Rifiuti, corruzione, ambiente

Perché ambiente e sostenibilità sono un business per le organizzazioni criminali? Che cosa non funziona quando parliamo di rifiuti? Perché rifiuti e corruzione sono spesso legati l’uno all’altra? Ne abbiamo parlato con il giornalista e scrittore Antonio Pergolizzi.
Stefano Porciello, 21 Luglio 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

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«I trafficanti di rifiuti si muovono dove ci stanno falle nei sistemi di controllo e nei sistemi di gestione. Sono straordinari nel trasformare i rifiuti in oro bypassando le leggi. Sono imbattibili perché non rispettano le leggi e quindi fanno concorrenza sleale alle imprese che invece si occupano di rifiuti in maniera seria». È quanto afferma Antonio Pergolizzi, giornalista e scrittore che da tredici anni cura gli annuali Rapporti Ecomafia dell’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Lo incontriamo al campus “L’ambiente vive di legalità”, organizzato da micron, Arpa Umbria, Legambiente Umbria, Libera Umbria e la Scuola di Ecologia, sull’isola Polvese.
«Nel campo dei rifiuti non si fanno adeguate politiche di prevenzione e quando ci si trova a ragionare di rifiuti urbani, molto spesso questi vengono visti più che come una risorsa come un costo», dice, sottolineando che ogni anno in Italia vengono prodotti circa 160 milioni di tonnellate di rifiuti, tra urbani e speciali. «Molto spesso questi rifiuti vengono lasciati a modelli di gestione obsoleti anche perché non c’è la capacità di immaginare un futuro alternativo, un futuro più sostenibile e che sia effettivamente capace di valorizzare frazioni importanti di scarti, che vengono ancora oggi mandati in discarica», dice.
Ciononostante, il suo giudizio sul Paese è positivo: negli ultimi dieci anni, sostiene, l’Italia ha fatto passi da gigante sulla raccolta e sul trattamento dei rifiuti. Ma se alcuni territori, come il Veneto o la Lombardia «Sono dei modelli molto virtuosi sulla raccolta dei rifiuti, soprattutto attraverso modalità di porta a porta che mirano a valorizzare gli scarti», altri sono ancora legati a modelli di gestione superati, che prevedono ancora oggi il conferimento in discarica.
«Diciamo [che] il trend è in sicuro miglioramento», afferma Pergolizzi: «Però bisogna sempre tenere alta l’attenzione perché è soprattutto nel controllo e nella tracciabilità dei processi che l’Italia può giocare una sua parte, può fare la differenza. Se questi processi vengono indirizzati e gestiti dall’economia sana portano sicuramente valore al territorio. Se invece vengono lasciati all’improvvisazione le ecomafie, la criminalità ambientale trova terreno molto fertile, purtroppo».

RIFIUTI E CORRUZIONE
Com’è possibile che smaltimento dei rifiuti, criminalità e corruzione siano così spesso legati l’uno all’altro? Come mai non si riesce a superare questo problema e ad andare avanti una volta per tutte? «È difficile gestire adeguatamente le risorse ambientali», dice Pergolizzi: «Hanno un altissimo valore, nel campo dei rifiuti sicuramente le falle nei sistemi di gestione, con le ricorrenti emergenze ambientali, lasciano degli spazi enormi».
Ed è proprio nelle fasi di autorizzazione e controllo che il mercato della corruzione è più attivo, spiega Pergolizzi, che ci ricorda come l’apertura di un impianto di gestione e trattamento di rifiuti possa significare muovere (e in alcuni casi guadagnare) milioni di euro. «Quindi è chiaro che un mercato così ricco che è regolamentato in una maniera molto sofisticata e in cui si lascia molto spazio, molti margini di discrezionalità in capo a singoli soggetti, a singole figure che ricoprono a volte un ruolo di pubblico ufficiale – come nel caso, per esempio, delle autorità di controllo o autorizzative – si presta a facili momenti di corruzione», dice. Perché «Senza la corruzione il meccanismo non può andare avanti, il meccanismo si incepperebbe subito», sostiene Pergolizzi: «Per poter andare avanti, […] quindi per poter far figurare una finta situazione di legalità, la corruzione è l’elemento cruciale, l’elemento proprio che fa la differenza».

QUANTO È DIFFICILE FARE INCHIESTE SULL’AMBIENTE?
«Purtroppo fare giornalismo investigativo sulle tematiche ambientali in giro per il mondo è molto rischioso, si rischia la vita, e lo dimostrano le uccisioni ricorrenti», dice Pergolizzi. Il sito Valigia Blu ha recentemente riacceso i riflettori sull’argomento, raccontando come nell’ultimo decennio siano stati uccisi 13 giornalisti, mentre solo nel 2017 le vittime tra gli attivisti ambientali siano state addirittura 207.
«Anche Angelo Vassallo, ucciso a Pollica [dove era sindaco, ndr]è un emblema da questo punto di vista. E quindi sicuramente è un mestiere molto rischioso perché vai a mettere le mani su interessi molto forti», sostiene Pergolizzi. Che però vuole evidenziare altri due aspetti – meno drammatici ma sicuramente gravi – del problema. Da una parte, sostiene, le grandi testate giornalistiche italiane non sembrano interessate ad approfondire i temi ambientali, dedicando budget adeguati a svolgere un lavoro di ricerca autonomo, lungo e costoso. «C’è un problema economico di chi finanzia questo tipo di inchieste che è molto molto forte», dice Pergolizzi.
Dall’altra, chi non rischia direttamente la vita con un’inchiesta ambientale rischia di trovarsi di fronte a un altro tipo di nemico: le querele temerarie. «Occuparsi di questi temi significa avere avvocati dietro [le spalle] e mettere in conto di poter anche soccombere a una causa per denunce per diffamazione, che sono delle cause che in sede civile sono molto, molto rischiose», spiega Pergolizzi: «Noi lo viviamo sulla nostra pelle: ogni volta che metti nomi e cognomi di soggetti che si muovono borderline, alla fine se non hai una sentenza passata in giudicato rischi di soccombere», dice, dovendo rispondere a una sentenza di condanna con risorse e capitali personali. Quindi «Non soltanto il giornalismo non ti dà la possibilità di vivere dignitosamente», conclude con una certa amarezza, «ma ti espone pure a rischi di questo tipo».

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