Ricordare per imparare. La lezione del terremoto del Friuli

6 maggio 1976, ore 21. La terra, nella zona del Friuli Venezia Giulia, trema. Sono passati quarant’anni da quelle scosse che hanno portato distruzione e un ingente numero di morti. Oggi è tempo di ricordare e spiegare, affinché la popolazione sia sempre più pronta ad affrontare emergenze straordinarie.
Giulia Annovi, 06 Maggio 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

6 maggio 1976, ore 21. La terra, nella zona del Friuli Venezia Giulia, trema. Sono passati quarant’anni da quelle scosse che hanno portato distruzione e un ingente numero di morti. Oggi è tempo di ricordare e spiegare, affinché la popolazione sia sempre più pronta ad affrontare emergenze straordinarie.
Sebbene Trieste fosse inserita in una rete di rilevazione internazionale, che comprendeva 120 stazioni all’avanguardia coordinate dagli Stati Uniti, il peggio non poté essere evitato.
Come racconta Dario Slejko, che allora era un giovane sismologo dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS) mentre oggi si occupa di calcolo della pericolosità sismica per lo stesso istituto, “ci vollero parecchi minuti per dare l’allerta”.
I sismografi dell’epoca constavano in una strumentazione di tipo analogico. “Il movimento del terreno” ha spiegato Slejko, “veniva registrato su un foglio di carta fotografica di grandi dimensioni, imp
ressionato da un raggio luminoso deviato dal movimento del terreno”. Come si può comprendere i fogli fotografici, una volta impressionati, dovevano essere sviluppati, fissati e lasciati asciugare prima di poter procedere ai calcoli utili a determinare l’epicentro e la magnitudo. Tutte operazioni che richiedevano l’impiego di un certo lasso di tempo.
Per comprendere la portata del terremoto del ‘76 sono sufficienti le parole di Slejko che descrivono quel momento: “il movimento del raggio luminoso durante la scossa principale fu così rapido che non riuscì ad impressionare la carta fotografica, lasciando alcuni minuti di registrazione bianca. Fu necessario utilizzare la registrazione della scossa premonitrice, avvenuta un minuto prima, per stimare il punto dell’epicentro”.
E infatti la determinazione del punto esatto fu eseguita solo in anni successivi, quando furono confrontate le rilevazioni di altre stazioni sismologiche.
Anche le conseguenze del terremoto dicono quanto fu forte e disastrosa la scossa che provocò quasi mille morti e migliaia di sfollati.
Ancora oggi, come allora, i terremoti sono imprevedibili, ma gli strumenti di analisi si sono evoluti e per lanciare l’allarme bastano due minuti. Il Centro di Ricerca Sismologiche dell’OGS è costantemente alla ricerca di nuovi sistemi di monitoraggio per poter intervenire tempestivamente in caso di terremoto.
L’OGS ha il merito di aver istituito una rete sismometrica, un sistema in grado di rilevare costantemente scosse sismiche, anche estremamente piccole, per darne eventualmente l’allarme in accordo con la Protezione Civile regionale.
La rete sismometrica non riguarda solo il territorio del Friuli Venezia Giulia: si è infatti estesa alle aree del Veneto e della provincia di Trento, per poi collegarsi con tutta la rete nazionale. Più recentemente, è diventata parte di una rete internazionale, instaurando rapporti con i sistemi di rilevazione delle scosse sismiche di Austria, Slovenia e Svizzera. Dal 2002, è affiancata da una rete geodetica di stazioni GPS, che permette di osservare le deformazioni lente della crosta terrestre, evidenziando il meccanismo che origina i fenomeni sismici e ha portato in milioni di anni alla formazione delle Alpi. “È un sistema utile per capire come si propagano e come si evolvono i terremoti, ma ancora non ci consente di prevederli perché non sono stati individuati parametri fisici che cambino in modo così evidente prima di un evento sismico”, ha spiegato Slejko.
Alla localizzazione dell’epicentro, grazie alla rete allestita dall’OGS, oggi è possibile ricevere informazioni in tempo reale sull’impatto di un eventuale sisma su edifici di interesse strategico per la Protezione Civile. Sono state installate tecnologie digitali a costi ridotti, che sfruttano la maggiore velocità delle onde radio rispetto alle onde sismiche e che consentono quindi di dare un preallarme di qualche decina di secondi rispetto all’arrivo delle onde sismiche, le più distruttive. In questo modo le autorità competenti saranno allertate in tempo reale.
Una parte del monitoraggio poi è affidata alle persone. Ai volontari della Protezione Civile regionale, ad esempio, potrebbe essere affidato il compito di realizzare delle mappe di risentimento sismico locale, utili per una preliminare e immediata individuazione delle aree nelle quali indirizzare tempestivamente verifiche e soccorsi.
Inoltre la popolazione potrebbe essere coinvolta in un progetto di citizen seismology: in caso di terremoto le persone potrebbero compilare una scheda, utile a valutare gli effetti sul territorio. La scheda, che arriverebbe via web alla sala operativa, serve per raccogliere informazioni che vanno a completare i dati sui terremoti.
Infine l’OGS ha anche aderito al progetto CLARA smart cities. “ Il progetto ha consentito l’installazione di strumenti sugli edifici strategici”, ha precisato Marco Mucciarelli, direttore del Centro di Ricerche Sismologiche dell’OGS. “Ciò consentirà un monitoraggio diffuso per avere informazioni tempestive sulla situazione in seguito a uno sciame sismico”.
Con il progetto CLARA Smart cities sono già stati installati strumenti di questo tipo a Ferrara e Matera e presto anche a Enna. “In Friuli Venezia Giulia, grazie al finanziamento regionale, nel 2016 installeremo 100 stazioni”, ha aggiunto Mucciarelli. Queste tecnologie aiuteranno ad affrontare le catastrofi naturali, quando ad essere colpito è l’ambiente urbano.
Un ruolo importante nella prevenzione l’hanno anche i calcoli di pericolosità sismica, l’analisi statistica che tenta di predire quale potrebbe essere lo scuotimento massimo, a un certo livello di probabilità sull’intero territorio nazionale. “Seguendo le indicazioni fornite dai calcoli sulla pericolosità sismica nel definire la normativa relativa alla costruzione delle abitazioni, si ha una buona probabilità che queste resistano nel momento in cui si verifica un evento sismico”, ha detto Slejko.

I TERREMOTI: UN’EMERGENZA ANCHE DI COMUNICAZIONE
All’attività scientifica dell’Istituto si affianca l’attento coinvolgimento della popolazione, con il quale è possibile accrescere la conoscenza e quindi la capacità di reagire a un terremoto. “Conoscere le strutture che generano i terremoti, il modo in cui si propagano le onde sismiche e come le sequenze sismiche si evolvono nel tempo serve a costruire una società che possa convivere con questi fenomeni naturali”, ha sottolineato Mucciarelli.
Ed è importante anche rendere consapevoli le nuove generazioni, quelle che il terremoto del ‘76 non l’hanno vissuto. I ragazzi delle scuole sono invitati presso l’Istituto di Ricerca per imparare quali sono i processi che generano i terremoti, per comprendere come funzionano i sistemi con cui vengono misurati e per apprendere le conoscenze acquisite grazie ai dati raccolti in quarant’anni di studio. Non da ultimo è importante che la popolazione conosca alcune pratiche essenziali che possono contribuire a ridurre il rischio sismico e a minimizzare le eventuali conseguenze di un terremoto.

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