Ricchi e sostenibili? Si può fare

Crescita economica e pressione ecologica: da tempo si sa che le due cose vanno di pari passo. Ma ora ci sono segnali di un futuro in cui il miglioramento degli standard di vita della popolazione non porta necessariamente alla distruzione delle risorse del pianeta. Un recente studio ha trovato che negli ultimi 15 anni 21 paesi hanno conosciuto una crescita economica e una diminuzione delle emissioni. Ma come ottenere questo risultato?
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

E’ possibile conciliare la crescita economica di una nazione con la diminuzione della sua pressione sugli ecosistemi? In molti se lo chiedono, ora però cominciano ad arrivare alcuni segnali che la cosa è fattibile. Intanto, nel 2014, per la prima volta in 40 anni di misurazioni, secondo uno studio dell’IEA (International Energy Agency) mentre il PIL cresceva, le emissioni di carbonio a livello mondiale rimanevano stazionarie. Un evento anomalo? Può essere. Però, in uno studio pubblicato recentemente, Nathaniel Aden, ricercatore al World Resources Institute, ha trovato che 21 Paesi (tra cui non c’è l’Italia) hanno già ottenuto il disaccoppiamento: nei 15 anni passati, mentre il PIL è cresciuto, le emissioni si sono fermate. A fronte di questo risultato, c’è però quello disastroso di altri 170 Paesi che continuano a seguire il vecchio modello del “cresci e inquina”. E tra questi ultimi ci sono grandi inquinatori: Cina, India, Brasile…
Il risultato di 21 Paesi, dunque, non salverà il Pianeta: negli ultimi 15 anni, se i Paesi virtuosi hanno abbassato le emissioni di 1 miliardo di tonnellate, le emissioni totali nel mondo sono cresciute di 10 miliardi di tonnellate.
Il “disaccoppiamento” può essere un modello perseguibile e esportabile? E come? Alcuni ricercatori australiani hanno provato a dare una risposta grazie alla costruzione di modelli che anticipano il futuro. E la risposta, lo anticipiamo subito, è: è possibile, almeno per l’Australia, raggiungere questo risultato. Ma – dicono gli scienziati – non si pensi che questo fenomeno avverrà automaticamente, per la sua realizzazione c’è bisogno di una forte volontà politica e di un duro lavoro.

I LIMITI DELLA CRESCITA
L’idea che la crescita economica di un Paese, ovvero l’aumento del valore di mercato di beni e servizi prodotti (misurata dal Prodotto Interno Lordo o PIL), abbia un costo elevato in termini di pressione sui sistemi ecologici del nostro Pianeta, si affaccia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. In particolare nel 1972 viene pubblicato un rapporto commissionato dal Club di Roma e stilato da alcuni ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che mette in evidenza come la crescita produttiva illimitata porterebbe al consumo totale delle risorse energetiche e ambientali della Terra. Il titolo del rapporto era “The Limits to Growth”.
In italiano venne tradotto con “I limiti dello sviluppo” anche se successivamente i concetti di “crescita” e “sviluppo” si sono andati separando: oggi quando si parla di “crescita” si intende solo l’aumento del PIL, nel concetto di “sviluppo” ci sono invece anche altri indicatori, ad esempio i tassi di alfabetizzazione e la speranza di vita di una popolazione.
Lo studio del MIT, comunque, riportava l’esito di una simulazione al computer delle interazioni fra popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse nell’ipotesi che queste stessero crescendo esponenzialmente. Quello che emerse fu che la crescita produttiva illimitata avrebbe portato all’esaurimento delle risorse energetiche e ambientali del Pianeta. Il rapporto, tuttavia, apriva uno spiraglio di ottimismo sostenendo che un tipo di sviluppo diverso era possibile. Uno sviluppo che non avrebbe portato al totale consumo delle risorse della Terra.
Il concetto venne ulteriormente elaborato negli anni successivi. In particolare, la pubblicazione nel 1987 del testo “Our Common Future”, conosciuto anche come Rapporto Bruntland – dal nome del primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland che presiedeva la Commissione mondiale sull’ambiente e sviluppo – aprì le porte al modello dello sviluppo sostenibile: «l’umanità –si leggeva nel rapporto – ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro».
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e molte teorie su come superare questo impasse sulla strada della crescita demografica e del miglioramento degli standard di vita della popolazione si sono susseguite. Oggi ci troviamo di fronte a tre letture: c’è chi pensa che gli avanzamenti tecnologici eviteranno agli esseri umani di superare le soglie critiche oltre le quali c’è la distruzione dell’ambiente e che, quindi, basta affidarsi alla tecnologia per essere automaticamente salvi. C’è chi pensa che le riforme politiche siano la chiave per trovare una conciliazione tra gli obiettivi dell’economia e quelli dell’ecologia. Infine, c’è chi crede che solo un cambiamento profondo dei valori su cui si fonda la nostra società possa farci rimanere entro i limiti che la Terra ci impone.
Nel primo caso, le tecnologie per ridurre l’uso delle risorse e per migliorare l’efficienza sono considerate la soluzione al problema. Ma, purtroppo, questa visione si scontra con l’”effetto rimbalzo”. Si è visto infatti che quando una tecnologia che consuma meno risorse viene introdotta sul mercato, il comportamento della popolazione si modifica: il consumo della nuova tecnologia cresce e con essa cresce anche il consumo delle risorse. Più nel dettaglio, secondo gli economisti che sostengono la teoria del “rimbalzo”, aumentare l’efficienza di un’attività che consuma energia avrà come effetto un abbassamento dei costi dei servizi che derivano da questa attività. Questo, a sua volta, produrrà due possibili risposte:

1.Un maggior uso dei servizi. Ad esempio, un cittadino che prima, per risparmiare, riscaldava poco la sua casa, qualora i costi si abbassassero potrebbe decidere di aumentare la temperatura o le ore in cui tenere acceso l’impianto.
2. Un cambiamento dei fattori di produzione. Ad esempio, un impianto chimico più efficiente potrebbe permettersi di alzare le temperature nel processo produttivo per accorciare i tempi di lavorazione.

Detto con un esempio banale: non c’è dubbio che un’autovettura più efficiente bruci meno benzina per ogni chilometro percorso, ma proprio questo potrebbe incoraggiare il suo proprietario a prenderla più spesso.
La seconda scuola di pensiero pensa di demandare tutto alla politica. Un esempio di questa visione è data dal progetto “crescita verde”.
Nel giugno del 2009, i Ministri di 34 Paesi hanno firmato la Green Growth Declaration, nella quale dichiaravano il proprio impegno a: “Potenziare gli sforzi per la formulazione di nuove strategie di crescita verde nell’ambito delle risposte governative alla crisi e oltre, riconoscendo che “verde” e “crescita” possono procedere mano nella mano”. Tuttavia, i tempi della politica sono estremamente lenti e bisogna fare i conti col fatto che anche i risultati stentano ad arrivare, come dimostrano i lunghi negoziati sul cambiamento climatico. Il rischio è che i danni ambientali possono avverarsi nel lasso di tempo tra l’identificazione del problema e la risposta politica
La terza soluzione prospettata è quella della decrescita. I sostenitori di questa corrente di pensiero credono che sia impossibile disaccoppiare la crescita economica dalla crescita della pressione ambientale e quindi propongono di cambiare paradigma. Non si parla più di crescita, né di sviluppo sostenibile, ma di decrescita, ovvero di una riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi. In questo caso, ci troviamo di fronte all’esigenza di un profondo cambiamento di valori della società.

VENTI SCENARI PER IL FUTURO DELL’AUSTRALIA
Ebbene, i ricercatori del Csiro, l’ente di ricerca governativo dell’Australia, partono da questo quadro teorico per il loro lavoro. Che è un lavoro basato sulla costruzione di un sistema di modelli matematici integrati tra loro. Come spiegano gli autori nell’articolo pubblicato da Nature (“Australia is ‘free to choose’ economic growth and falling environmental pressures”), il sistema di modelli che hanno utilizzato valuta le interazioni energia-acqua-cibo nel contesto del cambiamento climatico. Inoltre, vengono presi in esame molti altri fattori come l’efficienza delle risorse, la produttività agricola, i consumi, gli orari di lavoro, nuovi utilizzi delle terre (per servizi diversi, dal sequestro di carbonio alla conservazione della biodiversità). Il tutto viene messo in relazione con 4 livelli di taglio delle emissioni di gas serra sia nazionali che mondiali (da nessun abbattimento a un abbattimento molto elevato). L’intreccio di tutti questi dati dà vita a 20 diversi scenari che disegnano il futuro economico e ambientale del Paese. Cosa ne emerge?

PAROLA D’ORDINE: DISACCOPPIARE
Quello che emerge è che il disaccoppiamento sia economico che fisico è possibile. Dal punto di vista economico, l’Australia può raggiungere una crescita consistente entro il 2050, indicata dall’aumento del PIL e del RNL (il reddito nazionale lordo), in scenari che invece sono molto diversi dal punto di vista della pressione ambientale. Dal punto di vista fisico, invece, i servizi che derivano dalle risorse naturali (energia, acqua, cibo) possono aumentare mentre la pressione ambientale diminuisce. Anzi, per essere precisi, l’economia australiana e gli standard di vita dei suoi abitanti aumentano in tutti gli scenari disegnati benché in misura diversa. L’emissione dei gas serra può, al contrario, variare molto passando da 4 volte la media mondiale di oggi fino a un livello al di sotto della media mondiale nel 2050. Anche lo stress idrico può variare notevolmente così come la pressione sulla biodiversità.
Tuttavia, il disaccoppiamento non risulta mai automatico, contrariamente a quanto sostengono gli ottimisti della tecnologia. Nello stesso tempo, però, per diminuire la pressione sull’ambiente non è richiesta la decrescita o come scrivono gli autori, “un cambiamento nei valori della società”. Basterebbe invece continuare con i trend attuali combinandoli con politiche di incentivazione, l’introduzione di una maggiore efficienza energetica e idrica e con l’adozione di misure di abbattimento dei gas serra più sostanziose sia a livello nazionale che globale.
Per esempio, una delle misure previste è l’aumento della produttività agricola e un premio in denaro a chi pianta alberi o mantiene un bosco. Un’altra misura prevede l’aumento del prezzo delle concessioni di uso dell’acqua, per incentivare il risparmio idrico. Altre misure riguardano l’efficienza energetica. Un punto essenziale è la creazione di un mercato internazionale delle emissioni di carbonio, in cui l’Australia possa esportare i suoi crediti di carbonio.
Le simulazioni individuano inoltre un interessante effetto soglia: una riduzione più moderata delle emissioni di gas serra si tradurrebbe in una diminuzione del vantaggio competitivo del Paese senza creare nuove aree di vantaggio, mentre un’azione mondiale più forte che stabilisca un valore tangibile per la riduzione delle emissioni potrebbe creare nuove opportunità, fornendo uno scenario win-winin cui sia l’economia che l’ambiente traggono benefici.
Tutto questo non vuol dire andare contro l’opinione pubblica australiana e anzi segnerebbe un passo avanti nell’ottica di mantenere l’aumento della temperatura entro i 2°C, che è indubbiamente un interesse nazionale. Quindi non si tratta di modificare i valori della società australiana, dicono i ricercatori, quello che davvero conta sono le scelte collettive e l’impostazione delle politiche pubbliche.

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