Riconvertire l’agricoltura rinunciando ai pesticidi

Fra le grandi sfide mondiali che ci attendono nei decenni a venire un ruolo chiave è dettato dall’affermazione di un modello agricolo improntato alla sostenibilità e che sia al contempo in grado di assicurare la sussistenza a una popolazione mondiale in continua crescita. La posta in gioco è alta e chiama in causa la salute del pianeta stesso e dei cittadini che lo abitano
Cristina Da Rold, 28 Luglio 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifica

articolo aggiornato al 2.08.2018

Esattamente mille anni fa, con lo scoccare del primo millennio, l’uomo (in realtà ci dobbiamo limitare a dire “l’uomo europeo”) ha completamente modificato il proprio modello agricolo, attraverso un’evoluzione, iniziata già in epoca carolingia, che lo ha portato a concepire la rotazione delle colture e l’aratro a ruota, che arava molto più in profondità rispetto a quello a chiodo.
Anche oggi stiamo sicuramente vivendo un momento storico cruciale in agricoltura. Come 1000 anni fa, il boom demografico degli ultimi decenni – e una serie di fattori a esso correlati come la globalizzazione dei mercati e l’aumento del benessere di una parte del pianeta – ci costringono a fermarci a riflettere sul modello agricolo a cui possiamo (ancora) tendere oggi per assicurarci non solo la sussistenza, ma anche un pianeta meno malato possibile. Rispetto a quello che accadeva nell’anno Mille, oggi abbiamo molto di più da perdere.
Un progresso non davvero oculato può minare definitivamente le sorti del nostro pianeta, prima ancora che la nostra salute.
In Italia il dibattito in merito è molto acceso. Da una parte c’è chi sostiene una necessaria e potente virata verso il biologico, o per lo meno verso un’agricoltura integrata su larga scala, e chi invece ritiene che una visione davvero pragmatica sulla situazione odierna a livello mondiale non possa basarsi su una scelta di questo tipo, ma che l’unica strada percorribile oggi per salvare davvero il pianeta senza morire di fame sia puntare sulle biotecnologie, che rendano le coltivazioni sempre più resistenti e meno bisognose di prodotti fitosanitari.
La difficoltà sta nel fatto che, esaminando i dati e confrontando le argomentazioni senza preconcetti, non è così facile compiere scelte a occhi chiusi verso l’una o l’altra opzione. Su due cose è bene soffermarsi, per cominciare: l’Italia oggi è il secondo Paese europeo per uso di pesticidi e insetticidi e il quinto in Europa per uso di erbicidi.
Secondo i dati FAO (Food and Agricolture Organization), nel nostro Paese nel 2015 si utilizzavano 62,3 mila tonnellate di pesticidi su una superficie coltivata stimata di 12,8 milioni di ettari, di cui 7 milioni di ettari di seminativi e 2,3 milioni di coltivazioni legnose e agrarie. A cui si uniscono 7950 tonnellate di erbicidi e 6382 tonnellate di insetticidi. Sul termine “uso” adoperato dalla FAO, però, è necessaria una precisazione importante: la definizione di use all’interno del database FAO è used in or sold in for crops and seeds, cioè a seconda del paese ci si riferisce all’uso o alla quantità venduta.
Si tratta quindi di dati che è difficile paragonare, poiché l’utilizzo di queste sostanze dipende dalla superficie coltivata di ogni Paese e soprattutto da quanto produciamo, e l’Italia è leader mondiale nella produzione agricola. È vero che acquistiamo grosse quantità di pesticidi ed erbicidi, ma è anche vedo che siamo il primo produttore al mondo di vino e di kiwi e il secondo per produzione di pomodori dopo la Cina e di olio dopo la Spagna. Siamo però al tempo stesso anche il secondo paese in Europa dopo la Spagna per export di prodotti biologici, per un totale di 1,9 miliardi di euro solo nel 2016. Sono coltivati come biologico 1,7 milioni di ettari di terra in Italia (sui 12 milioni di ettari totali già citati), il 20% in più solo rispetto al 2015, il che significa che nel 2016 sono state convertiti al biologico 300 mila ettari di terra. Ce lo racconta l’ultimo rapporto Bio in cifre 2017 redatto da Sinab (il Sistema di Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica), che evidenzia con chiarezza che il 2016 è stato un anno da record per il biologico, confermando una tendenza già netta. È aumentata del 15% la produzione agricola sul 2015 e sono cresciute del 16% le esportazioni. Rispetto al 2008 parliamo rispettivamente di una crescita del 121% e del 408%. Oggi ci sono 72 mila operatori bio certificati, e 12 mila si sono aggiunti solo nel 2016.
Attualmente questi 1,7 milioni di ettari di agricoltura biologica si dividono così: 342 mila ettari per colture foraggere, 321 mila ettari di pascoli, 299 mila ettari di coltivazioni di cereali e 222 mila ettari per altri scopi. Ma soprattutto: nel mercato del biologico è il Meridione a trainare l’economia. La Sicilia, la Puglia e la Calabria da sole rappresentano il 46% del totale del biologico prodotto in Italia. Nel Centro e nel Sud il 19% della terra è coltivata a bio, contro il 6% della superficie coltivata al nord. Sempre al Centro Sud 5 aziende su 100 sono bio, contro le 3 del nord: in media parliamo del 4,4% delle aziende sparse nel Paese, ma bisogna considerare che le aziende biologiche sono in media più grandi rispetto a quelle non bio.
Questa è dunque la situazione odierna.
Ma come stanno le cose dal punto di vista delle salute ambientale e delle persone? La paura più grande è rappresentata dalla potenziale pericolosità di alcune sostanze fitosanitarie, che sono ovviamente letali per alcune specie vegetali e animali e che dunque possono risultare potenzialmente tossiche anche per l’uomo.
Qui ci sono due aspetti da considerare quanto a sicurezza: l’intrinseca tossicità del prodotto per l’ambiente e il rischio per l’uomo in relazione a durata e intensità dell’esposizione. Il problema principale per l’essere umano è l’esposizione per chi vive, lavora o transita nei pressi di un terreno durante i trattamenti. A questo proposito nel 2014 è stato varato il Piano d’Azione Nazionale sull’uso dei pesticidi, attualmente in fase di aggiornamento, su come comportarsi quando si eseguono i trattamenti per tutelare le persone che potrebbero essere involontariamente esposte. C’è inoltre la questione dei residui di sostanze presenti negli alimenti che poi vengono venduti. Non dimentichiamo poi che la questione della sicurezza nell’uso di sostanze fitosanitarie non riguarda solo noi come consumatori finali di alimenti. Parte del mercato di queste sostanze è alimentato dal florovivaismo anche domestico.
Arriviamo quindi alla questione della cancerogenicità di alcune sostanze. Il caso più noto degli ultimi tempi è quello del glifosato, un erbicida fra i più venduti in Italia, sia perché molto efficiente ma anche perché poco costoso, essendo fuori brevetto dal 2001. Il pomo della discordia è stata la conferma dell’autorizzazione al commercio del glifosato per altri cinque anni da parte dell’Europa lo scorso novembre, dopo che un paio di anni prima lo IARC aveva classificato nella monografia 112 la sostanza nella categoria 2A, delle sostanze “probabilmente cancerogene”.
Lo IARC esamina periodicamente tutta la letteratura peer reviewedconcernente una certa sostanza, classificandone il rischio di cancerogenicità. Con “probabilmente cancerogeno” si intende che esistono prove sufficienti per parlare di probabile cancerogenicità sugli animali (in questo caso si parla di linfoma Non-Hodgkin), ma non ancora sull’uomo.
La ricezione di questa decisione ha diviso la comunità scientifica fra chi si dice concorde con essa, e chi invece è fortemente preoccupato. Chi concorda con la decisione europea adduce sia ragioni di carattere scientifico intorno all’insufficienza dell’appartenenza alla categoria 2A per poter parlare di pericolo, che di modello agricolo.
L’idea è che il biologico non garantisce ancora una resa sufficiente per mantenere l’economia agricola del nostro Paese e che passare per esempio ad altri metodi di diserbo come learature profonde del terreno, comporterebbe da una parte elevati dispendi di energia e dall’altra produrrebbe forti emissioni di CO(combustibili fossili), distruzione di sostanza organica, erosione dei terreni. In ballo poi – non dimentichiamolo – c’è l’enorme questione legata all’uso degli OGM, cioè affrontare il problema dell’uso così massiccio di fitosanitari con l’“arma” delle biotecnologie.
Dall’altra parte c’è chi spiega che l’arma migliore per salvare il pianeta e la nostra sussistenza è invece invertire la rotta e lavorare per un’agricoltura biologica e sostenibile, efficace e soprattutto economica, dal momento che oggi i prodotti biologici devono costare ancora di più rispetto al resto del mercato. I dati Sinab citati in precedenza fanno sicuramente riflettere.
Il dibattito acceso intorno alla scelta di non sospendere l’autorizzazione a usare una sostanza probabilmente cancerogena, è un ottimo esempio di come sia complesso mettere d’accordo anzitutto la comunità scientifica su come interpretare le prove scientifiche e tradurle in decisioni politiche.

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