Quello che forse non ti aspetti da un dottorato negli USA

Sapevate che quasi sicuramente dovrete insegnare? Che per due anni dovrete seguire corsi universitari? Che se non passate alcuni esami rischiate di essere esclusi dal programma di dottorato? Che le persone con cui lavorerete possono essere più importanti del nome dell’università, e che – in ogni caso – non diventerete ricchi? Con l’aiuto di quattro dottorandi ed ex dottorandi di università americane che abbiamo intervistato, continuiamo il nostro viaggio nel mondo del Ph.D negli USA.
Stefano Porciello, 16 Luglio 2018
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

A sentire quel che si dice nei corridoi delle nostre facoltà, pare che il dottorato negli Stati Uniti sia il non-plus-ultra della ricerca universitaria. Che come si fanno le cose “in America” non si fanno da nessun’altra parte. In un certo senso, queste voci sono vere: come vedremo, i fondi e i laboratori a disposizione di un dottorando molto spesso non sono comparabili con quelli che si possono avere nella “vecchia Europa”. Ma ci sono anche diversi aspetti del dottorato negli USA che sono molto meno conosciuti tra i ben informati delle nostre facoltà.

TUTTI I DOTTORANDI DEVONO SEGUIRE CORSI. OVUNQUE.
Pensavate di aver finito con lezioni, esami, e paper da consegnare? Non se deciderete di fare un dottorato negli Stati Uniti. Praticamente ovunque, qualsiasi sia la vostra materia di specializzazione, dovrete fare almeno un paio d’anni di lezioni ed esami. Negli USA, infatti, è possibile passare direttamente dalla “triennale” al dottorato, cioè dal bachelor al Ph.D. senza aver conseguito un master, che viene preso in itinere durante i primi due anni di dottorato. Aver già svolto un master o una laurea magistrale vi permette, talvolta, di avere degli “sconti” sul numero di corsi da seguire. Tuttavia, non si tratta né di una regola né di un diritto, quindi preparatevi a studiare – e a studiare tanto.
I corsi che farete non sono banali. Innanzitutto, dovrete abituarvi a metodologie spesso diverse da quelle italiane: a titolo d’esempio, potreste avere i compiti da fare a casa. In più, dovrete probabilmente sostenere un esame chiamato qualifier: una prova per vedere se avete le basi accademiche e di ricerca necessarie a portare a termine il dottorato. Passare questo esame può essere molto difficile, soprattutto da un punto di vista psicologico. In caso di fallimento completo, infatti, potreste essere addirittura esclusi dal corso di dottorato, e quindi perdere la borsa di studio e – con quella – il visto per gli Stati Uniti.

PER MANTENERVI, DOVRETE (QUASI SICURAMENTE) LAVORARE
I dottorati con borsa negli USA, di solito, coprono tutte le tasse universitarie (tuition), ma non è detto che coprano le altre fees, ovvero le tasse per certi servizi come la palestra, la biblioteca, o anche l’assicurazione sanitaria. Allo stesso modo, nel momento in cui dovrete accettare o rifiutare l’offerta di un’università, assicuratevi che la vostra borsa preveda uno stipendio, visto che una grandissima parte dei soldi che vedete stampati nero su bianco nella lettera che riceverete andrà in realtà a coprire – appunto – tuition e fees.
Generalizzando un po’, esistono due tipi di borsa, come ci ha spiegato Francesco Restuccia. «Tu inizi con una borsa, una assistantship, che può essere di due forme essenzialmente: può essere una teaching assistantship, in cui il dipartimento ti assume per dare supporto all’insegnamento di un docente, oppure una research assistantship, dove tu fai ricerca sotto la supervisione del tuo academic advisor. […] Questi fondi coprono anche la tuition, che sono le tasse universitarie, che in teoria dovresti pagare tu» e permettono – di solito – di avere un piccolo stipendio.
In moltissime scuole di dottorato, l’attività di insegnamento è praticamente obbligatoria. Chiara Trebaiocchi, che si è appena addottorata ad Harvard in letteratura italiana, racconta: «Si insegna parecchio e per me è stata l’esperienza in assoluto più bella del Ph.D. […] A Harvard [in humanities and social sciences ndr] si insegna a partire dal terzo anno. C’è un’ottima borsa di studio per cui i primi due anni non ti costringono a insegnare, ma sei pagato solo per seguire i corsi, poi terzo e quarto anno insegni in maniera praticamente obbligatoria. Il quinto anno, se hai finito tutti i tuoi obblighi, puoi [avere] quella che a Harvard si chiama “completion”. Cioè ti danno, se i tuoi professori appoggiano, una borsa di studio con cui puoi scrivere la tesi, prepararti per la dissertation, e non devi insegnare».
Queste regole non solo cambiano tra università e università, ma anche da dipartimento a dipartimento, e fare di tante possibilità un discorso organico non è affatto semplice. Ciò che più assomiglia al dottorato come lo conosciamo in Italia è forse la research assistantship, grazie alla quale la vostra attività principale riguarderà la ricerca. Perché siate esentati dall’insegnamento, tuttavia, è di solito necessario che il dipartimento (o il professore) per il quale lavorate abbiano a disposizione una grande quantità di denaro da investire su di voi. Stiamo parlando di decine di migliaia di dollari all’anno e, come potete immaginare, non è scontato che vi sia accordato un tale “privilegio”.

HA SENSO FARE UN DOTTORATO IN UN’UNIVERSITÀ MINORE?
Diciamoci la verità: di solito non arriviamo a conoscere i nomi di più di 10 università americane. Sono le migliori: quelle che finiscono sulle pagine dei giornali, nelle serie Tv, nei film al cinema. Ora, è inutile discutere dell’ovvio. Riuscire a fare un dottorato in un’università conosciuta in tutto il mondo ha dei vantaggi indiscutibili: dalla possibilità di avere un advisor pluripremiato, l’accesso a laboratori sofisticatissimi e a grandi risorse finanziarie, fino al poter scrivere quel nome sul curriculum e portarselo dietro per tutta la vita come biglietto da visita. Ma che si chiamino Yale, Stanford, Caltech, o che facciano parte della conosciutissima Ivy League (come Harvard, Brown e Cornell, ad esempio) farsi guidare soltanto dal nome, al momento di mandare le application, potrebbe non essere la scelta giusta.
Francesco Restuccia è un Research Scientist alla Northeastern University e si occupa di wireless networking and embedded systems, cioè di design e ottimizzazione delle comunicazioni tra dispositivi wireless, come smartphone, sensori e tablet. Ha iniziato il suo dottorato all’Università del Texas per poi trasferirsi insieme al suo advisor alla Missouri University of Science and Technology: non certo un’università conosciutissima. Ma per Francesco – e per i suoi studi in computer science and engineering – andava benissimo così: «Ho iniziato il dottorato in quell’università perché volevo fare ricerca nello specifico con quel professore», racconta. «Perché alla fine quello che conta veramente non è tanto l’università dove stai, [ma] soprattutto il gruppo in cui stai. Conta[no] le persone con cui lavori e soprattutto le connessioni che ha il tuo advisor». Secondo lui, saper scegliere vuol dire avere il coraggio di informarsi, di chiedere; significa «Vedere le pubblicazioni che fanno: quanto si pubblica, dove si pubblica, su che cosa si pubblica».
In qualche modo, Luca Parolari conferma questa idea: «Nel tipo di dottorato in cui sono, scienze biomediche, conta soprattutto il laboratorio in cui lo fai. Ci sono molte università minori che hanno grandissimi ricercatori, laboratori molto prestigiosi, dove hai accesso a fondi importanti, che sono – alla fine – quello di cui hai bisogno per fare ricerca, perché la ricerca costa un sacco» racconta. E lui, che lavora in un laboratorio della Rockefeller di New York per studiare il disturbo ossessivo compulsivo e la malattia di Parkinson, ne è completamente consapevole: il suo progetto – in totale – costerà più di un milione di dollari, racconta. Si tratta di finanziamenti che, come ci dirà Francesco Sciortino tra due settimane, hanno ordini di grandezza difficilmente comparabili con quelli a disposizione nelle università europee.

I DOTTORANDI NON SONO RICCHI NEMMENO IN AMERICA
Chi è convinto che i dottorandi negli USA navighino nell’oro, si sbaglia. Quello del dottorando è, per usare le parole di Chiara Trebaiocchi, «uno degli stipendi meno pagati che ci siano negli Stati Uniti». Dei ricercatori che abbiamo intervistato nessuno si lamenta della borsa, che anche quando è sostanziosa deve comunque sopperire a un costo della vita decisamente più alto di quello italiano. A questo riguardo, la scelta della città è fondamentale. Luca Parolari lavora a New York e racconta che sebbene la sua università sia «molto generosa» la sua borsa è, a parità di potere d’acquisto, equivalente a uno stipendio da 1.200 euro in Italia. «Si vive dignitosamente. Ci si può permettere tranquillamente una cena, le uscite, qualche taxi – se succede», dice, ma con il suo stipendio non potrebbe certo mantenere una famiglia.
«Dove stavo io in Missouri» racconta Francesco Restuccia «con la mia borsa di dottorato potevo avere una vita più che decente, diciamo. Qui a Boston, che è una città molto costosa, gli studenti lottano, nel senso che hanno problemi perché il costo degli affitti è improponibile, il costo della vita è improponibile […] Diciamo una regola d’oro: i dottorandi non sono mai ricchi».

DURANTE IL DOTTORATO POTREBBERO APRIRVISI PROSPETTIVE INASPETTATE
«La cosa per me più spettacolare di questo Paese è il dinamismo che c’è», racconta Luca Parolari «Qui la gente a 27-28 anni dice: “Sì, ho fatto questo lavoro per due anni, però sai: non è proprio la cosa migliore che poso fare. Lascio il lavoro e ne cerco un altro”». Luca, che è medico, era venuto per la prima volta negli USA per fare la residency, la specializzazione, e ha poi deciso di seguire l’intero corso di dottorato in ricerca di base.  «Mi ha dato l’opportunità – che io non avevo considerato inizialmente – di lavorare in ambiti che sono non necessariamente la ricerca. Qui un sacco di gente che fa il dottorato in scienze biomediche come me, finisce per lavorare in business consulting, posti come McKinsey, Boston Consulting Group; oppure puoi partire con la tua startup in Biotech-Pharma. C’è chi va a lavorare in finanza, e chi continua con un postdoc e il percorso accademico più standard», racconta. E proprio lui che era partito per specializzarsi come medico, ora si ritrova ad accarezzare l’idea di aprire una startup, o di lavorare in qualche fondo di venture capital.
Francesco Restuccia racconta di aver ricevuto, insieme a tre colleghi, 50.000 dollari dalla NSF [National Science Foundation, ndr] per coltivare un’idea e formarsi per aprire una startup. «Il punto è che loro vogliono formare i giovani di questo paese a pensare oltre il laboratorio», dice. Secondo lui si tratta di un’attitudine tipica della cultura di business americana e che fa sì che si investa sulla formazione della persona più che su un progetto vincente. «“Take your research out of the building”: vogliono farti ragionare in termini d’innovazione». Alla fine, il progetto per cui Francesco e i suoi colleghi avevano vinto il premio non ha mai visto la luce del sole, ma «l’importante per loro è che tu abbia imparato, è che tu abbia capito come evitare certi errori», racconta. «Questa è una mentalità del rischio: hanno speso 50.000 dollari, magari questa idea non è andata a frutto, però io ho imparato, io come persona, io come Francesco, ho imparato delle cose che se poi vorrò fare una startup più in là nella mia vita, la potrò fare», dice.
«Se vuoi lavorare all’università il problema è che è difficile scegliere la città», racconta invece Chiara Trebaiocchi, che sta appunto valutando delle offerte per continuare la carriera accademica. Perché le università sono moltissime e sparse su tutto il territorio nazionale. Dovete essere disposti a spostarvi, a passare qualche anno da post-doc in una facoltà, e poi magari trovare un contratto sull’altra sponda degli Stati Uniti. La “scaletta” – come la chiama lei – della carriera accademica inizia con il posto da Visiting Assistant Professor (VAP) e continua con le posizioni di Assistant Professor, Associate Professor e Full Professor. Un posto molto ambito è quello da Assistant Professor in tenure track. «Tenure track significa che ti danno una posizione più o meno di sei anni, durante la quale ti fanno dei controlli, tu devi dimostrare di pubblicare a sufficienza, di insegnare bene, e comunque alla fine ti fanno una revisione. Se passi tutto ti danno la tenure. Significa che poi diventi praticamente intoccabile: è uno dei pochi posti a tempo indeterminato vero in America, dove poi licenziarti diventa difficile». Per chi volesse approfondire, consigliamo di visitare il sito web della American Association of University Professor.

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