Rapporto GreenItaly 2016: in aumento le imprese “verdi”

Accanto all'Italia della Terra dei Fuochi, degli scandali, dell'inquinamento delle acque, dell'Ilva, c'è anche un'Italia che punta anno dopo anno sempre di più sul 'green'. Che ricicla più delle colleghe d'Oltralpe, e che punta sui green jobs come veicolo per assumere i giovani.
Cristina Da Rold, 03 Novembre 2016


Micron
Giornalista scientifica

Il quadro che emerge dal rapporto GreenItaly 2016, redatto da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola, giunto oramai alla settima edizione, è complessivamente positivo. Un’impresa su 4 dal 2010 al 2015 (il 26% del totale) ha investito in tecnologie green (o intende farlo nel 2016) per ridurre l’impatto ambientale, per il risparmio energetico e per una riduzione di CO2. Un terzo dell’industria manifatturiera (con particolare impeto – si legge – nell’industria petrolchimica e della gomma e plastica – e un quarto delle imprese di costruzioni). 134 mila imprese (il 9,3% del totale) dichiara di voler investire nel 2016, anche se a ben vedere si tratta di un trend in crescita dal 2013, ma in calo rispetto al 2011.

Chi ha investito nelle tecnologie “verdi” ha aumentato maggiormente le proprie esportazioni (il 46% contro il 27% delle aziende che non hanno investito), ha visto crescere il proprio fatturato (il 35% delle imprese contro il 21% di chi non ha investito) e soprattutto ha prodotto innovazione (1 impresa su 3, contro 1 impresa su 5 fra quelle che non hanno investito nel green). Va detto che a investire nel green sono per la maggior parte le grandi imprese, con oltre 500 dipendenti, sia – spiegano gli esperti – in relazione alla loro economia di scala, è cioè dalla possibilità di effettuare investimenti inizialmente ingenti, ma anche perché sono in media le aziende più grosse a svolgere attività a più alto impatto ambientale. Interessante è invece notare che l’aumento di fatturato nelle imprese, in termini percentuali, non sembra legato alla dimensione dell’impresa che investe.

Il risultato ecologico di questo sforzo sarebbe l’ottimo posizionamento del nostro Paese nel panorama europeo quanto a emissioni di CO2 e impiego di fonti di energia rinnovabile. Il rapporto propone come indicatori di riferimento per tentare – seppur con le pinze – un confronto fra Paesi, l’eco-tendenza e l’eco-efficienza. Per eco-efficienza si intende il livello di efficienza delle tecnologie green che sono il risultato dei vari investimenti, mentre l’eco-tendenza rileva i cambiamenti avvenuti a livello di eco-efficienza. Per quanto riguarda l’eco-tendenza siamo (dato 2014) al secondo posto in Europa dopo il Lussemburgo, quindi primi fra i Paesi del G7 con un indice di 153,3 dove la media dell’Unione Europea è definita come 100, mentre i cosiddetti “grandi Paesi” (cioè Italia, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito) hanno indice 129. Per quanto concerne l’eco-tendenza mostriamo risultati comunque migliori rispetto alla media dell’Unione Europea e anche dei grandi Paesi.

Siamo particolarmente forti anche nel riciclo industriale: 47 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi riciclati nel 2015, più di Germania, Francia e Regno Unito. Siamo inoltre il secondo Paese europeo dopo la Germania per fatturato e numero di addetti ai lavori nel settore della preparazione al riciclo. Dal 2008 a oggi abbiamo assistito a una crescita nella percentuale di rifiuti riciclati per quasi tutte le categorie, raggiungendo il 100% nel caso dell’alluminio e l’80% nel caso di acciaio e legno.

 

Resta il fatto che, quando parliamo di impronta ecologica e di emissioni, non basta essere bravi a casa propria. Proprio qualche giorno fa le Nazioni Unite denunciavano una presenza mai vista di anidride carbonica nell’aria nell’atmosfera: 400 parti per milione. E sempre qualche settimana fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicava gli ultimissimi dati sull’inquinamento dell’aria nel mondo che evidenziava un inquinamento oltre i limiti per nove persone su dieci e sugli impatti sulla salute della popolazione: oltre 3 milioni di morti nel 2012 dovute a malattie croniche riconducibili all’inquinamento ambientale.
Un’ultima nota positiva viene dall’ambito occupazionale. Secondo la banca dati Excelsior di Unioncamere, che ogni anno raccoglie i dati sulle intenzioni di assunzione delle imprese, i cosiddetti Green Jobscoprono la metà delle assunzioni previste per il 2016, dove con il termine “assunzioni” Unioncamere intende i contratti a tempo indeterminato, a tempo determinato e di apprendistato, e sarà il settore delle costruzioni a trainare il mercato occupazionale. Un dato che assume ancor più rilevanza se consideriamo che le imprese che hanno investito o che intendono investire quest’anno nel comparto green sono “solo” un quarto del totale.
In un Paese dove – stando agli ultimi dati Istat – i tassi di occupazione giovanile (18-29 anni) sono fra i più bassi d’Europa (un 37% medio), si tratta di un settore su cui vale la pena, almeno, riporre qualche speranza.

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