Ridurre gli sprechi alimentari? La soluzione è prevenire i rifiuti

Secondo la Fao, ogni anno un miliardo e trecento milioni di tonnellate di cibo, cioè un terzo di quello prodotto nel mondo, viene sprecato. Uno spreco che nei Paesi a medio e alto reddito, come il nostro, si verifica soprattutto negli ultimi passaggi della catena di distribuzione e tra le mura domestiche, chiamando in causa anche una questione di cultura alimentare. Intanto, il Senato ha approvato il disegno di legge che incentiva le donazioni e prevede misure preventive.
Sara Mohammad, 25 Agosto 2018
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

I numeri della FAO parlano chiaro: ogni anno un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Un miliardo e trecento milioni di tonnellate che basterebbero a coprire l’intera produzione alimentare netta dell’Africa subsahariana per almeno cinque anni. In termini economici, tutto quello che buttiamo nella pattumiera ma che può ancora essere consumato vale, soltanto all’Italia, l’1% del PIL, secondo i dati raccolti dalla campagna di sensibilizzazione Spreco Zero nel 2016.
Questi dati tratteggiano un quadro piuttosto scoraggiante, ma che in futuro potrebbe migliorare – almeno per il nostro Paese – grazie anche alla recente approvazione da parte del Senato del disegno di legge contro gli sprechi, che mira a incentivare le donazioni di prodotti alimentari e farmaceutici invenduti con l’obiettivo ambizioso di limitarne lo spreco. La nuova normativa prevede, tra le altre cose, l’obbligo per i centri della grande distribuzione di donare direttamente alle ONLUS territoriali la merce ritirata dalla vendita ma ancora commestibile, ottenendo in cambio sgravi fiscali sulla tassa dei rifiuti. «La legge ha un approccio incentivante e non punitivo», ha commentato Andrea Segrè, professore all’Università di Bologna e presidente del Comitato tecnico-scientifico del Piano nazionale per la prevenzione dei rifiuti, aggiungendo che gli effetti di un approccio simile sono già visibili nell’esperienza decennale di Last Minute Market (LMM, letteralmente “mercato dell’ultimo minuto”).
LMM è una società spin off dell’Università di Bologna e dal 2003 intraprende progetti di recupero dei beni invenduti su tutto il territorio nazionale. In linea di massima, questi prodotti vengono ritirati dal commercio e scartati come rifiuti, pur essendo ancora commestibili. Tuttavia, grazie ai progetti di LMM (come quello avviato a Ferrara nel 2004 e tuttora in corso), chi dona gratuitamente cibi in scadenza riceve in cambio uno sconto sulla tassa dei rifiuti, proporzionale alla quantità della donazione, perché «se non generi sprechi, cioè se non butti via prodotti ancora buoni ma li doni a qualcuno che ne ha bisogno, si presume che tu produca meno rifiuti», ha sottolineato Segrè.
Secondo la FAO, si possono distinguere due tipi di sprechi alimentari. Tutto il cibo adatto al consumo umano ma che non viene consumato perché lasciato deperire oppure scartato da rivenditori o consumatori rientra nella definizione di food waste, mentre le food losses sono le perdite di cibo che si verificano a monte della filiera agroalimentare, prima che il prodotto raggiunga la vendita al dettaglio. Un alimento destinato all’alimentazione umana potrebbe dunque diventare un rifiuto in momenti diversi della sua storia di produzione e distribuzione, anche se si calcola che nei Paesi a medio e alto reddito (come l’Italia) il cibo finisce per essere sprecato soprattutto negli ultimi passaggi della catena di distribuzione e tra le mura domestiche. Per esempio, un cesto di banane molto mature ma perfettamente commestibili potrebbe essere gettato nella pattumiera perché giudicato dal consumatore poco attraente. In questi casi un elemento su cui intervenire è la cultura alimentare, e su questo la legge può fare poco. Come ha osservato Segrè, «più che recupero a fini solidali, che pure è importante, dobbiamo fare prevenzione, perché su quello che gettiamo via a casa non c’è incentivo che tenga, solo educazione alimentare: dobbiamo capire il valore del cibo».
I dati calcolati da Waste Watcher (WW), l’Osservatorio nazionale sugli sprechi, nato su iniziativa di LMM, rivelano infatti che lo spreco alimentare domestico reale è sottostimato di circa il 50% rispetto allo spreco percepito. Si tratta di un dato altamente affidabile, che i ricercatori di WW hanno ottenuto attraverso i “diari alimentari”, chiedendo ad alcune famiglie italiane di pesare e annotare l’esatta quantità di cibo buttato ogni giorno per una settimana, più la relativa motivazione (per esempio, “ho cucinato troppo” oppure “ho acquistato cose che non mi piacevano”). Nonostante il campione analizzato sia molto ridotto, ricerche analoghe sono state condotte anche negli altri Paesi europei (primo fra tutti l’Inghilterra, dove il Waste and Resources Action Programme è riuscito a coinvolgere quasi mille famiglie) con risultati analoghi.
Eppure la nuova normativa anti-sprechi prevede anche misure preventive, come quella connessa al tema delle etichette. Per evitare che un alimento scaduto ma ancora adatto al consumo finisca tra i rifiuti, l’articolo 2 impone di riportare sull’etichetta dei generi alimentari, oltre alla data di scadenza, anche la dicitura “tempo utile di consumo”, cioè la data entro la quale il prodotto, pur perdendo alcune delle caratteristiche organolettiche, rimane comunque commestibile. Si tratta di una misura di prevenzione, e non di recupero, perché «la prevenzione agisce prima che si formi il rifiuto», ha spiegato Segrè, e in questo modo, invece di buttare via il cibo il giorno che scade, il consumatore sa che c’è un periodo di tolleranza in cui poter consumare il prodotto.
Certamente il posto migliore dove fare prevenzione è la scuola, che viene indicata all’articolo 9 della legge come luogo speciale per la programmazione di iniziative di informazione e sensibilizzazione sul tema. I progetti di educazione alimentare e ambientale avviati nelle scuole avrebbero l’enorme vantaggio di coinvolgere fino a un quarto abbondante della società e di ottenere benefici senza limiti di tempo perché, come ha rilevato Segrè, se consideriamo pure genitori e insegnanti, «gli studenti non sono solo il nostro futuro, ma sono evidentemente anche il nostro presente».

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