino ricacci sul tronco; questi dovranno essere eliminati mediante “schiacciatura”, in piena estate, in maniera ripetuta e per più anni consecutivi, così da ottenere il disseccamento completo della ceppaia per indebolimento e marcescenza del legno di consistenza tenera e centralmente suberoso. Chiaramente, tale tipo di intervento è proponibile solo nelle proprietà private e con ancora un basso numero di individui insediatisi, in quanto richiede assiduità e disponibilità di manodopera. In tutti gli altri casi, se pure improponibile a livello ambientale, l’unico rimedio è il ricorso ad erbicidi sistemici di sintesi. Studi americani (Burch e Zedaker, 2003) hanno dimostrato che si riescono ad ottenere ottimi risultati ricorrendo all’uso di due specifici principi attivi di sintesi: Picloram e Triclopir. Tali molecole sono contenute rispettivamente nei prodotti commerciali reperibili in Italia con il nome di: TORDON 22K®, un diserbante sistemico ad assorbimento fogliare e radicale, persistente nel terreno e a largo spettro di azione. Particolarmente impiegato per il diserbo di aree incolte, strade, aree industriali, ecc.; nella bonifica dei pascoli, contro felci, romici, ecc.; nel mantenimento della pulizia e dell’integrità delle reti e comunque delle recinzioni. Il prodotto è altamente fitotossico per pioppo, vite, frutteti, colture arboree ed erbacee in genere. Assolutamente da evitare i trattamenti in giornate ventose e porre attenzione ad eventuali colture limitrofe evitando che vengano colpite. Il secondo prodotto commerciale è il GARLON EV®)  la cui molecola attiva, Triclopir, lo pone in uso come un erbicida arbusticida sistemico, non residuale. La sinergia dei due principi attivi potenzia l’azione su piante di difficile controllo, risultando così più efficace del noto Glifosate (Roundup®), messo al bando in alcuni paesi della UE e non solo (Malta, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Scozia, Slovenia, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Vietnam), per motivi precauzionali in quanto sostanza ritenuta a rischio di procurare il cancro e fortemente inquinante per gli agro-ecosistemi. La molecola del Triclopir viene rapidamente assorbita dalle piante e traslocata sia verso il basso che verso l’alto. Il prodotto è più efficace in fase di attivo accrescimento. Rispetto al Picloram, il Triclopir viene rapidamente degradato dai microrganismi del terreno (2 ore). Non è volatile e può essere quindi usato in prossimità di aree verdi da salvaguardare senza pericolo di danni da deriva. Il suo effetto si manifesta dopo alcuni giorni. Questi diserbanti dati in successione e ripetutamente nell’arco della bella stagione (da maggio a settembre) devono essere applicati alle foglie e agli steli verdi, tra cui germogli e polloni, fino a che questi siano completamente bagnati, ma non fino al punto di deflusso della miscela. Sei settimane dopo il trattamento si hanno i primi duraturi risultati. Purtroppo contro questa specie aliena ed invasiva, troppo a lungo ignorata dalle pubbliche istituzioni e dai privati cittadini, questo risulta come l’unico metodo efficace di controllo, in quanto in grado di uccidere i giovani alberi nati da seme ed in grado di impedire la ricrescita da polloni radicali in quanto una volta traslocato nell’apparato radicale, uccide le radici. In caso di esemplari isolati, la lotta può essere condotta praticando iniezioni con il suddetto principio attivo direttamente alla base del tronco, evitando in tal modo che la molecola possa raggiungere specie vegetali diverse e limitrofe. Unico aspetto positivo attribuibile all’ailanto, è che trattasi di specie nettarifera da cui, in certe annate, si riesce ad ottenere anche un buon miele monoflora. Infatti, contrariamente all’odore sgradevole emanato dalle diverse parti della pianta (foglie e fusto), considerata la diffusione della specie e la sua fioritura che si verifica in giugno, il miele di ailanto tende a nascondere il sapore di molti altri tipi di miele, come quello di acacia e quello di tiglio, mentre aggiunge una nota molto gradevole a moltissimi generi di miele millefiori. Il miele di ailanto si presenta come un prodotto denso dal colore ambrato, che tende a cristallizzare velocemente nel giro di pochi mesi. L’aroma di questo miele viene generalmente associato con quello dei funghi freschi, con una consistente nota di frutta. Il sapore invece viene considerato come intenso e avvolgente e ricorda il moscato, riuscendo ad essere abbinato agevolmente a piatti dolci, macedonie oppure gelati di frutta, ottenendo un alimento goloso e rinfrescante per il periodo estivo. Il miele di ailanto ha anche la capacità di riuscire ad armonizzare e legare sapori molto diversi: va provato anche con i formaggi stagionati; sembra, inoltre, che questo miele presenti anche proprietà antisettiche: secondo la medicina cinese tradizionale, l’ailanto e il suo miele possono avere effetti positivi contro le infezioni e la dissenteria. In realtà, le foglie della pianta e la pianta stessa non hanno proprietà curative, possono essere anzi dannose per l’organismo umano. Tuttavia le capacità antisettiche del miele sono decisamente più plausibili. Sembra essere un lenitivo contro la tosse: secondo alcune leggende “popolari”, il miele di ailanto può essere un buon alleato per combattere problemi delle vie respiratorie. Grazie al suo intenso “sapore di frutta”, poi, il miele di ailanto è un ottimo dolcificante per le tisane e non solo.

VARROA DESTRUCTOR: L’ACARO ALIENO E INVASIVO DEL “SISTEMA ALVEARE”

Tra le diverse patologie che colpiscono l’alveare, la Varroa destructor (Anderson & Trueman), risulta essere oggi la parassitosi più pericolosa perché, se non controllata, può portare al collasso delle colonie nell’arco di una o due stagioni apistiche. Al genere Varroa appartengono quattro specie associate all’Apis cerana (Fabr.): Varroa jacobsoni Oudemans, Varroa underwoodi Delfinado & Aggrawaal, Varroa rindereri de Guzman & Delfinado, Varroa destructor Anderson & Trueman. Quest’ultima solo recentemente nel 2000, grazie ad Anderson & Trueman è stato possibile distinguerla da Varroa jacobsoni; scoperta, invece, nel 1904 da Oudemans, sull’isola di Giava e diffusa esclusivamente in Indonesia su Apis cerana ed altre, ma non si riproduce su A. mellifera ed ha scarsa importanza economica. Quindi, la maggior parte dei lavori pubblicati in passato su Varroa jacobsoni in realtà si riferiscono a Varroa destructor (Contessi, 2014). In origine, Varroa destructor parassitizzava l’Apis cerana alla quale non arreca particolari danni ma, a partire dagli anni ’40, per incrementare le produzioni apistiche furono introdotte api europee in Asia Sud-Orientale; da quel momento si iniziò a riscontrare il parassita anche su A. mellifera. In seguito, è stata segnalata in Russia e si è diffusa in quasi tutti i paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale e, successivamente, in quasi tutti i paesi del mondo (Contessi, 2014). V. destructor è diffusa in tutto il mondo ad eccezione dell’Australia, grazie a rigidi sistemi di controllo delle importazioni anche se gli esperti prevedono che vi entrerà prossimamente perché negli ultimi anni si è diffusa in paesi vicini. In Europa è presente ovunque, ad eccezione di alcune isole scozzesi e norvegesi. In Italia la prima segnalazione dell’acaro si è avuta nel 1981 in Friuli Venezia Giulia e negli anni seguenti divenne ubiquitaria in tutta l’Italia, Europa e Stati Uniti d’America (Contessi, 2014). Di V. destructor esistono 5 o 6 sottospecie, di cui i due più diffusi e individuati aplotipi sono: quello “coreano”, più aggressivo e diffuso in Europa, Medio Oriente, Africa, Asia e America settentrionale; mentre il secondo, o “giapponese”, è meno aggressivo ed è diffuso in Giappone, Thailandia e Americhe (Anderson & Trueman, 2000; Contessi, 2014).

MORFOLOGIA E ANATOMIA DI V. DESTRUCTOR

L’acaro possiede un apparato boccale pungente-succhiatore e si comporta da ectoparassita per tutta la durata della vita, vivendo sia a spese della covata sia a spese degli adulti. È caratterizzato da un accentuato dimorfismo sessuale; di seguito vengono descritte le varie forme presenti: femminili, maschili e giovanili. La femmina di Varroa si distingue abbastanza facilmente ad occhio nudo essendo le sue dimensioni relativamente cospicue (mm 1,1-1.7 x 1.5-1.99) che si diversificano a seconda delle aree geografiche. È di colore brunorossastro, il corpo è schiacciato in senso dorso-ventrale e presenta uno scudo dorsale di forma ellissoidale con quattro paia di zampe. Lo scudo è ricoperto di peli e sul bordo presenta setole ricurve che facilitano l’aggancio con i peli dell’ape. Ventralmente si possono notare l’ano, l’apertura genitale e le aperture respiratorie (Giacomelli et al., 2013; Carpana e Lodesani, 2014; Contessi, 2014). Le zampe articolate terminno con strutture di attacco e quando l’acaro è in ricerca, quelle del primo paio vengono mantenute in avanti perché proprio in queste sono presenti le strutture sensoriali. Anteriormente si può vedere l’apparato boccale, atto a perforare la membrana dell’ape e la suzione dell’emolinfa; le femmine sono le sole a realizzare l’azione parassitaria diretta spolpatrice (azione sottrattiva) sulle api dopo averne lacerato il tegumento con delle minuscole lame dentate (azione meccanico-traumatica) (Giacomelli et al., 2013; Carpana e Lodesani, 2014). Il maschio adulto di V. destructor, molto diverso dalla forma femminile, ha forma sferica, è di colore biancastro e di dimensioni inferiori, circa 0,8 mm di diametro. Possiede un corpo molle e poco cheratinizzato (confondibile con lo stadio giovanile femminile), con uno scudo dorsale di forma convessa provvisto di numerosi peli e di vistose scolpiture Le 4 paia di zampe sono rivolte in avanti, contrariamente alle femmine. Essi muoiono entro pochi giorni dalla nascita (generalmente allo sfarfallamento delle api), vivono interamente all’interno della cella di covata dove non sono in grado né di nutrirsi, né di svolgere l’azione parassitaria in quanto le loro appendici boccali sono trasformate in organi per il trasferimento delle spermatofore, contenenti gli spermatozoi, per fecondare le femmine durante l’accoppiamento (Giacomelli et.al, 2013; Carpana e Lodesani, 2014). Le forme giovanili si formano dalle uova: ovali, biancastre e lunghe circa mezzo millimetro, non facilmente visibili ad occhio nudo. Dopo 24 ore, all’interno dell’uovo, si sviluppa una larva esapode; da questa, dopo altre 24 ore, sfarfalla una protoninfa che fuoriesce dall’uovo. Le protoninfe maschili e femminili, sono simili tra loro: rotondeggianti (0,7 mm), di colore bianco, presentano 4 paia di zampe protese in avanti e una scarsa mobilità. Lo stadio di protoninfa dura 5 giorni nella femmina e 3 giorni nel maschio; dopo un’ulteriore metamorfosi, si ha lo sviluppo della deutoninfa che dura 1-2 giorni per entrambi i sessi. In queste, comincia a manifestarsi il dimorfismo sessuale: le femmine sono più grandi e di dimensione ellittica rispetto ai maschi. Da questo stadio si passa in una forma immobile, deuterocrisalide, per poi comparire l’adulto. La femmina di varroa, infatti, acquisisce un colore marrone che tende a scurirsi dopo le prime 24 ore. I maschi adulti, molto simili alle protoninfe, si distinguono da queste per un corpo più spigoloso e più piccolo (Giacomelli et al., 2013; Carpana e Lodesani, 2014). Dalla deposizione dell’uovo allo sviluppo degli adulti passano 8-9 giorni per le femmine e 6-7 per i maschi; in queste fasi è presente una significativa mortalità, soprattutto a carico delle deutoninfe: in media solo 1,4 femmine raggiungono l’età adulta in una cella di operaia, contro 2,2 in una cella da fuco (Giacomelli et.al, 2013). Da uno studio effettuato su VSH (Varroa sensitive hygiene o Igiene specifica per varroa), ossia sulla pressione igenica che le api sono in grado di eseguire sulla popolazione di varroe nell’alveare, si è venuti a conoscenza che questo carattere, ha come effetto un aumento percentuale delle varroe che non si riproducono o che si riproducono troppo tardi, definite varroe infertili. Attraverso il test di Harbo (da John Harbo), che valuta la presenza di varroe che non si riproducono, è possibile selezionare le colonie con il carattere VSH. La variazione percentuale tra le varroe fertili ed infertili, tramite analisi del ciclo riproduttivo e relative statistiche, è stata quantificata in 30; tale valore sta ad indicare il numero minimo di celle infestate da una sola varroa fondatrice che devono essere disopercolate, analizzate e conteggiate perché il test abbia validità (Costa et al., 2015).

CICLO BIOLOGICO DI VARROA DESTRUCTOR

Il ciclo di Varroa destructor, essendo un parassita, è sincronizzato con il ciclo delle api. È costituito da una fase riproduttiva che avviene esclusivamente all’interno della covata opercolata e una fase foretica sulle api adulte. In laboratorio si è dimostrato che una varroa può compiere fino a 7 cicli riproduttivi, ma la maggior parte delle varroe depone solo una volta, sono poche quelle che riescono a realizzare due o tre cicli (21-14%). Le varroe preferiscono le celle da fuco perché la durata della metamorfosi delle api operaie è di 12 giorni, mentre è di 15 giorni per i fuchi; un tempo più lungo permette la nascita e la fecondazione di un numero maggiore di femmine del parassita. Si è visto, invece, che non si sviluppano sulle celle reali, forse per la composizione della pappa reale, dove è presente l’acido ottaonico, repellente per l’acaro. Le varroe sono cieche e nell’alveare riescono ad orientarsi e a svolgere tutte le loro funzioni attraverso delle interazioni semiochimiche, ossia la percezione degli odori prodotti dalle larve e dalle api (Giacomelli et al., 2013; Carpana e Lodesani, 2014; Contessi, 2014).

LA FASE RIPRODUTTIVA

Le femmine adulte penetrano all’interno delle celle contenenti una larva d’ape, circa 15-20 ore prima che vengano opercolate (40-50 ore, per larve di fuco) e si posizionano tra la larva e la parete della cella. Dopo l’opercolatura, quando la larva dell’ape inizia a nutrirsi della gelatina reale, la varroa madre, perforando la cuticola, inizia a nutrirsi della sua emolinfa. Dopo circa 36 ore la larva dell’ape inizia la tessitura del bozzolo in cui effettuerà la metamorfosi. Quando il bozzolo è terminato, e l’ape è in fase preninfale immobile, la varroa fondatrice come prima cosa sceglie un luogo in cui raccogliere le sue feci: sito di accumulo fecale (AF) che appare come una piccola macchia di colore bianco solitamente ubicata nella parte posteriore della parete della cella. Dopo due giorni e mezzo (60 ore) dall’opercolatura, la varroa madre deporrà il suo primo uovo nella parte anteriore della celletta, fino ad un massimo di 6 ogni 30 ore per ciclo riproduttivo. Dal primo uovo (aploide) nasce l’unico maschio, mentre dalle successive uova (diploidi) nasceranno solo femmine, in modo da permettere al maschio di accoppiarsi subito con la prima femmina matura e, successivamente, con le altre femmine sorelle. Le femmine fecondate, dopo 5 giorni, sono già in grado di dare inizio ad un nuovo ciclo riproduttivo; se il maschio muore prima dell’accoppiamento, queste rimarranno sterili. L’alimentazione delle varroe avviene sempre a livello dell’addome della pupa d’ape in modo da non compromettere la sopravvivenza di questa, perché se avvenisse la morte dell’ape, di conseguenza, verrebbe anche impedita ai parassiti l’uscita dalla celletta (Giacomelli et al., 2013; Carpana e Lodesani, 2014).

FASE FORETICA DELLA VARROA

Quando l’ape sfarfalla, la discendenza della varroa madre si trova all’interno della cella (Fig. 8). Si passa, così, alla fase foretica nel momento in cui le varroe figlie adulte e fecondate escono dalla cella cercando di salire su api adulte. All’interno della cella restano e moriranno i maschi, le varroe femmine agli stadi preimmaginali o le adulte che non presentano la cuticola completamente sclerificata, perché non riescono a sopravvivere al di fuori di questa e non possiedono un apparato boccale in grado di forare il tegumento delle api (Giacomelli et al., 2013). Quelle che fuoriescono non si dirigono autonomamente verso la celletta ma vi giungono trasportate da un’ape adulta e vengono abbandonate solo a brevissima distanza dalla celletta contenente una larva; la cui attrazione verso la covata avviene, come detto, da segnali chimici. Inoltre, la varroa è in grado di distinguere l’età delle api adulte, preferendo così le api nutrici per il trasporto, perché sono le api che si prendono cura della covata (Giacomelli et al., 2013; Contessi, 2014; Carpana e Lodesani, 2014). La durata della fase foretica è piuttosto variabile, dipende dalla quantità di covata, dalla forza della colonia e da altri fattori. Nel corso di alcuni esperimenti, si è potuto osservare che il tempo necessario affinché la metà delle varroe introdotte in un alveare possa invadere una celletta è compreso tra 2 e 8 giorni, tempo per cui la varroa passa fra le lamine ventrali dei segmenti dell’addome. Quando le colonie sono prive di covata le varroe svernano sul corpo delle operaie e possono rimanervi anche fino a 6 mesi, in attesa che ricompaia la covata (Contessi, 2014; Carpana e Lodesani, 2014).

DANNI PROVOCATI DA V. DESTRUCTOR (ANDERSON & TRUEMAN) SUL “SISTEMA ALVEARE”

Vista la dinamica del ciclo di sviluppo della varroa, in assenza di trattamenti acaricidi, la popolazione del parassita tende inevitabilmente ad aumentare dalla ripresa primaverile fino all’autunno. Si assume che la popolazione in presenza di covata può raddoppiare di numero ogni mese, per cui un’infestazione ragionevolmente bassa in primavera, può determinare in autunno anche la presenza di migliaia di individui. L’utilizzo di adeguati trattamenti acaricidi permette lo stabilizzarsi dell’infestazione su valori accettabili, tali da determinare una “convivenza” o un certo equilibrio con le api. Gli effetti della parassitosi possono essere distinti in: danni diretti che riguardano la singola ape e danni indiretti, ossia le infezioni secondarie e le malattie che vengono ad essere associate alla varroa e che possono portare al collasso della colonia (Carpana e Lodesani, 2014).

DANNI DIRETTI SULLA COLONIA DI API

I danni diretti che la varroa provoca alle api sono soprattutto delle alterazioni legate allo sviluppo, oltre ad effetti di perdita di orientamento e indebolimento. L’effetto principale che si è riscontato riguarda la perdita di peso che può superare il 10% nel caso di api infestate da un solo parassita ed è stato dimostrato che questa perdita non riguarda solo una riduzione dell’emolinfa sottratta all’ape, ma anche la perdita di acqua. Inoltre, le api parassitizzate nascono con una riduzione anche dei livelli di concentrazione di proteine nella testa e nell’addome (20%). Per queste condizioni, l’aspettativa di vita delle api è ridotta del 50% (Carpana e Lodesani, 2014). In conseguenza di ciò, si possono verificare riduzioni della popolazione, evidenti difficoltà di volo, problemi alla regina e presenza anche di acari tracheali. Nella covata si può osservare soprattutto una irregolarità di questa, sintomatologie simili a peste europea, peste americana o covata a sacco e larve fuori posto nella celletta o di colore scuro (Contessi, 2014).

DANNI INDIRETTI SULLE API ADULTE E SULLA COVATA

Il danno diretto non è insignificante, ma è di secondaria importanza rispetto alla trasmissione dei virus, infatti, la causa principale di mortalità delle colonie infestate risulta essere l’infezione virale che viene a verificarsi. Nell’ape sono stati identificati una ventina di virus (Chen Y.P. e Siede R., 2007), i più dannosi dei quali risultano essere il virus delle ali deformi (Deformed Wing Virus, DWV) e il virus della paralisi acuta (Acute Paralysis Virus, APV). La varroa è in grado di trasmettere e trasferire i virus tra le api e questo presume che il virus sia in grado di replicarsi all’interno del parassita, capacità che ancora risulta essere incerta, tranne per il virus delle ali deformi (Carpana e Lodesani, 2014). Nel 50-80% dei casi, l’acaro trasferisce il virus da una pupa infetta ad una sana, quindi, al crescere dell’infestazione cresce il rischio di diffusione dei virus stesso (Contessi, 2014). Pertanto, si devono evitare o perlomeno ridurre queste trasmissioni per mantenere le varroe in numero basso, trattando generalmente a fine estate alla rimozione dei melari, evitando pericolosi ritardi nei trattamenti perché questo comporta la nascita di api invernali infette da virus, e si rischia che la colonia soccomba durante l’inverno. Secondo un recente studio condotto da Schroeder nel 2015 sul virus delle ali deformi, si è osservato che, in Inghilterra, alcuni apiari presentano un ceppo avirulento del DWV (definito tipo b) e sono anche immuni al ceppo più virulento (tipo a) che causa invece il collasso delle colonie; si è osservata inoltre la presenza di un terzo ceppo (tipo c) di cui ancora non sono però certe le caratteristiche. Questa nuova interazione potrebbe essere sfruttata per minimizzare i problemi provocati da questo virus (Schroeder, 2015). Infine, il virus della paralisi acuta, in colonie gravemente infestate, può causare anche una considerevole mortalità di covata disopercolata oltre ad abbreviare la vita delle api adulte che, a seguito di questa virosi, presentano tremori ed indebolimenti. A tutt’oggi, purtroppo, gli apicoltori non dispongono di un sistema di cura eradicante il parassita, tanto che i metodi di lotta sono basati sull’applicazione di biotecniche (confinamento della regina, uso del calore, ecc…) che consentano interventi a basso impatto chimico sul Sistema alveare (Bernardini et al., 2001; Gardi e Giorgetti, 2014; Gardi e Ciscato, 2014; Gardi e Ruspolini, 2015), o mediante l’impiego di molecole chimiche non sempre garanti della salute delle api e dei consumatori.

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